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martedì 6 giugno 2017

ADELBERT VON DEYEN - Nordborg (1979)

... è uno dei dischi che contribuiscono a raccontare la stagione musicale europea vissuta alle porte del cosmo, o almeno di quello che veniva percepito come tale al di fuori della visione britannica dello stesso.

Nella sua semplicità, staticità, algidità ed ingenuità, "Norborg" nelle sue due lunghe suites è un perfetto documento di quel sogno siderale che sembrava aver convinto molti musicisti ad intraprendere lunghi viaggi sonici in compagnia di minuscole macchine sonore (spesso manovrate con una evidente inesperienza) alla ricerca di nuovi  possibili paesaggi e nuove verità da riportare su questo terzo sasso dal sole.

Che lo si ritenga riuscito o meno, l'esperimento di Von Deyen (il secondo per la Sky di Gunter Korber) permette di tornare a ripensare a quella stagione, a rivalutarne pregi e limiti, soprattutto nella netta percezione di "quanto poco" bastasse per evocare spazi e distanze prima dell'avvento della moderna riduzione di tempo e distanze generata dalle nuove tecnologie (e dal nuovo behaviour globale).

DIETER MOEBIUS, CONNY PLANK, MANI NEUMAIER - Zero Set (1983)






















... e dopo succede anche che a distanza di anni si scopre che molto di quanto emerso grazie alla genialità di qualcuno fosse in realtà frutto di "altre semine".
Un'eventualità questa che nella musica accade spesso proprio per la natura stessa di questa meravigliosa forma d'arte che evolve il proprio linguaggio a prescindere dall'esposizione pubblica e dalla fortuna dei protagonisti coinvolti.

E' il caso di questo album prodotto dalla Sky Records nel 1983 (registrato nel 1982) ad opera di Conny Plank, Dieter Moebius e Mani Neumaier, musicisti della scena "kraut" germanica e protagonisti a differenti livelli di una scena creativa che in europa non ha avuto pari, seconda solo ad Albione, vera ed inaccessibile patria della musica di fine secolo scorso.

"Zero Set" è uno straordinario spaccato della musica elettro-pop made in deutschland contaminata da influenze soniche provenienti da tutto il globo terrestre con un sound originale e capace di competere ampiamente con le divagazioni più colte (o ritenute tali) di paladini riconosciuti della contaminazione sonora quali Brian Eno e David Byrne.

Un disco tra i migliori prodotti dall'etichetta dell'ex Brain/Metronome Gunter Korber, una label che pur nella sua ingenuità fondo ha saputo documentare una visione entusiastica di una scena musicale innamorata di sé stessa tanto quanto impegnata a trovare una via alternativa al business discografico imperante d'Inghilterra.

