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giovedì 3 febbraio 2022

TITO SCHIPA JR. - "Orfeo 9" (1973)















qualche giorno fa il mio abituale "suggeritore" in/volontario d'ascolti preferito (il fratello sonico Andrea) ha postato sulla sua pagina questo reperto davvero storico ... e mi sono subito mi ricordato che, allora tredicenne e per qualche oscuro motivo, mi sono davvero ritrovato davanti alla televisione di casa (rigorosamente in bianco e nero) ad assistere a qualche scena di questo "non ben identificato" programma visionario e che, con curiosità maldestra, avevo annotato sul mio diario di post-adolescente il nome di "Tipo Schioppa" per un eventuale approfondimento futuro. In tempi non globalizzati però era difficile avere facilmente informazioni da reperire velocemente e sicuramente sono stato immediatamente distratto dalla straordinaria quantità e qualità dei suoni e delle idee musicali che provenivano d'altrove, (anche se mi era sempre rimasto impresso quel bizzarro nome - purtroppo storpiato - scritto sul mio diario).

Proprio quel ricordo maldestro mi ha portato, successivamente ed in tempi più recenti, a riascoltare il doppio disco di questa italica "opera rock" rimanendone molto colpito più dall'aspetto "antropologico" che da quello prettamente artistico (più o meno lo stesso effetto che mi ha fatto riascoltare "MU" di Richard Cocciante (!) che all'epoca, nonostante l'inflazionata e psichedelica sua copertina campeggiasse nelle vetrine dei negozi di dischi locali, non avevo ovviamente provveduto ad acquistare).

A distanza di tutti questi anni (50!) e considerate le esperienze d'ascolto nel mondo dei suoni intercorse nello stesso arco di tempo, la visione dell'intera operina mi ha realmente incuriosito e - per certi versi - perfino colpito per alcune sue caratteristiche che definire "visionarie" potrebbe sembrare eccessivo, ma che a conti fatti illuminano con una forza poderosa la nicchia creativa post-cattolica del movimento (pop)progressivo di inizio anni settanta italico.

"Avanguardia da parrocchia" (absit iniuria verbis) avrei pensato in maniera molto manichea qualche anno fa, ma ripensandoci invece mi sono sentito molto "solidale" con lo sforzo mastodontico messo in opera da Tito Schipa ed il suo gruppo di coorti per dare credibilità ad un libretto d'opera moderna in un'Italia ancora permeata dalla cultura post-bellica e solo all'inizio del suo reale ricongiungimento con l'arte giovanile che da anni ormai si stava affermando oltre i nostri confini.

Al netto di alcune scelte ingenue e grossolane, la vertigine discendente dell'esperienza del qui presente Orfeo errante è gravida di riferimenti al mondo classico che vengono via via modellati e riadattati al "nuovo linguaggio" emergente (altrove) con l'esplicito intento di provare a creare suggestioni in grado di ridefinire la nuova cultura giovanile italica portando al suo interno una apparente sfrontatezza concettuale (la psichedelia, le droghe, il bad behaviour, il protesta contro il mondo dei "matusa") ed una più consolidata tradizione narrativa "da operetta" pop.

Il risultato ottenuto da questa impostazione porta lo spettatore (contemporaneo) ad una visione in modalità "roller coaster", continue montagne russe di retoriche metafore e tentativi di colta manifestazione post-cattolica del superamento di un "Dio" ben amministrato da un Vaticano particolarmente potente nelle commissioni di censura artistiche allora contemporanee. La storia di per sè potrebbe sembrare davvero "poca cosa" e la sua trasposizione scenica/cinematografica potrebbe risultare ancora meno interessante se non fosse per numerosi sprazzi di ingegno creativo che - sebbene oggi possano sembrare ingenui e banali (troppo facile affermarlo adesso pero!) - in realtà riescono a trasmettere con efficacia il messaggio desiderato.

Sorprende (fino ad un certo punto, ovviamente) la presenza di Loredana Bertè nel "coro greco" che accompagna la narrazione della storia e stupisce (sempre fino ad un certo punto) la performance di un Renato Zero ancora incendiario ed efficacemente nella parte, prima di diventare icona parallela di una gaudente generazione di "ribelli senza impegno culturale".

Una visione consigliatissima a cui sarebbe interessante aggiungere una "discussione post proiezione" contemporanea ... ne sentiremmo davvero delle belle.

lunedì 28 dicembre 2009

BABY WHALE - The downhill climb (1973)



Un bel disco di progressive-folk talvolta nella falsariga di gruppi come i più famosi Curved Air (grazie alla presenza comune del violino e della voce feminile predominante) ma talvolta anche originalmente spostati verso un country-folk, quando non addirittura direttamente bluegrass, americano (forse grazie alle origini proprio della cantante Anne Baker).

L'insieme di suggestioni popolari qui presenti fanno di questo album un interessante raccolta di alcune delle possibili variazioni sul tema folk prese in esame nella scena anglosassone in una stagione musicale così ricca di fermento e creatività applicata alle tradizioni (vicine o lontane indifferentemente).


martedì 22 dicembre 2009

AGITATION FREE - 2nd (1973)



Soprannominati da qualcuno (con una certa malizia ma non senza motivo) "The Kraut Floyd" questa band della zona ovest di Berlino ha avuto la massima visibilità all'inizio degli anni settanta, sulla scia della psichedelia oppiacea (naturale) e la cultura post-hippie che in Germania aveva avuto sicuramente maggiore diffusione che non addirittura nella stessa Gran Bretagna.

