lunedì 15 luglio 2019

ENNO VELTHUYS - "Ontmoeting" (1982)

















... gli anni ottanta hanno avuto i loro "eroi inconsapevoli", dimenticati e non celebrati, cancellati e non posti in risalto nel libro della sonica scuola di quella ingrata decade musicale, così potenzialmente esplosiva nella nuova indipendenza tecnologica e produttiva ma altrettanto incline ad alienare dal mondo circostante quanto "non-allineato" con la tendenza dominante (perchè la musica e la sua grande organizzazione alle spalle ha sempre bisogno di "agenti dominanti" per mantenere inalterato il potere di pervasione che garantisce l'affare economico per tutti i protagonisti della scena.

Enno Velthuis, olandese di Den Haag e con esperienze musicali come bassista/chitarrista nella scena pop nazionale già alla fine degli anni sessanta, è sicuramente tra gli eroi banditi dalla memoria musicale europea perchè troppo poco incline ad una disponibilità commerciale con compromessi ed accordi legali quanto invece spirito libero (anche nel suo stesso percorso di autodistruzione).

Grazie al circuito ultra-sotterraneo indipendente dei primi anni ottanta, Enno vide pubblicate in copie limitatissime alcune sue cassette totalmente autoprodotte nella sua camera della casa dove viveva con la madre. Le etichette "Exart"  e  "Kubus" - specializzate in audio-cassette -  pubblicarono sei nastri tra il 1982 ed 1987, sei perfetti "messaggi nella bottiglia" alla ricerca - se non di aiuto - almeno di notificare la propria esistenza nel mondo dei suoni (e che suoni!). Senza particolari riferimenti al mondo musicale passato e (allora) presente Enno si muove tra emozioni e gusti talmente personali ed uniche da sembrare tra loro senza un reale nesso concettuale. Invece ascoltandole con maggiore attenzione si scopre un percorso nascosto, una direzione tracciata - sebbene a fatica - verso la "poesia del suono" evocata con voce elettronica quasi completamente scollegata dalla quasi arrogante evoluzione tecnologica propria di quei giorni, con la semplicità e l'orgoglio (e forse la rassegnazione) della dimensione DIY (Do It Yourself /Fai Da Te) come unica fonte di non-confronto con il mondo d'intorno.

I nastri di Velthuys vennero distribuiti adeguatamente nei canali ultra indipendenti degli appassionati di musica borderline e grazie a questa piccola, piccolissima notorietà questo fattore fu motivo per l'autore di continuare a produrne (anche se molte, moltissime - purtroppo TROPPE - solo per la sua propria collezione privata) per continuare a mantenere l'attenzione sulla sua condizione artistica (ed umana).

Quando poi lui stesso si rese conto che quello stesso canale di diffusione dei suoi lavori era diventato esso stesso "mercato senza regole" (pubblicazioni non concordate, senza alcun diritto garantiti, senza nemmeno una tutela della - già scarsa - qualità audio della riproduzione su cassetta) fu una profonda delusione che lo fece sprofondare in una condizione di forte depressione che presto lo portò ad una vera e propria dimensione patologica che andò ad aggravare la sua condizione mentale già scarsamente stabile a causa della sua esperienza autodistruttiva con LSD a fine degli anni sessanta e per gran parte della decade successiva.

Trascorse gli ultimi anni della sua vita registrando per pochi amici alcuni frammenti di musiche destinate ad accompagnare reading di poesie o occasionali serate di storytelling. Morì di cancro nel 2009, ma solo dopo una lunga degenza in un ospedale per malati mentali.

Oggi, ascoltare "Ontmoeting" - e più in generale la sua musica - è come riuscire ad intravvedere uno spettro ... uno dei tanti "spettri invisibili" dell'immenso mondo dei suoni, proprio come davanti ad uno stereogramma ed improvvisamente se ne scopre il contenuto ... un volto senza connotati (perchè non ci restano molte immagini reali e significative di Enno) e malinconicamente imprigionato in un oblio non meritato (ma forse chissà, cercato).



mercoledì 10 luglio 2019

TURN ON ... TUNE IN ... DROP OUT (Verona 2019)



TURN ON ... TUNE IN ... DROP OUT

... quanto tempo ci vuole per metabolizzare correttamente un concerto completo dei King Crimson versione 2019?

Difficile a dirsi.

Riuscire a smaltire la magia della serata in sè e per sè è faccenda che dipende dal numero di emozioni che si sono accumulate nello stargate (in questo caso in Arena a Verona) aperto da questi sette (dis)umani appartenenti alla artistica categoria dei "musicisti" ed intrattenitori ("my lords and ladies ... for your entertainment" come ricordava il buon vecchio esperto in salmoni Ian Anderson qualche decennio fa).

Ma il viaggio di lunedì sera è iniziato già a partire dall'opening tape che quest'anno è di gran lunga diverso dai precedenti ... evidentemente e palesemente ironico e meno serioso di quello tratto dalle sessioni di Islands che apriva i tour precedenti. Qui infatti ci sono echi di conversazioni recenti, di auguri di compleanno e un selezione casuale (?) di bizzarri rumori preparatori ... senza nessuna istruzione  d'arrangiamento per oboe o archi.
Rimane la scansione del beat "one ... two ... three ... two ... two ... three" di Mr. Fripp (che fu di riferimento per gli orchestrali impegnati a registrare il preludio di "Song of the gulls" ai Command Studios di Piccadilly nel lontano 1971) ma altro non è che il segnale per le tre batterie in prima linea sul palco di "iniziare le danze" con la rigorosa e colta tribalità delle 4 sequenze poliritmiche di "The Hell Hounds Of Krim" (spesso indicata nelle recenti tracklists dei concerti con la più breve denominazione di "Drumsons").

E' ovviamente solo l'aperitivo preparatorio per "Pictures of a city" che ormai è presente abbastanza spesso (direi ...) nelle scalette dei concerti (già a partire dal 2014) e che sembra avere un posto speciale nel cuore dei Crimsoniani di prima era ... un brano che all'epoca ebbe a competere con il fulminante inizio del primo album, quell'insuperabile scarica adrenalinica data da "21st Century Schizoid Man" che diede fuoco alle polveri di uno degli album più rivoluzionari della storia musicale del secolo scorso e che era davvero difficilmente raggiungibile per intensità solo qualche mese dopo, nel 1970. Però, a ben guardare, POAC ha una sua intrinseca solidità che probabilmente è il motivo stesso per cui è stata riscoperta e riproposta così tanto spesso in questo lustro con la formazione a sette/otto teste (a seconda). La versione di questo millennio è forte, muscolare, aggressiva ed anche in questa performance a Verona _(come lo è stato anche nelle precedenti occasioni, peraltro) aggredisce letteralmente il pubblico presente. Peccato per la sbavatura iniziale - attribuibile al fonico principale - per non aver aperto il microfono di Jakko in tempo per ascoltare le prime note della parte cantata ... una distrazione chissà dettata da quale preoccupazione contingente (pazienza, succede). Fripp aggredisce il pubblico con un primo assolo feroce (ma non sarà la prima volta in questa serata in Arena) per dare poi spazio alla voce inconfondibile del sax alto dell'intramontabile Mel Collins che tra mezze citazioni, snorks e fraseggi crea una dimensione solistica parallela che permette nuovamente a Fripp di riproporre le sue laceranti sequenze d'accordi, uniche ed inconfondibili.