giovedì 19 febbraio 2015

Residents - Bologna 12 giugno 1983 - Area Parco Nord

12 giugno 1983
Una Fiat Panda si avvicina all’area parcheggio del Parco Nord di Bologna. Tutto intorno non è poi così affollato, anzi, non si direbbe proprio che poco lontano è stato allestito un tendone pronto ad ospitare un “concerto” o forse meglio definirlo un “rito multimediale collettivo”.
Dalla celebre italica utilitaria scendiamo in quattro, entusiasti e quasi increduli di essere ormai a pochi minuti dal coronare un sogno, vedere dal vivo i leggendari RESIDENTS.
E’ ancora molto viva in noi la gioia di aver scoperto tra i dischi oscuri d’importazione del negozietto di campo San Barnaba (in Venezia) titoli come “Duck stab”, “Not Available”, “The Third Reich and Roll” e lo straordinario “Eskimo” o l’incredibile “Commercial album”. Certo, sappiamo che questo appuntamento è dedicato alla presentazione di un unico lavoro, la trilogia oscura “The Mole Trilogy” di cui conosciamo già la prima e la seconda parte, ma per mille motivi non siamo davvero in grado di immaginare cosa davvero vedremo tra qualche minuto.
Ci siamo però premuniti di attrezzatura per registrare e fotografare il possibile, ma l’entusiasmo di questa potenziale impresa documentaristica viene immediatamente frustrato dalla presenza di alcuni carabinieri all’ingresso del grande tendone. Veniamo fatti oggetto di perquisizione e la macchina fotografica viene trattenuta momentaneamente … per fortuna però il registratore portatile (una specie di walkman smontabile … ed appositamente smontato alla bisogna) non viene individuate e requisito e grazie ad un microfono a forma di penna da taschino ci siamo garantiti la possibilità di immortalare l’audio dell’evento (ed infatti mentre scrivo adesso, quasi 32 anni dopo, sto ascoltando quella registrazione preziosa accuratamente conservata in memoria digitale). Entrati nel tendone vediamo immediatamente un frenetico andirivieni di personaggi vestiti con delle tute nere e che indossano naso, baffi ed occhiali di plastica finti … è davvero tutto molto surreale eppure il fonico ha in effetti naso-baffi-occhiali come anche i tecnici sotto al palco.
La scenografia è stranissima, con questi due giganteschi teloni ai lati del palco (le due città oggetto del concept delle talpe) e delle gabbie (o qualcosa di simile) al centro del palco, sembrano postazioni desertiche mimetizzate dei DAK (Deutsches Afrikakorps) e all’interno di esse si intuisce la presenza delle allora immaginifiche macchine sonore chiamate E-Mu.
Le luci si spengono ed incredibilmente viene diffusa ad altissimo volume una musica a noi completamente sconosciuta (non era stato ancora pubblicato infatti l’EP “Intermission”) ma assolutamente coinvolgente.
Ci siamo davvero !!!
Inizia da quel momento un viaggio a doppio binario tra le note della musica sotterranea e quella “di superficie”, melodie mutanti e mutate capaci di descrivere due vite possibili (in un contesto irreale), e le multicolori coreografie dei ballerini contribuiscono con grande forza all’impatto della performance. Penn Jillette si aggira sul palcoscenico blaterando in modo esagitato qualcosa riferito alla storia dei due mondi, difficile capre tutte le sue parole, ma l’atmosfera che si respira sembra davvero averci catapultato “altrove” … esattamente dove i quattro “non-bulbi” volevano portarci con questo rito quasi sciamanico di cui siamo protagonisti passivi.
Tutto fila via liscio senza pause e senza intoppi, con una naturalezza seconda solo ad uno spettacolo teatrale di terza o quarta replica … a parte forse qualche tipica vibrata lamentela sonora del pubblica generata dal comportamento maleducato delle prime file (ovviamente ed italianamente abusivamente) in piedi ad oscurare la visuale alle file successive.
Ad un certo punto, quando la storia delle “talpe” sta per concludersi la scena si anima e Jillette appare sul proscenio visibilmente esagitato ed inizia ad urlare qualcosa di non ben comprensibile, relativo ad un compenso troppo basso, ad un trattamento professionale poco adeguato. Tutto sembra molto “vero” e “credibile”, tanto che dalpalco Penn scende addirittura immediatamente davanti alle prime file e continua ad inveire contro il palco fino a quando non viene afferrato da tre energumeni (rigorosamente con naso-baffi-occhiali) che lo trascinano sul palco e lo legano ad una sedia dopo averlo imbavagliato.
Qualche minuto di suspance, poi un bizzarro balletto cattura l’attenzione mentre Jillette viene portato via legato ed imbavagliato alla sedia.
E’ la fine dello spettacolo con tanto di sipario che viene calato senza fretta.
Ci guardiamo ancora increduli, nella speranza che davvero non si sia trattato della conclusione dell’intero concerto … e dopo qualche minuto si illumina nuovamente il palcoscenico ed ecco arrivare sul palco i quattro “eyeballs” in tuxedo d’ordinanza … è il momento del bis “Satisfaction” che finalmente ci mostra più in luce i quattro misteriosi cavalieri dell’apocalisse sonora (mantenendone comunque rigorosamente celate le sembianze all’interno dei quattro giganteschi bulbi oculari). E’ davvero spassoso vedere letteralmente fatta-a-pezzi una canzone simbolo della musica giovanile di qualche decade addietro (che di fatto completa l’opera di santificazione della stessa iniziata qualche anno prima con la versione De-evoluta da Akron).
Ma è solo il preludio ad un fantastico finale collettivo.
Infatti dal fondo del palcoscenico iniziano ad avvicinarsi molte persone (naso-baffo-occhiale munite) che portano con loro ognuno una bandiera. Sono davvero tanti … sicuramente molti di più di tutti i vari protagonisti della serata (tra tecnici, ballerini e security) visti all’opera … e tra loro c’è anche il narratore Penn Jillette, evidentemente liberato dalla messa in scena della sua costrizione coatta.
Sulle note maestose di “Happy Home” tutte queste bandiere lentamente si raggruppano al centro della scena mentre altre bandiere compaiono ai lati del palco e la luce dall’alto diventa ancora più abbagliante in un crescendo che termina improvvisamente facendo piombare nel buio tutta la scena.
Un momento davvero indimenticabile.


martedì 22 dicembre 2009

DANIELLE DAX - Pop eyes (1983)



Intensissimo album di Danielle Dax che di gran lunga permette di apprezzare appieno l'assoluto valore creativo di questo personaggio borderline, soprattutto se la si giudica nel contesto di una stagione ricchissima di fermento ma eccessivamente ripiegata sulla musica di facile consumo.

