Visualizzazione post con etichetta 1980. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 1980. Mostra tutti i post

venerdì 27 novembre 2009

GEOFFREY CHANDLER - Starscapes (1980)



Come facilmente intuibile già dal titolo dell'album stesso, questo lavoro di Geoffrey Chandler si offre come colonna sonora per viaggi verso atmosfere cosmiche ed imperscrutabili, lontani, immobili spazi siderei.

Essendo però datato 1980, il documento qui proposto risulta interessante, soprattutto se visto in relazione alla planetaria parallela invasione elettro-dance nello scenario musicale generale.

Questi 6 episodi 'cosmici' rappresentano una perfetta via di fuga dalla allora contemporanea martellante dittatura del 'potere ritmico in 4'.

Un ascolto rilassante ed appagante anche oggi.

giovedì 26 novembre 2009

DON SLEPIAN - Sea of bliss (1980)



Interessante documento di musica meditativa sperimentale realizzato negli Stati Uniti dal tastierista e multi strumentista DON SLEPIAN in un periodo in cui la musica ambient stava sempre più consolidando la sua diffusione internazionale in relazione alle nuove filosofie emergenti.

Due lunghe suites estremamente suggestive e per nulla noiose (nè particolarmente esoteriche nello spirito sonoro) fanno di questo lavoro (uscito all'epoca SOLO su musicassetta) uno dei documenti di quel periodo da avere assolutamente ed ascoltare con grandissimo piacere.


mercoledì 25 novembre 2009

DARK DAY - Collected (1979-1982)



Robin Crutchfield e Steven Brown nel 1980 hanno avuto modo di collaborare a questo progetto oscuro ed ansiogeno contribuendo per breve tempo alla scena musicale alternativa della buia NYC di quei giorni.

In "Exterminating angel", primo album della band, il mix tra la disperazione dei DNA (ex band di Crutchfield) ed il romanticismo decadente dei TUXEDOMOON (in cui militava ancora Brown) genera questo documento analizzabile adesso forse più con un trattato di antropologia musicale che non di semplice musicologia fine a sè stessa.

Come doveva essere la "vita" in quella "zona oscura" della New York early eighties è ben raccontato con le laconiche 13 non-canzoni dell'album di debutto, e all'ascolto prende forma con connotati molto precisi l'immagine dello scenario della inquietante obliqua favola urbana di quei giorni.

Di sicuro l'ossessiva ritmica "in 4" e i continui riff di sequencer (in realtà una "trigger machine") non permettono alla musica di svilupparsi in maniera troppo espressiva, inchiodando il contesto sonoro ad un pannello armonicamente monocorde. Solo quando canta Steven Brown, è più che evidente quel lirismo tipico della musica della band californiana di provenienza, con tutta la malinconia che quel tipo di cantare porta con sè.

Il singolo "Trapped" pubblicato qualche mese dopo aveva una b-side davvero inquietante, ovvero una sequenza di 6 brani realizzati suonando al contrario parte dei nastri che erano serviti alla produzione del disco ufficiale (ed il titolo di questa concettuosa e disperata b-side era significativamente "The exterminations 1-6").

Il secondo ed ultimo album della prima fase di DARK DAY (senza la prezenza di Steven Brown trasferitosi in Europa con i Tuxedomoon nel frattempo) è l'enigmatico WINDOWS, più brillante nei suoni (forse per l'uso di uno straniante piano giocattolo e della famigerata calcolatrice musicale CASIO VL-1 VL-Tone), ma altrettanto desolante nello scenario kraftwerkianamente raccontato.

Questa raccolta comprende anche il primissimo singolo di crutchfield pubblicato nel 1979, vera rarità e importante valore aggiunto musicologico di questa comunque interessante compilation.

Alla fine rimane solo la considerazione che QUELLA musica è stata il cibo di una parte della generazione adolescente di allora, alla ricerca di "motivazioni" ed "avventure" per costruire ( o forse anche NO) il proprio futuro (ed è curioso constatare che i ventenni di allora adesso hanno raggiunto - se non superato - quota cinquanta).


martedì 24 novembre 2009

JOY DIVISION - Love will tear us apart (1980)



... non c'è un motivo particolare per aver inserito anche questo singolo nella selezione odierna se non il fatto incontrovertibile che è uno dei singoli più belli che la storia della new wave possa rivendicare.

giovedì 22 ottobre 2009

martedì 20 ottobre 2009

METABOLIST - Hansten Klork (1980)



Questo invece è un buon esempio dell'atmosfera tetra di fine anni settanta, (completata la registrazione nel 1979 e pubblicato poi nel 1980) con una evidente ricerca di far vibrare l'oscurità senza alcun timore per la parte buia della musica o dell'arte.