Una serie clusters di pianoforte di Jeremy Stacey introduce uno dei pochi brani del repertorio contemporaneo di corte "Suitable Grounds For The Blues" ... una "bluesy song" scritta a due mani da Jakko e Fripp con un evidente ricercato DNA crimsonikco (a me personalmente piace molto, ma comprendo le riserve dei crimsoniani più integralisti). Difficile comprendere in questo caso il finale dissonante di Fripp che sembra quasi essere "andato lungo" rispetto alla band, ma l'effetto è molto "Crimson" comunque, diverso dall'efficace rauco wha wha che concludeva ed evaporava misterioso nell'originale versione (per me) di riferimento contenuta in "Radical Action To Unseat The Hold Of Monkey Mind (disco 2)" del 2016.

Salto quantico di cinquant'anni con la successiva "Epitaph" ... chi mai avrebbe detto fino a dieci anni fa che sarebbe stata risuonata live davanti ad un qualsiasi pubblico con l'ufficialità della corte completa? Naturalmente questa considerazione vale per quasi tutti i brani del recente repertorio proposto da questi KC ed è ogni volta motivo di profonda riflessione per me che li ho seguiti in tutte le loro stagioni peripezie ed avventure sonore. Sono sempre emozioni difficili da contenere forse perchè appartengono ad una generazione d'ascolto che era ingenuamente più incline a "credere" e "cedere" alle emozioni di una musica così "vicina" al proprio sentire post-adolescente (ed oltre). Collins manifesta (come ultimamente è solito fare quasi ad ogni concerto) la sua soddisfazione per essere riuscito ad eseguire l'ultima nota acuta di soprano nel tema d'interludio e pre-finale ... forse un gesto scaramantico e propiziatorio per la successiva serata (ma Collins è davvero fatto così, di una gentile disponibilità e sincera semplicità ... quasi disarmante per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo direttamente).

A seguire "One more red nightmare" che forse (per me almeno) non è tra le riproposte più riuscite del vecchio repertorio. E le ragioni forse sono che in primis le tre batterie non riescono a competere "concettualmente" con il drumming originale di Bruford (l'intelligenza musicale di quella stagione dell'ex Yes è a tutt'oggi ancora insuperata) e che la voce di Jakko fatica a mantenere corpo timbrico quando viene spinta in una dimensione più rauca. Indubbiamente però la massa sonica che travolge il pubblico è notevole ed è sicuramente sempre un piacere ascoltarne e subirne fisicamente la potenza sonora (soprattutto il finale con un Mel Collins ancora scatenato).

La bestia a sette teste riprende a macinare suono con la muscolare prima parte di  "Radical Action (To Unseat The Hold Of Monkey Mind)", una composizione geometrica in pieno stille frippiano post-Exposure ... è sempre un privilegio assistere ad una sua esecuzione così compatta e densa. la stratificazione delle tre batterie ha del diabolico qui e ci sarebbe da perdersi nell'ascoltarne le parti individuali.

Improvvisamente, magicamente tutto si calma per lasciare spazio all'accordo di pianoforte che inequivocabilmente fa emergere la profonda emozione che si andrà a vivere a breve ... "Island". In questo caso la riflessione del "chi l'avrebbe mai detto" è forse quella che mi sono ripetuto di più in questi anni ... e ricordo anche di averlo detto a Jakko in occasione del suo concerto a Mestre nel 2006, quando con mia massima soddisfazione la eseguì in coppia con il solo Collins ... ascoltarla anche questa sera nella cornice completa della corte ufficiale mi emoziona tantissimo e mi fa riflettere sul fatto che probabilmente questa è la "vera "starless" dei King Crimson, o per lo meno è la più rigorosamente frippiana (ovvio che il brano che concludeva "red" vive di una straordinaria luce propria ... sempre). Credo sia opportuno sottolineare cone questa "nuova" versione di "Island" sia evidentemente figlia della meravigliosa rielaborazione che Jakko aveva proposto nel suo eccellente album "The bruised romantic glee club" del 2006 ... apprezzata all'epoca anche dallo stesso Fripp (ospite peraltro nell'album). Peccato che - a differenza di quanto accaduto a Venezia l'anno scorso - l'entusiasmo del pubblico dell'Arena abbia iniziato ad applaudire a finale non ancora concluso, nascondendo lo stupendo e concettuoso rumore dello spegnimento dell'armonium originale che Fripp ha voluto lasciare come ultimo "rumore" di questo incredibile brano ... come dire se c'è questo "rumore" un motivo ci dovrà pur essere no? ... alla Fenice fu magico, qui meno.

"Cat food" (che avevo ascoltato nel soundcheck di Palmanova, ma che era stata omessa dalla scaletta abbreviata dopo il diluvio) era uno dei brani che avrei da sempre voluto ascoltare live. Tutto regge, il brano rimane profondamente sexy e coinvolgente (grazie ancora una volta al sax alto di Collins) ... tranne forse la voce che (anche in questo caso) necessiterebbe di maggiore potenza e corpo per essere gridata "look-a-Lake" e la scelta di cambiare l'armonia del ritornello non sembra la più riuscita.
E a proposito di "cose" non completamente riuscite (a mio modestissimo avviso ovviamente) è la nuova "Frame by Frame" ... ma confido nel fatto che sia solo la seconda volta che la ascolto in questa particolarissima rielaborazione (a Palmanova mi aveva davvero lasciato basito ... anche durante il breve soundcheck). E' però  sicuramente un buon segno che si sia voluto rileggere un brano simbolo dell'era con Belew e che si sia cercato di portarlo in una dimensione leggermente diversa, aggiornata, ma qualcosa non mi convince e sembra tutto abbastanza slegato (il flauto di Collins a volte sembra un po' forzato nell'evoluzione della tonalità) ... chissà che alla fine di questo tour non siano riusciti a migliorarla e renderla definitivamente compatta e coerente con l'intero repertorio.

"Drumzilla" è uno dei nuovi momenti poliritmici e spettacolari del trio di moderni multitamburini fronte palco. E' una gioia per gli occhi vederli alle prese con queste composizioni rigorose e allo stesso tempo apparentemente multimensionali. Dedicata a tutti i detrattori di questa scelta a tre batterie.

"Radical II" ritorna alla dimensione più muscolare del settetto e ricorda sempre l'origine dello stile dell'ultimo Fripp, spigoloso ma allo stesso tempo capace di coinvolgere l'ascolto con un "rock-no-rock-groove" unico nel suo genere. Personalmente è una di quelle indicazioni di stile che apprezzo tantissimo in un musicista creativo ed innovativo come Fripp (soprattutto a 73 anni).