Questo è un album di altissimo livello dove le sonorità degli strumenti coinvolti si attorcigliano tra loro, mescolandosi in insoliti connubi dai colori nuovi ed originali mentre la suadentissima sinistra voce di Danielle recita il ruolo di maestro di cerimonie accompagnando con grande misura ogni singolo brano alla sua esatta posizione nell'universo sonoro da lei concepito.

Se esistono dei dischi che hanno segnato profondamente la vis creativa della decade per certi versi più crudele della musica giovane, "Pop Eyes" è sicuramente uno dei più significativi e solidi momenti di orgoglio artistico.

giovedì 15 ottobre 2009

ACT OF GOD - Kringloop (1983)



Tra le oscure pagine dell'underground europeo degli (altrove luminosi) anni ottanta trova il suo spazio anche questo prodotto ultraindipendente.

Sono qui presenti in egual misura: atmosfere tribali e cantati vicini alle sperimentazioni dei CAN all'Inner Space studio, interessanti noise-loops che "arricchiscono" il sound generale (che a volte ricordano vagamente le vertigini di gruppi come i METABOLIST o i PERE UBU più astratti) e andamenti Brit New Wave più tradizionali (che ricordano A CERTAIN RATIO).

Una musica dura, a volte insopportabile ... figlia davvero di quel tempo inquieto, ma non per questo da evitare, anzi!.

martedì 13 ottobre 2009

STEVE MOORE - The return of the poet (1983)



Esempio luminoso di indipendenza creativa offerto da STEVE MOORE e proposto per la prima volta in questo nastro a cassetta prodotto in una tiratura limitata di 500 esemplari.

Oggettivamente non è possibile "descrivere" questa musica perchè (e questo è il suo PREGIO ASSOLUTO) per capirla è necessario ascoltarla ... nel senso che non basta "immaginare" una musica prodotta da livelli sovrapposti di sorgenti sonore che interagiscono tra loro perchè sapientemente amalgamati da suoni di strumenti guida perfettamente in grado di indicare una strada percorribile (sia dal compositore che dall'eventuale ascoltatore).

Frammenti e flussi si intersecano così in una serie di drones inafferrabili ma intensissimi.

La lungimirante intelligenza di un talento quale Chris Cutler (Henry Cow) ha voluto produrre successivamente alcune raccolte dedicate alla musica di Steve Moore e grazie alla sua pura abnegazione e missione culturale è ststo possibile recuperare alcune sue registrazioni anche in un formato meno "deteriorabile" quale la vecchia audiocassetta.

Eppure, il fascino dell'indipendenza e della sostanziale sincerità ed onestà creativa sono tutte contenute proprio in quell'oggetto di ormai antica tradizione e che all'epoca era il SOLO MEZZO, per un artista SENZA apppoggi nel mercato tradizionale, con cui veicolare - sebbene limitatamente - il proprio audio-pensiero indipendente.

Imperdibile!

martedì 18 agosto 2009

KING CRIMSON - Mr. Stormy Mundy' Selections


this image is not the "official" artwork
and has been here put just as a visual
comment on what follows ...