La seconda uscita discografica di questa band si lascia ascoltare ancora oggi con grande piacevolezza grazie all'elemento sonoro sempre fluttuante tra un'assolo ed un climax ritmico armonico (spesso di sapore vagamente mediorientale) tipico di una certa fluidità (o bisognerebbe dire ... Floydità) comune dell'epoca, con la curiosa ma efficacissima aggiunta di suoni elettronici (del brillante Michael Hoenig) che contribuiscono a creare parallele atmosfere aliene in grado di offrire importanti soluzioni di continuità all'altrimenti monotono schema psichedelico-californiano della "song-with-no-end".


A EUPHONIUS WAIL - A euphonious wail (1973)



Muscoloso gruppo rock made in USA rimasto pressochè sconosciuto anche in patria.

Eppure avevano tutte le carte in regola per fare la loro buona carriera questi ragazzi di Santa Rosa (California), suono massiccio, due voci talentuose (man/woman) e soprattutto uno spirito di gruppo che potrebbe ricordare molte altre band contemporanee (immaginate degli Iron Butterfly leggermente meno pesanti ed oscuri).

Ma si sa qualche volta il destino di una band è nelle mani del "momentum" ... perso quello, è quasi sempre impossibile recuperarlo, il treno della fortuna nel mondo della musica rock, se passa ... lo fa solo in una occasione.

Consiglio l'ascolto di questo album soprattutto per la qualità degli arrangiamenti di chitarra e tastiera, senza dubbio eccellenti.

lunedì 21 dicembre 2009

TRAFFIC - Shoot out at the fantasy factory (1973)



Non sarà forse il disco più riuscito di Winwood & C ma, se ascoltato con la giusta disposizione d'animo, ancora a distanza di tempo riesce ad avere dei momenti brillanti e degni della storia di un gruppo che ha alternato capolavori a pericolose derive scarsamente ispirate.

La voce filtrata con un banale (ma efficacissimo) "phaser" nella title-track è solo uno degli esempi che rendono bene l'idea della raffinata potenzialità creativa della band, esattamente come - al contrario - le eccessive ridondanze e ripetizioni musicali che sembrano allungare e diluire eccessivamente alcuni brani sono il manifesto palese di una certa difficoltà nello sviluppare ed evolvere maggiormente un'idea qualsiasi.

Nel sound generale sono ovviamente sempre più in grande evidenza le percussioni di Rebop mentre risulta più sommesso il sax di Chris Wood che (nonostante il suo - peraltro onestamente trascurabile - contributo compositivo con il brano "Tragic magic") non sembra proprio in grandissimo spolvero.

Forse - alla fin fine - la chiave di tutto sta proprio nel brano intitolato "(Sometimes i feel so) Unispired" che onestamente vede Steve Winwood raccontare con grande sincerità una fase piuttosto contraddittoria della storia sua personale e - di conseguenza - del gruppo, ponendo lperò contemporaneamente le basi della clamorosa (seppur effimera) rinascita creativa del gruppo avvenuta con la pubblicazione del successivo album in studio (dopo il mediocre doppio live "On the road") "When the eagle flies" poco più di un anno dopo.


mercoledì 2 dicembre 2009

SPLIT ENZ - The beginning of the Enz (1979)



Breve pubblicazione antologica (solamente 29 minuti scarsi) delle prime realizzazioni discografiche della band immediatamente prima della svolta elettrica rappresentata dalla registrazione ufficiale di MENTAL NOTES nel 1975 (con la band strutturata ormai professionalmente).

In questo prezioso album è contenuto il materiale che documenta la dimensione acustica della primissima idea degli SPLIT ENDS, voluti da Tim Finn, Jonathan Chunn e Philip Judd.

(01) - SPLIT ENDS (aprile 1973)
Accompagnati dal violino di Miles Golding e dal flauto di Mike Howard ecco le prime idee acustiche del trio Judd/Finn/Chunn pubblicate nel 1973 nel tentativo di iniziare una carriera professionistica. Ballatina quasi folk molto frizzante ed allegra.

(02) - FOR YOU (aprile 1973)
Ancora nella formazione con violino e flauto (ma con la batteria di tale Div Vercoe) una canzone del primo Finn sicuramente, ma con un curioso impasto vocale ed uno sviluppo vagamente prog sebbene acustico. Si capisce la passione per i MOVE inglesi e certe sonorità di quello specifico giro (anche la prima ELO). Forse ingenuo, ma interessante.

(03) - 129 (novembre 1973)
Qui iniziano le prime tracce dell'avventura che sarà ... infatti 129 è il primo titolo del brano che poi diventerà 'Matinee Idyll' (senza poi tante modifiche, tra l'altro) e l'atmosfera è già evidentemente SPLIT ENZ. Interessante l'uso degli archi e dei fiati in generale per un arrangiamento piuttosto insolito, che successivamente verrà sviuppato con la band in modo molto personale.