Ma di fatto è solo un interludio per "Level five", più propriamente identificata come la quinta parte di "Larks' tongues in aspic", l'idea "senza fine" che Fripp porta avanti ormai dal 1973. Poderosa, imponente con il baritono di Collins (nonostante qualche indecisione) a sottolineare l'incedere marziale e minaccioso dell'intero combo regimentato in una dimensione decisamente rigoroso ma ugualmente ritmicamente esplosivo. Peccato per il mix in ascolto dove le due chitarre (ed il basso) risultano un po' troppo impastate per poter apprezzare l'intricata rete di unisoni e non ... ma non è certo una facile impresa rendere perfettamente distinguibili le parti in una dimensione sonora così complessa. ancora una volta la "voce" inconfondibile del sax alto di Collins (72 primavere anche lui) emerge sul rigoroso riff centrale, portante e ossessivo.

E pensare che a questo punto sono solo all'intervallo ... "quello che avviene dopo la prima parte e prima della seconda parte" ... come acutamente ci ricorda Fripp.

Annoto che la ripresa del concerto è stata affidata a "The Sheltering sky" (che avevo sentito nell'assolato soundcheck pre-cataclisma di Palmanova) ed è stata una piacevolissima sorpresa anche se l'impressione che ho avuto io è che sia stato de facto una specie di invito sonoro al "disordinato" pubblico ritardatario di recuperare il proprio posto per il vero inizio della seconda parte dello spettacolo. Brano suggestivo e propiziatorio nell'auspicio di uno "scudo del cielo" contro le intemperie ... ho pensato di come non fosse stato efficace due giorni prima e scaramanticamente ho temuto il peggio. Una versione sospesa, eccellente con il flauto di Collins ed i cluster pianistici di Stacey a fare da contrappunto alle evoluzioni chitarristiche di Fripp.

"The construkction of light" riprende a macinare musica con ordine e disciplina crimsoniana, una composizione di un momento creativamente straordinario (2000-2003) che poi di fatto è l'ultima manifestazione completamente progressiva ed evolutiva delle composizioni di corte ... l'ultima stagione totalmente creativa (sia nell'atteggiamento compositivo che nella dimensione radicalmente e selvaggiamente free). Come ormai cosolidato dagli ultimi anni si tratta della versione esclusivamente strumentale, logicamente emendata del contributo vocale che fu di Belew all'epoca.

Inaspettatamente (credevo foose stato escluso oggi) arriva uno dei brani amo di più dell'intero repertorio crimsoniano ... quel rivoluzionario "Circus" che ancora oggi mantiene inalterate tutte le emozioni dell'epoca grazie anche ad un arrangiamento accuratissimo e fedelissimo all'originale ... dalla reazione di tutte le platee che ho potuto verificare è decisamente un brano fondamentale per molti appassionati (e - del resto - come potrebbe essere diversamente???) ... un'altra ottima ragione per ringraziare questa formazione per averlo fatto risuonare ovunque dopo un destino d'oblio che sembrava ormai segnato.

Altro salto quantico per raggiungere "Neurotica" nella versione riadattata e priva di parte delle liriche originali di Belew. Un brano potentissimo dove lo stile ruvido e pesante di Stacey mescolato all'ondivago basso di Tony Levin offre un perfetto tappeto per le evoluzioni di Mel Collins e l'orchestrale arrangiamento chitarristico. La parte cantata più propriamente "song" del brano risulta comunque efficace nonostante la limitazione ed il taglio del testo originale e Jakko riesce ad offrire anche alcune sfumature interpretative originali che confermano la sua straordinaria versatilità vocale.

Solo a questo punto, realizzo che dall'inizio della seconda parte, ho puntati contro gli occhi tutti i fari d'ambiente posti nella parte alta delle americane sul palco. Probabilmente all'inizio, concentrato e motivato dalla musica non ho fatto caso a questa presenza, probabilmente considerandola inconsciamente legata alla necessità di offrire una minima illuminazione al pubblico che ritardava a riprendere il proprio posto dopo la pausa (volutamente ridotta dal gruppo).
Invece questa luce sugli occhi me la ritrovo ancora dopo un quarto d'ora dall'inizio del secondo set e realizzo quanto fastidiosa sia ... quanto devastante sia per toglier una parte della magia dell'Arena di Verona e del palco stesso. E mi è tornata in mente la polemica nata a Venezia, alla Fenice quando duranta la prima delle due serate (27 luglio) il pubblico (ed io tra tutti) della platea fu costretto ad assistere all'INTERO concerto con due paia di fastidiosissimi par puntati sugli occhi ... una sofferenza difficilmente giustificabile razionalmente. Ricordo di aver espresso a fine concerto parecchie lamentele al personale di sala credendo si fosse trattato di una mancanza delle italiche maestranze (incompetenti). Ed invece ricordo che all'incontro pomeridiano del giorno successivo il monarca in persona, sicuramente avvisato del malumore serpeggiato tra il pubblico la sera prima, disse che in realtà la luce sulla platea era stata una sua esplicita richiesta perchè voleva "vederci in viso" per aumentare il contatto e generare empatia ... giuro che rimasi a bocca aperta per una simile assurda giustificazione ... ma fui confortato dall'assicurazione della massima autorità di corte che durate il secondo spettacolo quelle luci sarebbero state ampiamente ridimensionate (e così fu, lasciando "solamente" un paio di par sfumati negli occhi del pubblico).
Ora, mi sono domandato se anche in questo caso Doc Robert avesse voluto "interagire con noi" ma mi sono particolarmente risentito perchè pur comprendendo appieno (senza condividerla altrettanto convintamente però) la politica del "no photo/no video" durante il concerto richiesta dai musicisti non riesco a capire come gli stessi possano imporre ad un pubblico pagante una presenza costante di luci negli occhi durante uno spettacolo ... è una questione di rispetto reciproco oppure il pubblico davvero deve ritenersi "suddito" non solo concettualmente e per passione creativa, ma anche come "gentil selvaggio" da domare? E' solo la mia stima per l'arte di questi musicisti che mi fa accettare questa scandalosa imposizione ... ma probabilmente sarà l'ultima volta (proprio per rispetto anche al mio ruolo di appassionato spettatore).

Ad ogni modo le sognanti note di "Moonchild" e la meravigliosa voce filtrata di Jakko prendono forma nell'aria (rendendo ancora più stridente la presenza delle luci negli occhi ... al punto che decido di indossare gli occhiali da sole) e mi riportano alla musica, al vero motivo della mia presenza in un luogo sì promiscuo. Sono contento abbiano deciso di "espandere" l'oasi sonora del brano (che fu di rivoluzionaria importanza nel 1969, meglio ricordarselo!) inserendo quelle che vengono chiamate "Cadenzae" caratterizzate da brevi interludi di Levin, Fripp (magico ... avrebbe potuto andare avanti per ore se fosse stato per me!!!) e Stacey che fungono da preludio al brano successivo, il maestoso "In the Court of the Crimson King".