Il meritorio lavoro di ricerca compiuto da Alex "Stormy" Mundy nel vastissimo archivio magnetico delle produzioni dei King Crimson, ha dato una prima serie di risultati davvero entusiasmanti per un appassionato ascoltatore delle traiettorie musicale della band di Fripp & Co in pressochè tutte le incarnazioni (e derive ulteriori - vedi ProjeKCts - pure!).
Ciclicamente, con una discreta frequenza, dalla cantina del DGM HQ vengono messi a disposizione (GRATUITA) in download reperti audio di assoluto valore documentale, in grado di contribuire a comprendere meglio alcune "pieghe creative" del percorso intrapreso - e brillantemente portato avanti - in così tanti anni di lavoro.
Ecco che (in una prima ricostruzione cronologica di quanto proposto da Alex Mundy*) sono magicamente disponibili versioni alternative, incomplete o stravolte di brani che hanno contraddistinto la carriera dei King Crimson, a cui si aggiungono spunti, idee primitive ed esperimenti acustici di interesse assoluto per delimitare i contorni delle possibili traiettorie poi portate a compimento.
E' del febbraio del 1970 una "Cadence and cascade" cantata addirittura da GREG LAKE e rimasta dimenticata nello scantinato di Mr.Fripp per tutti questi anni. Sezione ritmica pressochè identica alla versione poi pubblicata, ma chitarra e piano completamente differenti (flauto assente perchè Collins non era ancora stato assunto dalla band). Nessuno ricordava di aver visto Lake cantare questa controversa canzone ... ed invece ...
L'apocalittica suite "The Devil's Triangle", sempre da IN THE WAKE OF POSEIDON, assume qui un tono ancora più greve e solenne, portando il buio dove il bagliore della versione definitiva aveva provato a squarciare la claustrofobica idea originale.
Gli estratti "in progress" dalle sedute di registrazione di "Lizard" sono un imperdibile chance per capire il "metodo" di lavoro piuttosto discutibile di quella particolare stagione del gruppo. La straordinaria testimonianza magnetica della registrazione "al buio" di Haskell e McCullough di "Last Skirmish Prince Rupert's Lament" permette di riscrivere l'elemento compositivo della potenziale in/e-voluzione della mente progressive di Robert Fripp.
Le anticipazioni di temi poi stupendamente sviluppati come "Islands" o parzialmente o completamente dimenticati come "Guitar Run", "Drums Guitar & Flute" o "How do you see it?" sono brevi istantanee di una squadra al lavoro in grado di optare per qualsiasi soluzione creativa (anche la più impervia).
Così come impervio sembra il percorso di avvicinamento al repertorio della band per una nuova formazione, nuovi elementi che devono confrontarsi con la personalità e la creatività di chi li ha preceduti, ed ecco che le sedute di preparazione per il disastroso (moralmente) tour americano del 1971/1972 mostrano in tutta la sua verità tanto lo spirito di adattamento dei musicisti alla musica preesistente quanto la voglia di personalizzarla e portarla sulle proprie corde.
Le più recenti esperienza dei KC anni 80 e 90 offrono maggiore compattezza e maggiore determinazione nella ricerca dell'impatto sonoro globale, ma sono anni di relativa stabilità nel gruppo e quindi il sound si fa più omogeneo (e in certi casi più avventuroso che mai).
Gli ultimi due documenti datati 2002 permettono di guardare ancora più da vicino il processo compositivo e l'attitudine SONORA dell'ultima stagione della band in una prospettiva quasi new metal che ragionevolmente non sembrerebbe adatta all'ultrasessantenne Fripp ... eppure il musicista capace di evaporare il suono della sua chitarra nelle nuvole evanescenti dei suoi più recenti "soundscapes" offre appoggio sonoro e combustibile per l'esplosione di una musica potente e massiccia come poche in giro.

E' inutile che sottolinei l'importanza documentale di questo materiale, imperdibile per chiunque volesse ascoltare per gioire
e provare a capire ulteriori sfaccettature dell'universo Crimsoniano.

01 - Cadence And Cascade (1970.02.03)
02 - The Devil's Triangle (1970.03.24)
03 - Cirkus (1970.09.11)
04 - Last Skirmish Prince Rupert's Lament (1970.09.12)
05 - Islands (1970.12.18)
06 - Guitar run (1970.12.18)
07 - Drums guitar and flute (1970.12.19)
08 - How Do You See It? (1970.12.20)
09 - Pictures Of A City (1971.03.15)
10 - Drop In (1971.03.16)
11 - Larks Tongues In Aspic US Ad (1973.03.23)
12 - Starless And Bible Black US Ad (1973.04.00)
13 - Starless And Bible Black UK Ad (1973.04.00)
14 - Sleepless / Larks Pt III (1983.06.09)
15 - Dinosaur Dub (1994.10.28)
16 - Conversation (1994.10.29)
17 - Super Slow (2002.07.15)
18 - Happy Nouveau Metal (2002.07.17)

Procuratevi il tutto all'indirizzo www.dgmlive.com

Il piacere di soddisfare la curiosità continua!

PS:
(*) In questo ultimo periodo, sempre DGMLive ha esso a disposizione altre preziose perle sonore dell'archivio magnetico KC (memorabile una "Indoor games" in progress oppure un soundcheck del 2003 dove Belew quasi "costringe" Fripp ad intonare le immortali note di "In the court of the Crimson King ... brividi!!!) ed altre gemme laterali (sedute di EXPOSURE con improvvisazioni su temi abbozzati di formazioni estemporanee come Fripp/Wetton/Collins (Phil) o Fripp/Bruford/Berlin).
Naturalmente, quanto qui sopra indicato è quindi SOLO UNA PARTE del materiale effettivamente disponibile online.



lunedì 2 marzo 2009

LUDUS (1978-1984)

LUDUS è stato il progetto artistico che Linda Mulvey e Ian Devine hanno portato avanti a cavallo tra la fine degli anni settanta e l'inizio della decade successiva.