(04) - HOME SWEET HOME (ottobre 1973)
Una bella canzone psichedelica ma allo stesso tempo molto ben costruita, qui la band è quasi completa con Wally Wilkinson, Rob Gillies e Geoff Chunn (fratello di Jonathan) alla batteria. Echi di GENESIS lontani ed ancora qualcosa di brit-psychedelia.
Avrebbe dovuto essere il nuovo singolo della band, ma incomprensibilmente viene lasciato nell'archio della casa discografica.

(05) - SWEET TALIKG SPOON SONG (novembre 1973)
Sulla vena acustica di '129' questo brano dallo stile volutamente cabarettistico ed old-fashioned. Secondo singolo di discreto successo nell'area del continente australiano che dimostra anche una certa scelta promozionale di humour clownesco in parte del repertorio.

(06) - NO BOTHER TO ME (1974)
Oscura concept-song più impegnata di Tim Finn perchè complessa nell'organizzazione armonica per le tantissime influenza facilmente identificabili, dal prog al country al soul al glam ... un interessante guazzabuglio.

(07) - MALMSBURY VILLA (1974)
Inevitabile ulteriore clownerie a corredo dell'atteggiamento pubblico promozionale apparentemente 'fuori di testa' della band mentre l'organico si è ulteriormente espanso giungendo ad avvalersi del nuovo acquisto Eddie Rayner che rinforza in maniera incontrovertibile l'impianto musicale generale.

(08) - LOVEY DOVEY (1974)
Prima versione del brano che figurerà poi solamente nell'album di esordio euroepeo, intelligentemente recuperata da una delle tante felici intuizioni di Phil Manzanera.

(09) - SPELLBOUND (1974)
Non molto diversa dalla versione che comparirà l'anno successivo nel primo album downunder (e d'altronte i musicisti e l'idea è esattamente la stessa) se non per qualche battuta in più e per una sostanziale variazione sul cantato (che qui è a cura di Tim Finn .... mentre nell'album canterà - in modo completamente diverso e stravolto - Phil Judd).


martedì 17 novembre 2009

DAEVID ALLEN - Gong on acid 1973 (2006)



Questo è davvero un bizzarro documento (uscito solo recentemente per la collana BANANAMOON OBSCURA voluta e gestita autonomamente dallo stesso Allen).

Si tratta una pubblicazione di "archivio" dove Allen in pieno "acid trip" "manipola creativamente" nastri magnetici stratificando tra loro droni cupi e ossessivi, voci filtrate e misteriose (per lo più di conversazioni "acid-enhanced" e registrate durante le sedute di ANGEL's EGG), frammenti di esecuzioni musicali e di interviste incomplete, in una forma di cut-up continuo e maniacale che per oltre un'ora accompagna l'ascoltatore verso varie zone della psiche individuale stimolate dalle audio-acrobazie percepibili durante l'ardito ascolto.

Difficile giudicare questo esercizio concettuale di Allen come un documento davvero correttamente relato all'attività della band in sè (e non invece una rilettura deviata del suo protagonista e padre concettuale principale), ma è di innegabile fascino la sovrapposizione multipla degli elementi sonori, dell'innumerevole quantità di audio-frattali che, se ascoltati in questo contesto parcellizzato, mettono in chiara luce analitica le componenti essenziali di quel magicko suono.

Questo album è quindi una composizione "astratta" dove l'ormai maturo Allen ri-utilizza tutta la tavolozza di "audio-colori" che hanno reso unico il progetto GONG negli anni del suo massimo splendore onirico e creativo.

mercoledì 11 novembre 2009

MIKE OLDFIELD - Tubular bells (1973)



... ovvero la favola del brutto anatroccolo.

TODD RUNDGREN - A wizard / A true star (1973)

Ci risiamo con il periodo d'oro (sebbene per ammissione dello stesso protagonista troppo "chimico") di Todd Rundgren.

Difficile giudicare con il senso "estetico" le spinte creative indotte dal "behaviour" psichedelico perchè al comune ascoltatore si presenta una tale rivoluzione sonora da lasciare sconcertato e - cosa più importante - "stupefatto" (sic!).

La travolgente magia di AWATS sta proprio tutta in questo elemento dello stupore in cui ci si trova nel sentire accostate tra loro suadenti melodie innocenti della tradizione - commerciale - made in USA ad apparenti demenziali vertigini sonore in un contesto filtrato da continue manomissioni elettroniche. Un case emblematico è proprio una delle canzoni simbolo dell'innocenza Disneyana ("Never never land" di Peter Pan) letteralmente imprigionata da una cornice di suoni malati e troppo artificialmente variopinti per rappresentare uno scenario "stabile" in cui inserire le certezze (benchè comunque visionarie) di un qualsiasi anche improbabile Peter Pan.

Ma questa sostanziale schizofrenica condizione accompagna l'ascoltatore per tutto l'album (soprattutto durante la prima facciate, caratterizzata dalla "suite" intitolata 'International feel') costringendolo a passare attraverso concrezioni sonore clautrofobiche ed ansiogene ("Dogfight giggle") a canzoncine apparentemente più "normali" ("You don't have to camp around") che comunque ricordano l'allora ancora recente trascorso "pastiche/glam" del Rundgren di SOMETHING/ANYTHING.

In realtà però ogni singola canzone di questo disco è un universo a sè stante, fatto di mille colori ed emozioni ("Flamingo" con la sua costruzione alienata ed elettronica nasconde in poco più di 2 minuti e mezzo una poesia che ben pochi avrebbero saputo creare).

