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lunedì 4 aprile 2011

ROSE POLENZANI





“Anybody” (1999)
“Rose Polenzani” (2001)
“August” (2004)

Di voci femminili la musica americana (ed internazionale, ovviamente) ne ha proposte sempre molte. La tradizione della cantautrice alter ego del sempre affascinante “hobo” errante annovera tra le sue fila esempi di grande e straordinaria potenza evocativa e creativa fin dalla metà della decade cruciale di fine novecento che furono gli anni sessanta.
Dalle figure eteree ed inarrivabili come Linda Perhacs all’impegno politico di Joan Baez, dalla forza espressiva della voce dilaniante di Janis Joplin alla maledizione tossica della povera Karen Dalton, dalla lucida affascinante intelligenza commerciale di Carole King alla spigolosa vocalità jazzata di Annette Peacock, l’altra meta del cielo musicale d’America davvero brilla di stelle note e meno note in grado di disegnare memorabili scie luminose a squarciare spesso un troppo oscuro autocompiacimento maschile.
Sono ancora tantissimi i nomi che anche nelle nuove generazioni hanno contribuito e stanno ancora contribuendo a mantenere viva la vis creativa femminile e quindi probabilmente potrà sembrare limitativo scegliere la giovane voce di ROSE POLENZANI per rappresentare tutte le meraviglie dell’universo parallelo … limitativo forse, ma significativo anche. Per nulla affascinante – o meglio – assolutamente non interessata a cercare nell’aspetto fisico accativante motivo di interesse nel possibile pubblico, la giovane Rose (nata a Waukesha, Wisconsin nel 1975) inizia a frequentare il circuito folk indipendnete dell’area di Chicago ed il risultato è immediatamente disponibile quando nel 1998 in modo del tutto autonomo ed autofinanziato, pubblica una sua prima raccolta di canzoni intitolata “Dragersville” caratterizzata da atmosfere desolate ed oscure, figlie di una ricerca della luce appena iniziata.
Sempre nel 1998 partecipa al festival “esclusivamente al femminile” del Lilith Fair (voluto ed organizzato dalla straordinaria cantautrice canadese Sarah McLachlan) mentre l’anno successivo si fa notare nell’ambito delle manifestazioni a margine del celeberrimo Sundance Film Festival di Robert Redford. Proprio all’indomani dell’esperienza e della visibiltà ottenuta grazie al palcoscenico della più importante manifestazione cinematografica indipendente di questi ultimi anni, Rose pubblica (per la Daemon Records) “Anybody” splendido esempio di profonda sincerità emotiva raccontata in quasi totale solitudine. Eppure esiste nella musica di questa giovane cantautrice un certa quale dolcezza che lascia tramortiti per la delicatezza con cui si insinua anche nelle canzoni più tristi e malinconiche (ascoltare “Look no hands” per credere).
E non esiste nemmeno un singolo momento che possa sembrare di mera autocompiaciuta introversione, anzi. Ed infatti l’album successivo, intitolato semplicemente “Rose Polenzani” e prodotto nel 2001 grazie ancora alla illuminata ospitalita della Daemon Records, è una specie di incontro con altri musicisti che crea un’atmosfera di grande e vera emozione creativa. Dopo anni trascorsi a registrare con le proprie limitatissime attrezzature amatoriali, finalmente Rose collabora con una vera band per attraversare (portando comunque con se le sue atmosfere acustiche così personali) un ambiente musicale più vicino ad una forma di indie-rock certamente più aggressivo nei toni, ma egualmente evoluto e raffinato. Come troppo spesso accade ormai un mercato distratto e scarsamente interessato ai “contenuti” e alle “emozioni vere” lascia scivolare via queste meravigliose produzioni annullandole e relegandole nel limbo delle tante “occasioni perdute”.
Per questo motivo Rose registra nuovamente in solitudine un disco clamoroso, perfetto nella sua inquieta serenità. “August” (uscito in totale autoproduzione nel 2004) è a tutt’oggi probabilmente il migliore esempio dell’adamantino talento della ragazza di Waukesha.
Da quel momento la carriera sua carriera si è spesso incrociata con altre cantautrici della sua stessa generazione sfociando in pregevoli collaborazioni palesemente fondate sul reciproco rispetto e condivisione emotiva (tra tutte segnalerei quella con un’altra meravigliosa cantante della nuova scena americana, un’altra “rosa” … ovvero ROSE COUSIN). Un talento capace di emozionare davvero.

giovedì 19 novembre 2009

KING CRIMSON - 2001.08.15 San Diego (California)



Ovviamente dopo oltre un centinaio di uscite discografiche (perchè di TANTE stiamo parlando) è difficile pensare che sia ancora possibile trovare qualcosa di significativamente "nuovo" in una qualsiasi documentazione audio dei King Crimson. Eppure questa ennesima meritoria operazione di divulgazione del "verbo/suono" reale ad opera della dgmlive.com è perfettamente riuscita nell'intento.