Un album indimenticabile per chi lo ha incrociato al momento della sua epifania nel mercato indipendente ed autonomo, presente nelle enclavi più esclusive della new wave internazionale come esempio di "progressive new wave".

Una buona alternativa a gruppi come DARK DAY o CHROME che dagli states vomitavano oscurità e gelida penombra elettronica nelle orecchie (disposte ad accettare simile provocazione).

Dopo due tepes ancora più indipendenti ed oscuri i METABOLIST escono allo scoperto con un album che "profuma di scantinato" e di intolleranza per l'allegria e la superficialità ... in piena sintonia con i concetti del movimento architettonico da cui avevano preso il nome.

Ed il risultato che sgorga dai solchi è talvolta più nero del già nero vinile.

Qua e là in rete, si legge che questa band inglese sia lontana del risultare "fondamentale" al fine di conoscere il movimento artistico musicale dell'epoca ... ma si sà ... in rete c'è spazio per tutto ed il contrario di tutto ... dalla caverna - modestamente - mi permetto di segnalare questo disco come uno degli IMPERDIBILI della fine degli anni 70.

lunedì 2 marzo 2009

LUDUS (1978-1984)

LUDUS è stato il progetto artistico che Linda Mulvey e Ian Devine hanno portato avanti a cavallo tra la fine degli anni settanta e l'inizio della decade successiva.

Formati a Manchester grazie al fermento della nuova ondata artistica frutto della devastazione del "tornado PUNK", i LUDUS hanno offerto alla scena musicale inglese dell'epoca un validissimo esempio di grande personalità e spessore artistico (forse anche superiore alle qualità strumentali tecniche proprie dei protagonisti) in grado di gettarsi qualsiasi inibizione musicale alle spalle e procedere con una traiettoria davvero innovativa e di difficile collocazione "di genere".



Io mi ricordo solo che quando ho acquistato in blocco tutti i dischi della band già conoscevo le loro "gesta", ma oltre alla musica ero affascinato dall'attenzione (in realtà TIPICA dell'epoca) per l'elemento visivo, per le grafiche di copertina e per tutto quello che poteva accompagnare con le immagini una musica davvero speciale.




Erano quelli gli anni della nuova consapevolezza che la multimedialità avrebbe potuto recitare un ruolo CONCETTUALMENTE importante nella azione sinergica tra musicale e visuale.
Liberati dalla eccessiva cultura troppo evocativa e "quasi fantasy" delle copertine Progressive (Roger Dean, Hypgnosis) era diventato naturale riappropriarsi del linguaggio visivo attraverso l'uso delle allora nuove tecnologia della comunicazione - quali fax e fotocopiatrici - che fornivano quel che di "indipendente e moderno" da far sentire ogni singolo artista in grado di produrre anche l'elemento descrittivo visuale della propria arte.



E del resto Linda Mulvey, in arte LINDER STERLING, era nata proprio come artista visiva, responsabile di due tra le più conosciute copertine della scena musicale post-punk dei tardi '70: Orgasm Addicted dei Buzzcocks e Real Life dei Magazine. Compagna di Howard Devoto (cantante dei Magazine), Linder ha trovato nella complessa musica di Ian Devine le giuste suggestioni per esprimere la propria attitudine vocale oltrechè semplicemente grafico-artistica.

A proposito della musica, va detto che il sound dei LUDUS è davvero difficile da definire, soprattutto per la quantità di influenze presenti nelle intricate melodie che caratterizzano lo stile della band. A volte verrebbe quasi da chiedersi se la musica contenuta negli album (soprattutto i primi) non sia davvero una sorta di progressive sfrondato da tutti gli orpelli tecnici del passato e riportato ad una essenzialità sonora declinata in maniera evidentemente rapsodica (tipico del prog-rock).