Ben poco da dire a proposito, se non che avevo già notato la puntualizzazione nelle ultime scalette dell'indicazione "+ Coda" in calce al titolo ... ed è stata una piacevole sorpresa (solo parziale dato che l'avevo già sentita già a Palmanova comunque) dell'aggiunta del finalino conclusivo originale, venato di puro caos dove Jakko utilizza finalmente la piccola tastiera davanti a lui  ma soprattutto dove brilla -  assoluta - l'attitudine "full arm on the keyboard" a-la-Jerry Lee Lewis di Fripp alla tastiera "gusto mellotron" (amabile sorprendente goliardica novità ed indimenticabile come i suoi baci alle chitarre all'inizio e alla fine dei concerti di qualche anno fa).

Indubbiamente tra i momenti più spettacolari di questi ultimi anni cremisi è quello dedicato alla riproposizione di "Indiscipline", dove la triade batteristica fa sfoggio di bravura, intelligenza, misura e umorismo nello stesso tempo, spettacolarizzando i primi cinque minuti di un ostinato in continuo crescendo che davvero offre eccellente preludio per l'esplosione del grintoso tema principale del brano (datato 1981). Sicuramente tra i momenti visivamente più entusiasmanti dell'intero concerto (anche se devo dire che a mio avviso a Palmanova c'era tutt'altra voglia di fare casino). Non finirò mai di sottolineare l'intelligente di-versione e adattamento di Jakko della parte cantata origiariamente di Belew, un quasi-scat che aggiunge personalità musicale al brano in sostituzione all'estemporanea e nevrotica interpretazione originale. Inutile cercare di "imitare" Belew, meglio di gran lunga "rinnovare" la sua parte. Complimenti! (anche se so che a molti questa scelta non è mai piaciuta). Mi preme anche ricordare l'assalto chitarristico di Fripp dopo il primo stop ... una cattiveria che alla sua età è davvero invidiabile.

Siamo verso la fine evidentemente dato che le note di mellotron di "Starless" iniziano a tracciare il primo segno che la separazione dalla corte è vicina, molto vicina ... troppo forse. Un flash immediatamente prima è il preludio ad un inaspettata indecisione di Fripp alla seconda esposizione dell'immortale tema della canzone ... certo, è umano anche lui ed in questi momenti ci si rende conto di quanto sia  estremamente vulnerabile nel suo momento performantico (nonostante tutti questi anni) ... peccato per chi (in parecchi vicino a me) ha voluto sottolieare subito questa indecisione quasi con invidiosa soddisfazione (non è certo il mio caso). 

MALEDETTE LUCI !!! come è possibile ascoltare e guardare contemporaneamente l'universo intorno alla band diventare rosso fuoco con delle luci bianche puntate sul viso ??? Come rovinare un momento destinato al ricordo definitivo !!! Imperdonabile (qualunque sia la motivazione). 

"Starless" è un lungo addio ... ed è probabilmente il vero addio che bisognerà dare alla band alla fine di questa tournee celebrativa (non è un mio auspicio e tantomeno un mio augurio, ma è ragionevole pensare che dopo tutti questi anni in cui ci è stato regalato un viaggio nel mondo anche passato remoto dei suoni della corte cremisi sia ora e tempo di rivedere il progetto, secondo i ben noti canoni frippiani e le sue stagioni creative). Io sono personalmente convinto che in futuro, negli anni, si racconterà dei concerti di questa band come di qualche cosa di incredibile, di mitico ... rivolgendosi inevitabilment alle numerose documentazioni video fortunatamente disponibili, ma esserci stato di persona sarà privilegio unico del nostro presente ... mentre arriva il tema finale ... fin de partie.

A poco serve il travolgente rientro sul palco della "bestia a sette teste" per una fiammeggiante versione di "Schizoid man" caratterizzata da quattro elementi essenziali:
1 - la violenza del solo di Mel Collins ...
2 - l'altrettanta spropositata violenza di Fripp nel far deragliare nello spazio di un solo secondo musicale l'ennesimo "treno in per Sugar Hill in Harlem" evidentemente preso ancora una volta da Mel Collins ...
3 - l'alieno assolo di batteria di Gavin Harrison
4 - l'idiozia degli urletti del pubblico nelle pause finali
Ma in fondo in fondo è davvero l'ultimo rito collettivo che mancava quest'oggi per completare questo inevitabile lungo addio ... ricordare cioè da dove tutto è partito ... dalla profezia/indicazione dell'esistenza di una nuova forma evolutiva umanoide, quegli uomini schizoidi del 21mo secolo che (per loro fortuna) nonostante le brutture vissute e prodotte hanno avuto l'opportunità di accompagnare le proprie giornate anche con una musica unica ed irripetibile come quella dei King Crimson.

Amen

mercoledì 3 luglio 2019

CABALLERO REYNALDO "Cromos" (2019)

... scrivere canzoni POP di spessore ed intelligenza non è proprio da tutti e spesso succede che abili arrangiamenti organizzati con cura e ruffianeria riescono a nascondere il "vuoto" dentro una finta canzone pop.

Ma nel caso di Caballero Reynaldo è invece piuttosto interessante perchè il suo essere contemporaneamente musicista versatile, compositore originale e musicologo raffinato gli permette una discreta vastità d'orizzonte creativo entro cui scegliere come declinare i suoi progetti musicali. 

Ho già avuto modo di sottolineare da poco "altrove" la qualità del suo più recente progetto "collettivo" chiamato "Los Visionarios". Con "Cromos" invece si ritorna ad un contesto più propriamente "modernamente cantautoriale". La capacità di Luis Gonzales (il nome "terrestre" dell'alter ego Reynaldo) di scrivere pure canzoni pop (moderne) è assolutamente indubbia e lascia trasparire gli innumerevoli ascolti che ha incamerato in tutti questi anni di "militanza sonora" e di attività di ricerca (personale ed artistica). Le canzoni di "Cromos" sono solo apparentemente semplici e "banali" ma in realtà si caratterizzano per una intima sottile complessità degli stessi arrangiamenti, che sono così parte integrante del processo creativo e non semplice mestierante "aggiustamento/ottimizzazione commerciale" del prodotto. 

Dal mio personalissimo punto di vista, condividendo con Luis la passione per un significativo numero di artisti internazionali (spesso radicalmente lontani dalla musica qui presentata), non faccio fatica a coglierne le eraborate derivazioni di ispirazione e quindi è come se queste canzoni facessero parte del mio stesso "dna d'ascolto" ... direi che solamente l'idioma ispanico mi risulta esotico (ma non sgradito) e in un certo qual modo a volte mi distrae dal seguire con attenzione tutte le soluzioni d'arrangiamento e produzione qui adottate. Ma ... quasi come se lo avesse fatto per farmi una cortesia, Luis ha completato la compilazione di questo album con l'inclusione di tutte le canzoni nella loro versione strumentale ... perfetto per me e probabilmente rivelatorio e sorprendente per tutti.

In conclusione, un bel disco di pop ispanico indipendente, non certo destinato ad essere tormentone da eurofestival, capace di offrire una ventata di aria fresca in questa afosa estate del 2019 ... e magari suggerire a qualcuno di andare a recuperare l'ascolto della precedente sconfinata discografia del Caballero Reynaldo perchè c'è davvero molto da scoprire.