Un ulteriore elemento di interesse è dato dal fatto che le canzoni sono essenzialmente tante brevi cangianti digressioni acustiche, mentre i brani più "corposi", ovvero quelli che superano in modo convincente la durata di 3 minuti, sono alla fine solamente cinque ed in un contesto così caleidoscopico sembrano esse stesse delle interminabili splendide suite (tra tutte la memorabile "Zen Archer", vero e proprio manifesto di QUEL Todd capace di lasciare la scena al suono globale presenziando il tutto con poco - ma eccellente - lavoro chitarristico).

L'inevitabile influenza della musica soul ritorna prepotentemente nella seconda facciata dell'album con l'elaborata e super arrangiata "Sometimes i don't know what to feel" ed il raffinato medley "I'm so proud / Ooh Baby / La La means I love you / Cool jerk" fino al definitvo memorabile finale del manifesto toddiano "Just one victory":


"We've been waiting so long,
we've been waiting for the sun to rise and shine
Shining still to give us the will
Can you hear me, the sound of my voice?
I am here to tell you I have made my choice
I've been listening to what's been going down
There's just too much talk and gossip going 'round
You may think that I'm a fool, but I know the answer
Words become a tool, anyone can use them
Take the golden rule, as the best example
Eyes that have seen will know what I mean

The time has come to take the bull by the horns
We've been so downhearted, we've been so forlorn
We get weak and we want to give in
But we still need each other if we want to win

Hold that line, baby hold that line
Get up boys and hit 'em one more time
We may be losing now but we can't stop trying
So hold that line, baby hold that line

If you don't know what to do about a world of trouble
You can pull it through if you need to and if
You believe it's true, it will surely happen
Shining still, to give us the will
Bright as the day, to show us the way
Somehow, someday,

we need just one victory and we're on our way
Prayin' for it all day and fightin' for it all night
Give us just one victory, it will be all right
We may feel about to fall but we go down fighting
You will hear the call if you only listen
Underneath it all we are here together shining still"


...ovvero una lucida, moderna (forse ingenua) preghiera che ha una significativa valenza di contenuto indipendente da un qualsiasi eventuale stato di alterazione "chimica" della creativita indotto nel suo straordinario autore.

A WIZARD A TRUE STAR è un altro disco destinato a cambiare la percezione musicale (soprattutto se incontrato in fase adolescenziale), mettendo l'ascoltatore in condizione di percepire una lettura trasversale del concetto di "canzone" moderna senza per questo diventare vittima della spesso troppo abusata "incomunicabilità d'autore" tipica di una certa "artistry" con atteggiamento snob.

Insomma ... un disco che AMO!

martedì 10 novembre 2009

PINK FLOYD - The dark side of the moon (1973)



... non male ... bravini ... faranno strada!

martedì 3 novembre 2009

KING CRIMSON - Berkeley CA (1973.06.16)



DGMLive aggiunge un ulteriore tassello alla già ampia documentazione live della prima parte degli anni 70 datata giugno 1973 in occasione del tour relativo all'uscita di LARKS' TONGUES IN ASPIC.

La sorgente sonora originale di questa audio-proposta è un bootleg dell'epoca (già ampiamente famoso tra gli appassionati del genere) solo parzialmente (ma efficacemente) riveduta e corretta grazie alla perizia e alla passione di Alex Mundy in DGM.

E' comunque onestamente un mistero/peccato che non esista una registrazione professionale di questo concerto dal momento che è più che notorio il fatto che all'epoca la band fosse dotata di attrezzatura per registrare i concerti (data la massiccia produzione contenuta in THE GREAT DECEIVER ad esempio).

Il doversi accontentare della tipica qualità fangosa del "suono bootleg" dispiace ancora di più data l'incredibile performance del gruppo (in evidente serata di grazia) così ricca di spunti innovativi, di energia e della inimitabile "spezia crimsoniana" che rende QUEL SUONO e QUEL MOMENTO CREATIVO unico ed inarrivabile.

Verrebbe da dire che il concerto di Berkeley è probabilmente PIU' ISPIRATO di tante altre uscite postume e che - solo per fare un esempio - la versione di "Larks tongues in aspic part I" è probabilmente in assoluto la più straordinaria dopo l'originale in studio. Anche "Easy money" risulta qui intensa come non mai ... e se penso di averne sentite almeno un centinaio di versioni ... non credo di ricordare un John Wetton così "in palla" (soprattutto con il basso).
Notevole anche Bruford (capace di riprodurre da solo il possente suono delle percussioni di Jamie Muir in tutto il set) ed un sorprendente Cross (in particolare nel progressivo crescendo di "The talking drum" e nelle due parti di "Lark's tongues in aspic").

Su tutto, poi, merita poi una citazione speciale la versione esplosiva di "21st Century schizoid man" vero e proprio INNO del gruppo che qui - e comunque nonostante le differenti formazioni che lo hanno eseguito rimane il tassello fondamentale del concetto crimsoniano stesso - davvero conferma l'impressionante potenza espressiva di questo quartetto.

Fripp poi ha qui il potere datogli probabilmente da una asoluta padronanza del suo suono di allora e forse - ma è una mia ipotesi - da QUEL PARTICOLARE MOMENTO in cui non è ancora stanco della routine generata dalla professione, dalla "road fatigue" (che lo avrebbe indotto solo qualche mese dopo ad abbandonare tutto).