Formati a Manchester grazie al fermento della nuova ondata artistica frutto della devastazione del "tornado PUNK", i LUDUS hanno offerto alla scena musicale inglese dell'epoca un validissimo esempio di grande personalità e spessore artistico (forse anche superiore alle qualità strumentali tecniche proprie dei protagonisti) in grado di gettarsi qualsiasi inibizione musicale alle spalle e procedere con una traiettoria davvero innovativa e di difficile collocazione "di genere".



Io mi ricordo solo che quando ho acquistato in blocco tutti i dischi della band già conoscevo le loro "gesta", ma oltre alla musica ero affascinato dall'attenzione (in realtà TIPICA dell'epoca) per l'elemento visivo, per le grafiche di copertina e per tutto quello che poteva accompagnare con le immagini una musica davvero speciale.




Erano quelli gli anni della nuova consapevolezza che la multimedialità avrebbe potuto recitare un ruolo CONCETTUALMENTE importante nella azione sinergica tra musicale e visuale.
Liberati dalla eccessiva cultura troppo evocativa e "quasi fantasy" delle copertine Progressive (Roger Dean, Hypgnosis) era diventato naturale riappropriarsi del linguaggio visivo attraverso l'uso delle allora nuove tecnologia della comunicazione - quali fax e fotocopiatrici - che fornivano quel che di "indipendente e moderno" da far sentire ogni singolo artista in grado di produrre anche l'elemento descrittivo visuale della propria arte.



E del resto Linda Mulvey, in arte LINDER STERLING, era nata proprio come artista visiva, responsabile di due tra le più conosciute copertine della scena musicale post-punk dei tardi '70: Orgasm Addicted dei Buzzcocks e Real Life dei Magazine. Compagna di Howard Devoto (cantante dei Magazine), Linder ha trovato nella complessa musica di Ian Devine le giuste suggestioni per esprimere la propria attitudine vocale oltrechè semplicemente grafico-artistica.

A proposito della musica, va detto che il sound dei LUDUS è davvero difficile da definire, soprattutto per la quantità di influenze presenti nelle intricate melodie che caratterizzano lo stile della band. A volte verrebbe quasi da chiedersi se la musica contenuta negli album (soprattutto i primi) non sia davvero una sorta di progressive sfrondato da tutti gli orpelli tecnici del passato e riportato ad una essenzialità sonora declinata in maniera evidentemente rapsodica (tipico del prog-rock).

Meno arroganza e più sintesi nelle trame sonore, ma non meno complessità strutturale (ad esempio basta ascoltare un brano da THE VISIT, Lullaby Cheat, per capire esattamente il perchè di quanto appena affermato). E sebbene la voce della stessa Linder non si possa sempre ritenere all'altezza delle complicate tessiture armoniche della musica, l'ingrediente femminile che canta con grande apparente disinvoltura testi al limite della censura conferisce all'intero progetto una certa aura di avanguardia militante che non può non essere considerato.
Dalle intricate song dei primi lavori alle derive free-form jazz di DANGER CAME SMILING, la band ha saputo tracciare un profondo solco nello sterminato panorama dei primi anni '80 inventandosi di fatto una dimensione musicale originalissima e "progressiva" capace addirittura di far intravvedere anche una possibile evoluzione del linguaggio musicale giovanile di allora ... una speranza purtroppo non concretizzata davvero.



Attenzione, non siamo di fronte ad un combo di disperati selfish noise-makers ... tutt'altro, e in questo senso, al pari di esperienze parallele quali quelle dei contemporanei LEMON KITTENS di un'altra coraggiosa donna (Danielle Dax), LUDUS esercita con forza dirompente una esplosiva energia creativa e concettuale rimasta purtroppo solo parallela alla più celebrata e rincorsa rudezza della scena punk dell'epoca.

A distanza di anni, per fortuna, è possibile rielaborare con maggiore dovizia di particolari quel "momentum" artistico e se da una parte è inevitabile incorrere nelle tetre atmosfere della new wave eroino-dipendente e dell'inarrestabile bad behaviour delle punk bands più esagitate, d'altro canto manifestazioni artistiche come quelle offerte da LUDUS permettono di attribuire a quella stagione un valore culturale ben più solido e profondo (che come tale, ovviamente, rimane comunque alla portata solo di chi apprezza la musica come veicolo di cultura e on solo come mero intrattenimento.