Complimenti !!!!

martedì 27 novembre 2018

MANNA / MIRAGE "Rest of the world" (2018)

Eccoci finalmente al nuovo capitolo sonico realizzato dalla compagnia di musicisti che hanno gravitato (e fortunamente gravitano ancora) intorno all'orbita del progetto MUFFINS ... una band che negli USA di fine settanta ha raccolto l'impegnativa sfida del linguaggio musicale che era stato della confraternita del Rock In Opposition europeo, contribuendo con notevolissime prove discografiche rimaste però purtroppo troppo spesso tra le pieghe di un'indipendenza estremamente intraprendente e visionaria musicalmente parlando, ma in evidente difficoltà nel raggiungere un livello di distribuzione planetaria consona agli sforzi creativi realizzati.

"Rest of the world" sembra poter riaprire vie d'espressione multiple e multiformi grazie alla moderna nuova tecnologia che permette a musicisti lontani geograficamente di interagire concentrandosi in un unico progetto comune sebbene realizzato autonomamente a distanza.
In questo senso sembra particolarmente significativo il fatto che nelle (scarne) prime note di copertina visibili non vengano indicati i musicisti ed i loro strumenti quanto piuttosto i loro studi di registrazione di riferimento ... un interessante ed immediato messaggio sottotraccia per raccontare con essenziale efficacia la principale caratteristica del lavoro così realizzato.

Ad ogni buon conto, deus ex machina di questo complesso ed articolato progetto musicale è evidentemente Dave Newhouse (tastiere, sax e percussioni), membro dei The Muffins fin dalle origini e ancora capace di rinnovare il suo proprio repertorio con eccellenti proposte a cavallo tra la rigorosa composizione orchestrale e l'abbandono sonico fatto di improvvisazione e curiosa sperimentazione. Personalmente è sempre una grande gioia ascoltare ciò che Newhouse propone anche in questi anni proprio perchè ogni suo singolo album ha sempre il potere di evocare e stimolare quella "curiosità" per i suoni che è sempre stata fattore essenziale per dare valore aggiunto alla disciplina dell'ascolto.

Coadiuvato da altrettanto eccellenti musicisti, Newhouse esplora con sempre maggior cura tutte le possibili sfaccettature del suo spigoloso suono elettrico portando con sé in dote la cultura musicale europea di quella stagione di fine decennio settanta rielaborandola brillantemente con orecchio d'oltreoceano per restituire poi un pregevole ibrido musicale che - pur "ricordando" quei giorni leggendari - risulta particolarmente stimolante e invitante per una prospettiva futura, per un linguaggio colto purtroppo andato parzialmente in disuso popolare almeno nelle ultime tre decadi.

Tutti i brani qui presenti sono notevoli davvero, ma in particolare uno mi ha colpito profondamente (data forse la mia passione da sempre per la musica di Hugh Hopper) al punto da farmi pensare per un momento che con "Mini Hugh", Dave Newhouse avesse deciso di spedirmi un commovente "regalo personale" dedicato alla leggendaria figura di Hopper (che per me è stato fondamentale negli ascolti post-adolescenziali alla ricerca di nuovi elementi da aggiungere alle mie visionarie prospettive di ricerca sonora).

Disponibile qui:
http://www.mannamirage.com/store

martedì 31 luglio 2018

GRUPO INSTRUMENTAL DO CAPAO - "Uma viagem musical (2018)























 

Sembrerebbe un "disco di altri tempi" ... ma nel migliore dei significati possibili.

E' un viaggio ricchissimo di suggestioni musicali e di suoni sempre cangianti, perfetti nello  scandire ogni singolo episodio (20 in totale) della lunga unica esecuzione proposta in questo album.

Il materiale contenuto nell'album è stato registrato e prodotto in un unica sessione di soli tre giorni a Salvador de Bahia nel settembre del 2016 da Stefano Cortese (pianoforte) ed il collettivo musicale locale Grupo Instrumental do Capao che comprende Ari Vinicious (flauti, scacciapensieri, voce e percussioni), Kiko Dorea (batteria), Joao Weber (basso) e Tiago Gusmao (violino, fisarmonica e flauti orientali).

L'ascolto di questo "Uma Viagem Musical" rappresenta un piacevolissimo ritorno ad una musica estremamente vivace e che, grazie anche ad un approccio volutamente privo di virtuosismi tecnici di registrazione, permette di essere ascoltata nella sua piena e pura vitalità e naturalezza creativa ... un'operazione in "audio verité" che risulta tutt'altro che "naive", ma che piuttosto ripropone con forza il valore della spontaneità della performance e del vibrare  naturale dei suoni.
E ciò è vero al punto che sembra proprio di essere nella stessa stanza, in compagnia dell'ensemble, ed è possibile seguirlo con naturalezza assoluta nelle varie fasi della "suite" eseguita.

In fondo, c'è quel senso di verità che è diventato sempre più raro da ritrovare nelle contemporanee registrazioni realizzate per qualsiasi genere ed in qualsiasi campo.

L'unico ausilio tecnico/tecnologico è stato l'eccellente lavoro di masterizzazione e ottimizzazione in post produzione (realizzato in Italia, a Bologna) da Domenico Meggiato, un vero talento nella cura delle sfumature dei suoni, capace di riprendere in mano la registrazione originale e ravvivarne il senso di spontaneità con una attenta e sapiente calibratura dei timbri.

Il disco, prodotto in totale indipendenza dal Grupo Instrumental do Capao, per il momento h ancora una distribuzione limitata, ma il mio personale augurio è che presto qualcuno riesca a dare a questo combo tutto il supporto possibile perché sarebbe davvero meritatissimo e sicuramente foriero di molte buone cose.

Consigliatissimo

giovedì 15 giugno 2017

ROY BATTERSBY - THE BODY (1970)















 
... finalmente (?) dopo tanti anni ho potuto guardare con la dovuta calma (e nella dovuta qualità) questo episodio della produzione audiovisiva inglese degli anni settanta ben noto grazie alla colonna sonora ad opera di tali Ron Geesin e Roger Waters (in quasi contemporanea con la elaborazione della Madre dal Cuore Atomico). Come già si sapeva, THE BODY è un documentario "verité", dove nulla è elaborato con stratagemmi estetici o narrativi perché è davvero una cronaca organizzata cronologicamente dello stato di "essere umano", dalla nascita alla morte passando per le tecnicalità della macchina uomo/donna e le maturazioni psico-logiche dell'essere pensante.

A detta del regista Roy Battersby, "The Body è un documentario che esplora l'esperienza fisica dell'essere UN umano" (e mai come l'articolo indeterminativo italiano rende perfettamente l'idea del concetto in sè).