Il potere di Fripp è nella scelta di spostare il suo stesso modo di suonare a seconda dell'ispirazione del momento, portandosi dietro tutto il gruppo ... ed infatti - come spesso è accaduto durante quella tournee - i momenti "sonici" più clamorosi avvengono quando il quartetto si lancia in improvvisazioni totali senza schema precostituito con strutture sempre cangianti ed in divenire (la seppur breve improvvisazione proposta durante questo set è semplicemente straordinaria).

E' più che evidente che questo concerto è l'ennesima dimostrazione di una musica "giovanile" portata alla massima potenza espressiva "progressiva".

venerdì 30 ottobre 2009

GONG - Angels egg (1973)



La storia continua, così come le avventure dell'eroe Zero.

Dal momento che in questo secondo capitolo della trilogia a trama si fa un po' più intricata e mistica, di conseguenza anche la dimensione sonora acquisisce una ulteriore sfumatura di colori, grazie anche all'apporto del nuovo batterista Perre de Strasbourg (al secolo Pierre Moerlen) a ad una maggiore libertà espressiva del talento di Steve Hillage.

Aumenta anche la "verbosità" del contenuto ma, a conti fatti, l'operina rimane comunque piuttosto equilibrata ed intrigante nel suo incedere lungo le due facciate del vinile (perchè questo riascolto è effettuato con quella vetusta tecnologia).

"Hare Hare supermarket - Hare hare London Bus" è l'invocazione iniziale dell'eroe Zero che introduce il suo racconto della sua stessa perdita di riferimenti e del suo viaggiare senza rotta nel suo universo (forse) parallelo.

Forse la storia merita un riepilogo:

"Nel capitolo precedente (the flying teapot) Mista T Being, allevatore di maiali ma egittologo di passione, acquista un'orecchino magico dal bizzarro antiquario Fred The Fish.
L'anello di fatto è un apparecchio ricevente collegato all'emittente pirata Radio Gnome Invisible che trasmette dal pianeta Gong. Sconvolto da questa scoperta, Mista T Being viene accompagnato da Fred The Fish in Tibet per incontrare l'entità in grado di svelare i misteri di questo fenomeno ovvero il "gurubirra" Banana Ananda che vive in una grotta tra le montagne. Durante l'incontro Banana Ananda intona il suo mantra "Banana Nirvana Mañana" e finisce per ubriacarsi di birra Foster's.
Cambio scena e l'ineffabile Eroe Zero, del tutto estraneo a qualsiasi vicenda, improvvisamente incontra a Charing Cross Road una delle teiere volanti che provengono dal pianeta Gong .... dove tutto intorno volteggiano questi piccoli personaggi verdi dal copricapo a punta sorretti da una piccola elica che li mantiene sospesi (Pot Head Pixies).
Zero decide di seguire Cock Pot Pixie, uno degli omini verdi, alla ricerca di ... non si sa bene cosa, ma viene distratto molto presto da una micia che gli offre benevolmente e generosamente il suo cibo fatto di pesce e patatine. La verità è che la micia altri non è che la benevola strega Yoni che con il cibo sommisistra a Zero una sua pozione magica."

In questo secondo capitolo invece

Zero si addormenta per l'effetto della pozione e si ritrova lui stesso a volteggiare nello spazio senza meta. Dopo aver impaurito Capitan Capricorn, pilota spaziale incontrato per caso, riesce a localizzare finalmente il pianeta Gong e dopo esservi giunto, si intrattiene a lungo con una locale prostituta che a sua volta lo presenta a Selene, la dea della luna.
Zero continua ad essere sotto l'influenza della pozione magica di Yoni e per questo motivo viene introdotto ai misteri della tecnologia dei Pot Head Pixies (chiamata "Glidding") che permette alle Teiere Volanti di vagare nello spazio.
Grazie a questa familiarità, Zero viene addirittura accompagnato nel Tempio Invisibile del Pianeta Gong, luogo sacro e misterioso. Nel tempio, a Zero viene mostrato l' Uovo Dell'Angelo ovvero l'incarnazione dei Dottori Delle 32 Ottave (diretti discendenti della Grande Cellula Divina). Al cospetto dell'Uovo Zero viene informato di una grande rivelazione: presto sulla terra si riunirà una grande comunità di Freeks organizzata proprio dai Pot Head Pixies. Ed uno dei momenti fondamentali di questa riunione sarà una grande festa contraddistinta da un grande evento concertistico, durante il quale lo Switch Doctor (ovvero l'incarnazione terrestre di uno dei Dottori delle 32 Ottave, che vive proprio vicino a Banana Ananda in un rifugio segreto chiamato Invisible Opera Company Of Tibet) impartirà speciali istruzioni ai componenti della band GONG in modo da far apparire l'occhio della consapevolezza in tutti gli astanti, iniziando sulla terra l'era della New Age."


Flip!

GONG - Flying teapot (1973)



Ed ecco - inevitabile ri-ascolto - il primo capitolo della saga avventurosa di Zero the Hero e le teiere volanti pilotate dai Pot Head Pixies.