Nelle note di presentazione si legge l'aggettivo ESSENZIALE ed è pur vero che con una encomiabile sobrietà ed onestà intellettuale tutte le proposte del catalogo dgmlive vengono descritte senza enfasi commerciale o senza accattivanti promesse di mirabilia ... le registrazioni vengono infatti presentate esattamente per quello che sono (e questo è un altro motivo di mio profondo apprezzamento per il lavoro che SID SMITH e tutto lo staff della dgmlive stanno facendo in questi anni).

Tornando all'aggettivo ESSENZIALE, un crimsomaniaco rischia anche di rimanere perplesso e diffidente ... eppure anche questa volta il giudizio non solo era discreto e understated ... ma il materiale ascoltabile in questa registrazione è semplicemente STRAORDINARIO!

Scenario: i KING CRIMSON sono usciti dalla prima fase creativa del nuovo quartetto (risultato dei vari Projekcts) e stanno lavorando a quello che diventerà (due anni dopo) l'album THE POWER TO BELIEVE. Evidenti segni di questa evoluzione sono l'uso della batteria acustica in un set ibridato con elementi elettronici (nel 2000 il set era COMPLETAMENTE elettronico) ed una evidente sferzata verso un suono più aggressivo e violento ... "intellettualmente animale".

Per testare questo step il gruppo accetta di fare una mini tournee promozionale con il ruolo di SPALLA (spalla ???) alla più famosa (PIU' FAMOSA??) band metal dei TOOL (eccellente paraltro ... e benchè all'epoca rimasi stupefatto da questa per me blasfema "inversione" di ruoli, è abbastanza evidente che per le nuove generazioni i King Crimson rappresentavano qualcosa di potenzialmente "vecchio" sic!).

Eppure mai scelta promozionale è stata più indovinata, visto che le crude sonorità in divenire del quasi sessantenne RF e dell'acrobatico Belew hanno sicuramente lasciato un segno indelebile proprio nell'animo dei più giovani astanti ... viste le vendite dell'album successivo e il nuovo interesse che si è riacceso sulle vicissitudini artistiche della corte cremisi in generale.

"Level five" e "Dangerous curves" sono due dei brani in elaborazione e benchè ancora evidentemente in fieri sono eseguiti con una potenza ed una determinazione che ... alla fin fine ... quasi non è completamente riproposta nella versione finale. I brani aggrediscono il pubblico con una cattiveria ed una solidità davvero incredibile ed appare del tutto gustificata l'idea di denominare "nuovo metal" la nuova veste sonora del Re.

"Deception of the thrush" induce alle lacrime perchè in nessuna registrazione al momento disponibile di questa band esiste una esecuzione così SUBLIME e PERFETTA nella sua duplicità sostanziale del bene/male ... come dice Sid Smith "tra il terrificante ed il trascendente". Davvero!

"Lark's tongues in aspic pt IV" (benchè venga proposta mutilata del contenuto deprimente - a detta di Fripp - del cantato finale) raggiunge livelli di compattezza difficili da immaginare in una band evidentemente ancora in grande dinamismo espressivo,

Paradosso significativo: "Thela Hun Ginjeet", manifesto dell'innovazione crimsoniana degli anni '80 qui appare addirittura obsoleta ed "inutile" nel nuovo contesto ... e non tanti artisti possono permettersi di considerare creativamente superati episodi come quelli contenuti in album come DISCIPLINE!!!

Finale con sorpresa poi per l'immortale "Red" dove a metà del brano, sfruttando la ben nota pausa della parte di batteria, Danny Carey - all'insaputa di Fripp - prende il posto di Pat Mastelotto e conclude la performance coronando probabilmente un suo personalissimo sogno: suonare l'inno cremisi con il Re in persona.

Le cronache raccontano che alla fine un divertito Fripp annuisce sorridente dimostrando di aver comunque gradito l'imprevista corsara incursione.


mercoledì 28 ottobre 2009

MICHAEL HEDGES - Beyond boundaries (2001)



Superba antologia tutta strumentale dedicata ad uno straordinario musicista ed artista capace di disegnare traiettorie armoniche incredibili con uno degli strumenti più "normali" che la storia "dell'uomo-musicale" possa annoverare.

La presenza poi di un omaggio a Zappa con "Sofa n.1" rende tutto ancor più malinconico dato il comune destino (sebbene differente nei tempi e nelle modalità).