Lunghe (non sempre gradevoli) endoscopie (tecniche di ripresa rivoluzionarie all'epoca se applicate ad un lungometraggio divulgativo), riprese ai raggi X, forti crudité in sala parto (onestamente credo che la scena finale del parto abbia creato qualche problema allo stomaco di più di qualcuno tra il pubblico presente in sala all'epoca), sesso esplicito (voyeuristicamente  anche oltre il necessario richiesto dalla trattazione in sé e per sé), immagini con rilevamento termico, dialoghi (difficili da seguire dato lo stretto idioma d'Albione) al limite del grottesco e argomentazioni concettuali figlie di QUEL tempo preciso fanno di questo prodotto un interessantissimo (ma piuttosto difficile da guardare senza "conseguenze") reperto di quei giorni che adesso risulta allo stesso tempo impietosamente ingenuo e irriverente, nel pieno stile di una cultura che stava prepotentemente distruggendo le convenzioni comunicative nel nome di una "libertà consapevole" purtroppo solo in embrione all'epoca e - a quanto pare - mai completamente portata a compimento negli anni a venire nelle società occidentali. 

L'uso documentaristico esplicito e apertamente divulgativo di concetti fino a quel momento relegati alle conversazioni intime tra coetanei ha avuto altri esempi (in certi casi anche trascurabili ed ambigui) nella produzione visiva di quegli anni, basti pensare al sorprendente "Helga - Vom Werden des menschlichen Lebens"  di Erich F Bender (conosciuto in Italia come "Helga - lo sviluppo della vita umana" datato 1967) o ai meno sinceramente divulgativi e più essenzialmente dissuasivi contro un drug-behaviour crescente in quei giorni come "Alice in Acidland" di John Donne (1969).

In "The Body " non viene per nulla trascurato l'aspetto "sociale" ed antropologico dell'essere "UN umano" nell'organizzazione delle comunità, documentando come l'uomo-macchina  sia una condizione che si subisce mentre la macchina-uomo sia in realtà un'affascinante ricerca. Le lunghe sequenze di una catena di montaggio automobilistica vengono fatte quasi impietosamente sfumare in un pensionato per anziani ridotti a "mere presenze".

L'evoluzione della condizione umana, il percorso che porta dalla nascita al decadimento della vecchiaia è documentata in maniera impietosa e "scientifica", un atteggiamento che benché possa sembrare distaccato in realtà crea un senso di ineluttabilità tale da far vivere momenti di vero incubo "esistenziale" ... ed in questo caso non ci sono riflessioni consolatorie ad aiutare.

Ingenuità e cinismo vengono livellate dall'atteggiamento scientifico, ma anche questo aspetto potrebbe indurre lo spettatore a profonde riflessioni perché la vita e l'idea della morte permeano quasi costantemente questo percorso visuale e concettuale (e del resto come potrebbe essere altrimenti?)

Da un altro punto di vista, la visione di "THE BODY" comunque ha il pregio di far apprezzare finalmente "nel contesto" la musica prodotta allo scopo dall'allora Pink Floyd in collaborazione con il geniale e vulcanico Ron Geesin, una atipica colonna sonora dove il senso di libertà espressiva prevale su qualsiasi funzionalità narrativa, a tal punto che il disco prodotto forse è assolutamente in grado di vivere di luce propria, probabilmente creando di riflesso una maggiore astrazione concettuale sull'argomento iniziale dato come traccia ... in questo modo probabilmente quella musica racconta molto meglio "il mistero" dell'argomento di partenza perché lo insinua nella percezione individuale, riportandolo fatalmente ad una "riflessione" privata, ad una più intima ricerca di risposte (e domande ulteriori) a riguardo.

Il DVD pubblicato nel 2013 dalla Network su licenza originale della StudioCanal, ha il pregio per nulla trascurabile di contenere tra le extra features la "The Body suite", un montaggio inedito della musica del film (di gran lunga diversa dalla colonna sonora pubblicata). E' rigorosamente in MONO ma nonostante questo evidente limite, l'ascolto della suite è sicuramente più che valido per apprezzarne lo spirito creativo originale e soprattutto per riascoltare quanto ufficialmente prodotto successivamente nella colonna sonora pubblicata, per meglio cogliere le geniali scelte nei dettagli di post-produzione applicate dai due autori finalmente liberi di dare al suono quella centralità non richiesta nella visione della pellicola ... il che riporta la musica (gli esperimenti sonori e bio-sonori) di Geesin & Waters al loro  notevole valore artistico ... cioè, esattamente il punto da cui ero partito per iniziare a guardare questo "The Body".



venerdì 9 giugno 2017

ROGER WATERS - Amused to death (1992)






















... di incubo in incubo questo concept datato 1992 era fino a qualche settimana fa l'ultimo sforzo creativo di Roger Waters, ma riascoltato oggi racconta (in cronologia rovesciata) una avvenuta  ulteriore crescita di consapevolezza dell'autore artefice del recentissimo "Is this the life we really want?".

Che Waters non sia un entusiasta del suo tempo e che aspiri sempre a ricordarci le miserabilia di questo mondo umano non è certo una novità ... ed in fondo è anche per questo che di generazione in generazione l'interesse per la sua prospettiva escatologica claustrofobica e pessimista diminuisce al cospetto di un mondo fatto di velocità e superficiali ( o semplicemente essenziali) valutazioni esistenziali. 

A maggior ragione la cosa si rende evidente quando il "concetto" alla base di questo lavoro è proprio l'indifferenza, la superficialità, l'assuefazione al brutto, al male che l'attuale contemporaneità ci racconta come un valore ormai acquisito da una (o più) generazioni senza più alcuna volontà di combattere, riflettere, giudicare ed indignarsi.

Così ascoltando questa ennesima alienante dissertazione musicale senza speranza ci si confronta nuovamente con il sogno fallito di un'altra generazione, quella post-psichedelica degli anni settanta in cui - grazie all'arte - sembrava possibile evolvere tutto verso una migliore e più giusta percezione dell'umanità (occidentale, ovviamente) ...

Nella feroce verbosità di questo disco è scaricata tutta la rabbia di questa frustrazione esistenziale condita da traumi infantili, senso di onnipotenza giovanile e rassegnazione matura; ovvero tutto ciò che ha caratterizzato la vita dell'autore in questione perché ancora una volta è indispensabile tenere ben presente la forte connotazione autobiografica quando si ascolta una qualsiasi proposta musicale di Roger Waters (con, e soprattutto senza, i Pink Floyd).

La musica? ah già, la musica!
Echi tardo-floydiani (in "Watching TV" gli "echoes" sono addirittura VERI) fatti di grandi cori femminili, rumori alieni, cani abbaianti (quasi fossimo tutti con Paul Newman sul set di "Quintet" di Altmaniana memoria), switching frequenti di canali televisivi (che ci ricorda ancora una delle sue ossessioni già raccontate con il verso scritto ... "sul muro" "I got thirteen channels of shit on the T.V. to choose from"). Certo, Jeff Beck e la sua chitarra si distingue per la sua presenza (per quanto trovo discutibile la scelta di chiedergli di essere più "gilmouriano" dell'originale) ma anche riascoltandolo per l'ennesima volta mi rendo conto che non è la musica ad essere il focus di questo album (per quanto assurdo possa sembrare).