Per capire appieno l'impatto di questo album bisognerebbe utilizzare una macchina del tempo e portare tutte le nuove generazioni al lontanissimo 1973 perchè in quel modo diventerebbe chiarissima e limpida la luce nuova portata nel mercato della musica (cosiddetta) impegnata ed intelligente da questo consesso di freaks.

Il disco in sè è certamente più serio e concettuoso del precedente "Camemebert Electrique" pur nel suo ridicolo raccontare la visionaria storia degli omini verdi e delle loro teiere provenienti dal pianeta Gong e guidati nelle rotte da seguire dalla voce madre della Radio Gnome Invisible.

La tavolozza di audio-colori che contraddistinge questo primo capitolo della saga risulta arricchita principalmente dalle chitarre di Steve Hillage e Christian Tritsch e dalle sonorità "fumose" elettroniche di Tim Blake, anche se a recitare la parte del leone qui è ancora il suono di Good Count Bloomdido Bad De Grass (Didier Malherbe) in grado di marchiare in modo indelebile ed inequivocabile l'intero paesaggio sonoro presente.

Memorabili ed indimenticati momenti di questo disco sono "Flying teapot", "The Pot Head Pixies" e la evocativa e definitiva (per comprendere il "suono GONG") "Zero The Hero & The Witch's Spell".

Altro disco che riascoltato dopo tanti anni non perde il suo fascino e contribuisce ad alimentare una certa qualche nostalgia per un'epoca trascorsa troppo velocemente ed altrettanto tropppo velocemente cancellata dalla vendetta dell'industria discografica late 70's.

giovedì 29 ottobre 2009

ALEX - Alex (1973)



Eccellente (a tratti addirittura superba) deriva musicale dove il Kraut-rock (scuola CAN) incontra la musica orientale, in un connubio non meditativo fine a se stesso (come talvolta è capitato a certi episodi di bands come gli EMBRYO), quanto piuttosto estremamente dinamico e pulsante.

Alex Wiska è chitarrista di Colonia appassionato della musica mediorientale e delle ipnotiche e magmatiche sonorità dei connazionali (e concittadini) CAN e quindi chiede ovviamente aiuto alla macchina umana del ritmo CAN per eccellenza, ovvero JACKI LIEBEZEIT, di contribuire con il suo stile inconfondibile al massiccio supporto ritmico necessario.
Con l'occasione chiede cortesemente anche la supervisione alla registrazione di un certo HOLGER CZUKAY che non solo accetta l'incarico, ma diviene di fatto il produttore del progetto che vede ovviamente la sua realizzazione finale proprio presso gli INNER STUDIOS (e come poteva essere altrimenti?).

Da queste piccole informazioni appare quindi chiaro che un appassionato dei CAN non può esimersi dall'ascoltare questa esperienza sonora che, benchè certamente "freakoid" in direzione orientale (voluta fortemente da Wiska), risulta allo stesso tempo assolutamente interessante per la forte personalità dei musicisti coinvolti in grado di portare un contributo spaventoso in termini di qualità creativa.

Alex non è Damo (infatti canta in inglese testi di pace, fratellanza e consapevolezza) ma il suo stile vocale non è per nulla trascurabile ed è una piacevole ulteriore sorpresa nel contesto.
Alex non è Michael perchè usa prevalentemente il saz e la chitarra acustica, ma ciò nonostante è dotato di grande sensibilità nella modulazione delle (pur se limitate) armonie orientali proposte. Ci sono dei momenti in cui sembra quasi voler provare a trovare ispirazione nelle sonorità del folk americano mescolandole a melodie lontane ... e in questo risulta acrobaticamente curioso.

Altrettanto acrobatico quando Wiska inizia a fare il folksinger a-la-Dylan con tanto di armonica ma accompagnandosi al saz (... ed armonica e saz sono davvero duri da integrare) il che è davvero bizzarro (ed è un eufemismo).

A conti fatti, sono molti i momenti interessanti contenuti in questo esordio discografico e sono anche comprensibili alcune stravaganze dettate probabilmente dal tentativo di inventare qualcosa di nuovo a tutti i costi.

Musico-logicamente Consigliato!

GENESIS - 1970 - 1975



Il pezzo forte di questa collezione non è certo l'ennesima versione della pur bella "Happy the man" o dell'incompresa "Twilight alehouse" e nemmeno le monotone BBC sessions (fatta eccezione per un brano come "Let us now make love").

Il vero, succoso documento per "l'ermeneuta genesisiano" è qui rappresentato dal pacchetto di 4 brani che presentano le versioni grezze di un corpus creativo che si sminuzzerà in tantissime parti nel repertorio della band (in alcuni casi, alcune scompariranno definitivamente dalla tavolozza di audio-colori della band) creando poi le solide basi per molti memorabili lavori.

Bello scoprire COME nascevano quei capolavori, ed è bello scoprire anche quanta attenzione nella composizione e nell'arrangiamento veniva messa in opera da quei ragazzetti impegnati nel creare una loro propria ambiziosa dimensione musicale, lontana dalla sola pulsazione animale del ritmo, ma vicina alle possibili innumerevoli percezioni del cervello.

martedì 27 ottobre 2009

BERT JANSCH - Moonshine (1973)



Ottavo disco come solista per il chitarrista dei PENTANGLE che centra perfettamente il bersaglio con un album misurato ed intelligente, calibrato nelle scelte musicali e nell'equilibrio tra tradizione e personale intuizione ed elaborazione del linguaggio folk allora contemporaneo, (soprattutto la eccellente rielaborazione in chiave folk-rock della conclusiva tradizionale "Oh my father") e con le sue interpretazioni vocali convincenti e solide.