Meno arroganza e più sintesi nelle trame sonore, ma non meno complessità strutturale (ad esempio basta ascoltare un brano da THE VISIT, Lullaby Cheat, per capire esattamente il perchè di quanto appena affermato). E sebbene la voce della stessa Linder non si possa sempre ritenere all'altezza delle complicate tessiture armoniche della musica, l'ingrediente femminile che canta con grande apparente disinvoltura testi al limite della censura conferisce all'intero progetto una certa aura di avanguardia militante che non può non essere considerato.
Dalle intricate song dei primi lavori alle derive free-form jazz di DANGER CAME SMILING, la band ha saputo tracciare un profondo solco nello sterminato panorama dei primi anni '80 inventandosi di fatto una dimensione musicale originalissima e "progressiva" capace addirittura di far intravvedere anche una possibile evoluzione del linguaggio musicale giovanile di allora ... una speranza purtroppo non concretizzata davvero.



Attenzione, non siamo di fronte ad un combo di disperati selfish noise-makers ... tutt'altro, e in questo senso, al pari di esperienze parallele quali quelle dei contemporanei LEMON KITTENS di un'altra coraggiosa donna (Danielle Dax), LUDUS esercita con forza dirompente una esplosiva energia creativa e concettuale rimasta purtroppo solo parallela alla più celebrata e rincorsa rudezza della scena punk dell'epoca.

A distanza di anni, per fortuna, è possibile rielaborare con maggiore dovizia di particolari quel "momentum" artistico e se da una parte è inevitabile incorrere nelle tetre atmosfere della new wave eroino-dipendente e dell'inarrestabile bad behaviour delle punk bands più esagitate, d'altro canto manifestazioni artistiche come quelle offerte da LUDUS permettono di attribuire a quella stagione un valore culturale ben più solido e profondo (che come tale, ovviamente, rimane comunque alla portata solo di chi apprezza la musica come veicolo di cultura e on solo come mero intrattenimento.

giovedì 15 gennaio 2009

LEMON KITTENS - We buy a hammer for daddy (1980)



No-Rock!
è questa l'unica possibile definizione per questa gemma del "non-piacere d'ascolto" pubblicata nel 1980 nello scenario musicale della nuova musica di inizio decennio. La new Wave era in odore di assestamento nel passaggio tra l'ondata (devastante) del punk e la riconversione commerciale del mercato adolescente avvenuta solo qualche anno dopo grazie alla sapiente capacità imbonitirce delle nuove mode comportamentali (New Romantics, Dark wave etc etc). In quell'interregno, - in quelle pieghe oscure - un mercato totalmente indipendente iniziava a proporre nel nome dell'adagio "anything goes" tanti, troppi incubi non controllati da un music biz incapace di dare voce a tutta la "diversità" artistica disponibile.

In quel particolare momento - in cui si aprono anche i sancta-sanctorum degli stabilimenti di fabbricazione dell'inarrivabile oggetto in pvc - nella moltitudine di volonterosi nuovi artisti, protagonisti della stagione Thatcheriana in Albione, ecco spuntare fuori questo ensemble schizoide ed inquietante dal nome (neanche tanto) vagamente osceno di LEMON KITTENS.

Senza particolari doti tecniche strumentali un primo quartetto di musicisti inizia già nel 1979 a proporre una musica davvero originale ed indefinibile. Ma è con la riduzione a duo che LEMON KITTENS diventa un vero oggetto meritevole di studio.

Nel 1980 il multi-non-talentuoso KARL BLAKE e la spiritata DANIELLE DAX danno alle stampe per una oscura etichetta autogestita (la United Diaries, che per obiettivo commerciale aveva lo scopo di proporre dischi impossibili ad essere considerati da qualsiasi Art Director sulla faccia della terra) l'album WE BUY A HAMMER FOR DADDY, creando così un vero capolavoro e fotografando al meglio l'essenza devastante dell'attudine artistica contemporanea.

E' vero che altri progetti musicali camminano sulla stessa strada (tra essi gli ottimi LUDUS della vocalist e performer Linder, per i quali varrà sicuramente la pena organizzare un post a parte in questo luogo!), ma la preziosa libertà d'espressione senza vincoli proposta dalla coppia in questo disco è un prezioso distillato di quei giorni oscuri.

Sassofoni straziati, chitarre devastate ed ogni sorta di suono "generabile" vengono frullati insieme in "canzoni" certamente destrutturate e sconnesse (se paragonate allo standard fino allora abituale), ma allo stesso tempo diventano esse stesse manifesto della testimonianza in vita di una voglia di comunicare coraggiosa e senza l'uso della inevitabile disonestà dell'identità "commerciabile".

Un disco DEFINITIVO.