"Amused to death" (apparente omaggio al libro di Neil Postman "Amusing ourselves to death") è un'opera che non lascia spazio alla speranza e paradossalmente pretende di intrattenere l'ascoltatore snocciolando lunghi elenchi di tristi rassegnate riflessioni ... al punto che mi è venuto forte il dubbio che il titolo dell'album abbia più a che vedere con un assonante "I am used to death" ed è in questa prospettiva che ancora oggi lo ascolto con grande rispetto ed attenzione.




giovedì 8 giugno 2017

ROGER WATERS - Is this the life we really want? (2017)























... che strano effetto ...

Era tanto tempo che non ascoltavo un disco di Roger Waters, o forse era tanto tempo che non mi concentravo sulla sua inconfondibile voce "dylaniata" perché magari distratto dall'ambiente floydiano in cui la trovavo immersa nei miei più recenti ascolti (di cui non sarò naturalmente mai stanco e di cui avrò sempre bisogno in determinati momenti).

Così, quando è arrivata "Deja Vù" (la seconda traccia di questo nuovo album) ho avuto la sensazione di ritrovare un vecchio amico alle prese con "nuove sue cose" da raccontare ed è stata una sensazione confortevole e rassicurante (nonostante fin da subito le sue parole si siano manifestate nella sua cruda realtà e certamente non dirette verso una "qualche luce").

Alla fine dopo tanti anni siamo ancora sempre sul registro claustrofobico, nevrastenico, incazzoso ed isterico che tutti gli appassionati del fluido rosa conoscono (o dovrebbero conoscere) benissimo, ma questa volta sembra essere addirittura più autoindulgente del solito, più cupo e rassegnato di altre volte. La sua chitarra acustica è l'ideale per offrire a tutti noi la sua cupa purezza e gli abbondanti archi in arrangiamento sottolineano e dimostrano che l'uomo è cresciuto anche nella dimensione più "formale" della gestione della musica intorno a lui ... ma allo stesso tempo i disturbi elettronici, i rumori d'ambiente, le voci radiofoniche ed i sussurri non identificati ci riportano inevitabilmente ad una forma "disturbata" di poesia ... la SUA ... incredibilmente SUA e per questo in fondo sento di  continuare ad amarlo, per una ostinata e cocciuta coerenza fatta di rabbia e risentimento verso qualcosa/qualcuno di evidentemente irraggiungibile in questa vita ... e non è un caso che la parola "god" sia spesso presente nelle sue liriche.

Non è facile rispondere alla significativa domanda che pone il titolo stesso di quest'album, forse è addirittura impossibile pensare di argomentare a riguardo ... ma preferisco modificare quella domanda trasformandola in "Is this the Roger Waters album we really want?" a cui mi sento di rispondere con uno stentoreo "SI!"

martedì 6 giugno 2017

OCTOPUS - The boat of thoughts (1976)






















... a cavallo tra la prima e la seconda metà della decade aurea del rock progressivo si manifestò un fenomeno decisamente interessante, una evo/involuzione del linguaggio prog documentabile dalla carriera di gruppi sicuramente interessati ad elaborare le composizioni in senso rapsodico e con complessi momenti di alternanza dinamica, ma non talmente complessi come alcuni dei mostri sacri del genere e quindi (forse anche un po' mutuando da certo stile semplice - ma NON BANALE - di certo pop Canterburyano) si fece avanti una generazione di gruppi di "light progressive", meno pretenziosi dei supergruppi ormai in via di estinzione e francamente più accessibili ad un pubblico che manifestava anche il bisogno di sentirsi "confortato" in ascolti non troppo astrusi ed impegnativi.

L'esempio più clamoroso di questo sottogenere musicale del rock è certamente l'albionica band dei Camel di Andrew Latimer e Peter Bardens che in Europa continentale sembrò addirittura fare scuola con quel modo molto educato e mai troppo estremo di suonare il rock elettrico.

E gli OCTOPUS che ebbero l'opportunità di occupare il numero "9" del catalogo Sky Records rivolgevano il proprio messaggio a quel pubblico di adolescenti appassionati dei Camel.

Quanto di positivo (e di negativo) si possa dire della band inglese vale esattamente per questo combo di Francoforte, con l'aggiunta di due critiche non proprio indifferenti: in primis la voce della cantante Jennifer Hensel che cercando di cantare imitando l'inarrivabile Sonja Kristina (Curved Air) in realtà manifesta limiti di intonazione, creatività ed espressione davvero notevoli; in secondo luogo non ci sono grandi individualità tecniche in grado di regalare qualche melodia o qualche assolo superiore ad un esercizio di patronato amatoriale ... alcuni temi "full band" sono sicuramente interessanti, ma la mancanza di elementi distintivi appiattiscono l'intero lavoro.



WOLFGANG RIECHMANN - Wunderbar (1978)























... è già il 1978 quando si fa evidente l'influenza di certa elettronica "di casa" e non è un caso se iniziano a farsi vedere i primi "umanoidi", i primi post hippies elettronici (sulla scia dei Mensch Maschine di Dusseldorf, per capirci).

Riechmann utilizza molti strumenti per seguire una strada sonora molto diversa dalle "macchine" di cui sopra e molto ben inserita nello stile dell'etichetta che nel frattempo si è chiaramente indirizzata alla produzione cosmico-minimale elettronica sfornando dischi di indubbio interesse e valore artistico.

La dimensione "cosmica" rimane la cifra stilistica principale di questo "Wunderbar" che poco si discosta quindi da lavori di altri compagni di etichetta (quali ad esempio Nik Tyndall) ma il risultato qui proposto è assolutamente degno di ascolti dedicati (sempre che si sia interessati alla ben nota e già citata krautica cosmicità, ovviamente).



HARLIS - Harlis (1975)






















...l'avventura Sky Records GmbH inizia nel 1975 con questo album di puro hard rock (all'americana!) di questa band chiamata Harlis e prodotta da Gunter Korber e Conny Plank.

Il tutto non potrebbe essere più lontano da quello che poi sarebbe stato la direzione stilistica della label, ma è curioso ed interessante allo stesso tempo ascoltare quanto "internazionale" fosse sentito il linguaggio del "rock" in una più che evidente marcata matrice  americana.

I brani risultano gradevoli e ben arrangiati, proposti con un inglese-germanico non particolarmente brillante, ma evidentemente in quei giorni la cosa non rappresentava certo un problema credendo ingenuamente che il mercato inglese avrebbe accettato qualsiasi interpretazione del proprio idioma per concentrarsi sulla proposta musicale in generale (ma così non fu né allora e nemmeno in tempi più recenti, salvo occasionali eccezioni, per qualsiasi produzione al di qua della Manica).

E' bene comunque ricordare che nel 1975 il vento stava già cambiando verso una forma di rock più elementare e crudo ed il punk era già alle porte pronto a devastare il barocco panorama progressivo prima di aprire la strada per la cupa stagione della new wave (elettrica ed elettronica di fine '70) ed è quindi facilmente comprensibile che prodotti come questo (e molti altri in quel momento) non potessero aspirare ad un riconoscimento consistente da parte di un pubblico che (ri) cominciava a dipendere solo ed esclusivamente dalle "tendenze" discografiche diventando definitivamente eterodiretto nei gusti e nelle scelte.