Prodotto brillantemente dal "secondo angolo (dei cinque)" Danny Thompson che offre anche il suo inconfondibile contributo strumentale al contrabbasso, il disco vede anche la presenza di Tony Visconti, Gary Boyle, Ali Bain, Ralph McTell, Laurie Allen, Dave Mattacks e Mary Hopkins (tra i tanti).

Davvero un bel disco anche a distanza di anni.

lunedì 19 ottobre 2009

KATHY LOWE - Kathy (1973)




Originaria del New Hampshire, questa brillante cantautrice si inserisce in quel filone di folk acustico originale tipico di certa produzione early 70's con l'uso della doppia lingua (inglese e francese) data la continuità geografica con il Canada.

In più, dato che questo album è registrato a Parigi nel 1973, la presenza della lingua d'oltralpe è praticamente risultata ineludibile.

Belle ballate acustiche interpretate con talento dalla giovane Kathy, che dimostra anche una discreta personalità ed originalità (anche quando re-intepreta il classico di Tom Paxton "The last thing on my mind") .

Purtroppo però queste doti non sono state sufficienti per farle fare il vero salto di qualità e di visibilità nel mondo della musica internazionale che contava all'epoca e la sua carriera non ha mai avuto grandi punti di eccellenza commerciale, anche se - ad esempio - proprio questo album del 1973 avrebbe davvero meritato molta più attenzione.

ROGER McGUINN - Roger McGuinn (1973)



Primo disco solista del fondatore dei BYRDS.

Interessante la sostanziale versatilità dello stile qui proposto, in compagnia di alcuni musicisti di indubbio spessore e personalità quali Bob Dylan, Chris Hillman, David Crosby, Grahan Nash, Leland Sklar, Jim Gordon e John Guerin.

Un lavoro piacevolissimo da ascoltare anche dopo tutto questo tempo perchè efficace nel raccontare QUEL momento musicale, quando il rock post psichedelico californiano si è ritrovato per necessità alla ricerca delle proprie tradizioni (blues e folk) e di altre suggestioni popolari per provare a reinventare una nuova dimensione creativa.

martedì 18 agosto 2009

KING CRIMSON - Mr. Stormy Mundy' Selections


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Il meritorio lavoro di ricerca compiuto da Alex "Stormy" Mundy nel vastissimo archivio magnetico delle produzioni dei King Crimson, ha dato una prima serie di risultati davvero entusiasmanti per un appassionato ascoltatore delle traiettorie musicale della band di Fripp & Co in pressochè tutte le incarnazioni (e derive ulteriori - vedi ProjeKCts - pure!).
Ciclicamente, con una discreta frequenza, dalla cantina del DGM HQ vengono messi a disposizione (GRATUITA) in download reperti audio di assoluto valore documentale, in grado di contribuire a comprendere meglio alcune "pieghe creative" del percorso intrapreso - e brillantemente portato avanti - in così tanti anni di lavoro.
Ecco che (in una prima ricostruzione cronologica di quanto proposto da Alex Mundy*) sono magicamente disponibili versioni alternative, incomplete o stravolte di brani che hanno contraddistinto la carriera dei King Crimson, a cui si aggiungono spunti, idee primitive ed esperimenti acustici di interesse assoluto per delimitare i contorni delle possibili traiettorie poi portate a compimento.
E' del febbraio del 1970 una "Cadence and cascade" cantata addirittura da GREG LAKE e rimasta dimenticata nello scantinato di Mr.Fripp per tutti questi anni. Sezione ritmica pressochè identica alla versione poi pubblicata, ma chitarra e piano completamente differenti (flauto assente perchè Collins non era ancora stato assunto dalla band). Nessuno ricordava di aver visto Lake cantare questa controversa canzone ... ed invece ...
L'apocalittica suite "The Devil's Triangle", sempre da IN THE WAKE OF POSEIDON, assume qui un tono ancora più greve e solenne, portando il buio dove il bagliore della versione definitiva aveva provato a squarciare la claustrofobica idea originale.
Gli estratti "in progress" dalle sedute di registrazione di "Lizard" sono un imperdibile chance per capire il "metodo" di lavoro piuttosto discutibile di quella particolare stagione del gruppo. La straordinaria testimonianza magnetica della registrazione "al buio" di Haskell e McCullough di "Last Skirmish Prince Rupert's Lament" permette di riscrivere l'elemento compositivo della potenziale in/e-voluzione della mente progressive di Robert Fripp.
Le anticipazioni di temi poi stupendamente sviluppati come "Islands" o parzialmente o completamente dimenticati come "Guitar Run", "Drums Guitar & Flute" o "How do you see it?" sono brevi istantanee di una squadra al lavoro in grado di optare per qualsiasi soluzione creativa (anche la più impervia).
Così come impervio sembra il percorso di avvicinamento al repertorio della band per una nuova formazione, nuovi elementi che devono confrontarsi con la personalità e la creatività di chi li ha preceduti, ed ecco che le sedute di preparazione per il disastroso (moralmente) tour americano del 1971/1972 mostrano in tutta la sua verità tanto lo spirito di adattamento dei musicisti alla musica preesistente quanto la voglia di personalizzarla e portarla sulle proprie corde.
Le più recenti esperienza dei KC anni 80 e 90 offrono maggiore compattezza e maggiore determinazione nella ricerca dell'impatto sonoro globale, ma sono anni di relativa stabilità nel gruppo e quindi il sound si fa più omogeneo (e in certi casi più avventuroso che mai).
Gli ultimi due documenti datati 2002 permettono di guardare ancora più da vicino il processo compositivo e l'attitudine SONORA dell'ultima stagione della band in una prospettiva quasi new metal che ragionevolmente non sembrerebbe adatta all'ultrasessantenne Fripp ... eppure il musicista capace di evaporare il suono della sua chitarra nelle nuvole evanescenti dei suoi più recenti "soundscapes" offre appoggio sonoro e combustibile per l'esplosione di una musica potente e massiccia come poche in giro.

E' inutile che sottolinei l'importanza documentale di questo materiale, imperdibile per chiunque volesse ascoltare per gioire
e provare a capire ulteriori sfaccettature dell'universo Crimsoniano.

01 - Cadence And Cascade (1970.02.03)
02 - The Devil's Triangle (1970.03.24)
03 - Cirkus (1970.09.11)
04 - Last Skirmish Prince Rupert's Lament (1970.09.12)
05 - Islands (1970.12.18)
06 - Guitar run (1970.12.18)
07 - Drums guitar and flute (1970.12.19)
08 - How Do You See It? (1970.12.20)
09 - Pictures Of A City (1971.03.15)
10 - Drop In (1971.03.16)
11 - Larks Tongues In Aspic US Ad (1973.03.23)
12 - Starless And Bible Black US Ad (1973.04.00)
13 - Starless And Bible Black UK Ad (1973.04.00)
14 - Sleepless / Larks Pt III (1983.06.09)
15 - Dinosaur Dub (1994.10.28)
16 - Conversation (1994.10.29)
17 - Super Slow (2002.07.15)
18 - Happy Nouveau Metal (2002.07.17)

Procuratevi il tutto all'indirizzo www.dgmlive.com

Il piacere di soddisfare la curiosità continua!

PS:
(*) In questo ultimo periodo, sempre DGMLive ha esso a disposizione altre preziose perle sonore dell'archivio magnetico KC (memorabile una "Indoor games" in progress oppure un soundcheck del 2003 dove Belew quasi "costringe" Fripp ad intonare le immortali note di "In the court of the Crimson King ... brividi!!!) ed altre gemme laterali (sedute di EXPOSURE con improvvisazioni su temi abbozzati di formazioni estemporanee come Fripp/Wetton/Collins (Phil) o Fripp/Bruford/Berlin).
Naturalmente, quanto qui sopra indicato è quindi SOLO UNA PARTE del materiale effettivamente disponibile online.



lunedì 22 giugno 2009

ODISSEA - Teatro S.Marco (Mestre) 4.12.1973



Il ricordo di una musica capace di cancellare una freddissima serata dicembrina delle terraferma veneziana è riaffiorato integro dopo tutto questo tempo al solo fruscio iniziale del nastro c60 da me registrata con un piccolo rudimentale Sony a cassetta.

Certo che la mia personale adolescente dimensione di quattordicenne mi aiuta a seppellire con l'ingenuità e la voglia di essere partecipe di un "qualcosa di importante e significativo" tutte le evidenti ragionevoli manchevolezze di una musica derivativa e tutt'altro che originale in senso assoluto ... ma tant'è ... e la mia posizione in seconda fila centrale (guadagnata a spintoni nell'imbuto soffocante dell'ingresso dell'ormai "supermercato" Teatro San Marco) è ricordata anche adesso come una grande impresa eroica!

Dopo gli inquietanti (ma molto più avanti musicalmente) ROCKY'S FILJ e prima dei fenomeni del BANCO DEL MUTUO SOCCORSO, questa band originaria di Biella ha saputo raccontare il suono progressive d'oltremanica con ricercato e sofisticato italico idioma.

A distanza di anni fa sorridere la perentoria richiesta iniziale di Roberto Zola ad un pubblico voglioso di ascoltare della buona musica ("innanzitutto prima di cominciare volevo dirvi di fare silenzio!") ma probabilmente già pronto ai momenti di grande disordine, tensione e caos comportamentale che si faranno tristemente avanti solo qualche mese dopo, relegando l'Italia ad un paese "off-limit" per i musicisti della creatività continentale contemporanea.

Rimane questa registrazione amatoriale a ricordo documentale di quattro brani, due già presenti nell'unico album del gruppo ("Giochi nuovi, carte nuove" e "Domanda") e due inediti - ancora oggi, secondo me - di cui uno "Senza titolo" e un secondo (eccellente!) intitolato "Prima donna".

Un concerto che racconta davvero una stagione di grande potenziale creativo per quella generazione, ma che impietosamente riporta anche alla luce l'incapacità dell'industria musicale italiana nel coltivare talenti e promuovere un vero movimento culturale ... ma per questa lacuna vergognosa, forse le motivazioni reali bisognerebbe ricercarle altrove.

Grandi memorie, comunque.