MICHAEL ROTHER - Flammende herzen (1977)






















... l'ex NEU (anche se molti dimenticano la sua breve partecipazione nel 1971 con Klaus Dinger ai primi Kraftwerk del solo Florian Schneider ancora in via di definizione) inaugura la sua collaborazione con la Sky Records GmbH registrando nella seconda metà del 1976 questo album in compagnia di Jaki Liebezeit (CAN).

E' la celebrazione del suo tipico chitarrismo, fatto di suoni straordinariamente curati (siano essi "puliti" - quasi "frickiani" - o caratterizzati dalla distorsione "fuzz" propria dei pedali a disposizione in quei giorni) e dei suoni ovattati di batteria .... un vero marchio di fabbrica dei NEU! che erano stati.

Tastiere minimali e temi di chitarra semplici, elementari ed armonizzati quasi sempre per quinte inseriti in contesti dalla ritmica costante a mero supporto, oppure raccolti in brevi flussi senza tempo marcato in una dimensione quasi "eniana" tipica di lavori quali quelli contenuti in "Another green world".

Per me personalmente questo è il VERO suono "Krautrock", quello ingenuo, sincero ed onestamente originale che - pur senza raggiungere le vette creative di Faust, Kraftwerk o CAN - merita un posto di rilievo in quella stagione musicale mondiale di fine anni settanta.

Da ascoltare e riascoltare


PHANTOM BAND - Freedom of speech (1981)






















 
 
... l'uscita numero 65 della Sky Records GmbH raccoglie il lavoro di uno tra i più quotati protagonisti della scena musicale germanica degli anni '60 e '70 ... ovvero quella straordinaria macchina da ritmo chiamata Jaki Liebezeit, vera portante essenziale del suono dei mitici CAN (assieme al basso lunare di Holger Czukay).

Dopo aver realizzato nel 1980 un primo album con questo progetto in compagnia di Rosko Gee (altro collaboratore del progetto CAN), il suono della banda fantasma si evolve verso un'essenzialità quasi minimale vicina allo zeitgeist sonoro di "certa" oscura new wave qui però scevra dell'elemento ritmico meramente elettronico (e del resto con uno come Liebezeit ai tamburi, sarebbe stato davvero sacrilego l'uso di una qualsiasi "drum machine" elettronica.

"Freedom of speech" quindi non nasconde una certa attenzione verso una tendenza popolare fatta di "cassa-in-quattro" ma allo stesso tempo non rinnega il dna krautico ossessivo tipico di quel sistema sonoro spaziando anche volentieri in direzione di un quasi-ambient post psichedelico.



SHAA KHAN - The world will end on friday (1977)

.. la Sky Records GmbH principalmente viene ricordata per essere stata una vetrina cosmica, un laboratorio di suoni proiettato verso lo spazio infinito, ma in realtà l'etichetta di Gunter Korber fin dalle sue prime uscite ospitava nel catalogo band di solido rock krautico (sia hard rock che pseudo progressive) e Shaa Khan sono infatti un eccellente esempio di questo aspetto editoriale.

Fatalmente il "lato rock" dell'etichetta non aveva certo le caratteristiche originali della via cosmica quanto piuttosto una dimensione fin troppo derivativa da quanto proveniente dall'Inghilterra permeasse il mercato discografico germanico.

Per certi versi comunque quanto spesso definito come "Kraut rock" ha avuto una "sua" caratteristica peculiarità che lo rende facilmente riconoscibile agli ascolti attenti per la sua apparentemente inevitabile matrice "floydiana" mescolata con suggestioni più romantiche provenienti da esperienze più marcatamente progressive.

In questo caso specifico la band in questione, nata essenzialmente con un repertorio di covers dei Deep Purple e Led Zeppelin, si è ben presto evoluta nella direzione di altre band quali Ufo, Nektar o Earth & Fire, verso un progressive piuttosto leggero ravvivato e drammatizzato soprattutto dall'uso delle doppie voci alternative nel canto.

"The world will end on friday" è un disco che ha probabilmente il suo momento migliore proprio nel visionario titolo e nel conclusivo brano intitolato "Seasons" e sicuramente non è da considerarsi "patrimonio dell'umanità", ciò nonostante ricorda che anche di questa musica si è cibata la nostra generazione di riferimento nelle lande germaniche.

ADELBERT VON DEYEN - Nordborg (1979)

... è uno dei dischi che contribuiscono a raccontare la stagione musicale europea vissuta alle porte del cosmo, o almeno di quello che veniva percepito come tale al di fuori della visione britannica dello stesso.

Nella sua semplicità, staticità, algidità ed ingenuità, "Norborg" nelle sue due lunghe suites è un perfetto documento di quel sogno siderale che sembrava aver convinto molti musicisti ad intraprendere lunghi viaggi sonici in compagnia di minuscole macchine sonore (spesso manovrate con una evidente inesperienza) alla ricerca di nuovi  possibili paesaggi e nuove verità da riportare su questo terzo sasso dal sole.

Che lo si ritenga riuscito o meno, l'esperimento di Von Deyen (il secondo per la Sky di Gunter Korber) permette di tornare a ripensare a quella stagione, a rivalutarne pregi e limiti, soprattutto nella netta percezione di "quanto poco" bastasse per evocare spazi e distanze prima dell'avvento della moderna riduzione di tempo e distanze generata dalle nuove tecnologie (e dal nuovo behaviour globale).

DIETER MOEBIUS, CONNY PLANK, MANI NEUMAIER - Zero Set (1983)






















... e dopo succede anche che a distanza di anni si scopre che molto di quanto emerso grazie alla genialità di qualcuno fosse in realtà frutto di "altre semine".
Un'eventualità questa che nella musica accade spesso proprio per la natura stessa di questa meravigliosa forma d'arte che evolve il proprio linguaggio a prescindere dall'esposizione pubblica e dalla fortuna dei protagonisti coinvolti.

E' il caso di questo album prodotto dalla Sky Records nel 1983 (registrato nel 1982) ad opera di Conny Plank, Dieter Moebius e Mani Neumaier, musicisti della scena "kraut" germanica e protagonisti a differenti livelli di una scena creativa che in europa non ha avuto pari, seconda solo ad Albione, vera ed inaccessibile patria della musica di fine secolo scorso.

"Zero Set" è uno straordinario spaccato della musica elettro-pop made in deutschland contaminata da influenze soniche provenienti da tutto il globo terrestre con un sound originale e capace di competere ampiamente con le divagazioni più colte (o ritenute tali) di paladini riconosciuti della contaminazione sonora quali Brian Eno e David Byrne.

Un disco tra i migliori prodotti dall'etichetta dell'ex Brain/Metronome Gunter Korber, una label che pur nella sua ingenuità fondo ha saputo documentare una visione entusiastica di una scena musicale innamorata di sé stessa tanto quanto impegnata a trovare una via alternativa al business discografico imperante d'Inghilterra.