Visualizzazione post con etichetta 2015. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 2015. Mostra tutti i post

martedì 1 dicembre 2015

Manna/Mirage - Blue Dogs (2015)




















Sono sempre stato un estimatore della musica dei Muffins e benchè la loro collocazione nel mondo della musica degli ultimi trent’anni sia stata ingiustamente considerata dai più “marginale” rispetto alla contemporanea o di poco antecedente scena “in opposizione” europea io trovo il sound di questa band particolarmente interessante ed innovativo nei suoi pur evidenti echi di  “derivazione” ispirativa.

Le sorti professionali di un gruppo che non riesce ad imporre completamente, o almeno con continuità, la propria identità artistica all’attenzione del pubblico sono destinate a mantenere marginale il contributo alla scena culturale del proprio tempo e così è infatti capitato ai Muffins.

Per fortuna nei tempi recenti qualcosa, soprattutto grazie alla altrove perniciosa “rete di connessione”, si è mosso tra gli affezionati conoscitori della band e parte della nuova generazione di giovani appassionati di musiche “altre” e così Dave Newhouse, Billy Swann e Paul Sears (tre dei quattro Muffins originali) hanno deciso di riproporre la loro traiettoria musicale con un nuovissimo lavoro autoprodotto ed autodistribuito (almeno per il momento).BLUE DOGS è l’eccellente risultato di questa rinata collaborazione dei tre (a nome MANNA/MIRAGE, come il primo album degli allora "The Muffins") supportata con competenza anche dalla presenza di altri musicisti in grado di ben adattarsi alle poliedriche composizioni (del solo Newhouse) qui proposte.

Ironia e rigore trovano equilibrio nelle atmosfere cangianti e sempre molto calibrate, caratterizzate da eccellenti orchestrazioni dei fiati e solismi sempre molto contenuti e mai banali.

Forse una certa dose di spigolosità e “cattiveria” è andata via via perdendosi negli anni, ma in compenso una attenta elaborazione armonica delle composizioni offre una riuscitissima alternativa ad uno sterile aprioristico sentirsi “contro” tipico di una “certa” epoca di coerente riferimento ed ispirazione artistica.

Ovviamente il carattere esclusivamente “strumentale” del disco non concede divagazioni “melodiche” di facile presa, ma del resto è sempre stato così anche in passato e non c’era certo alcun motivo di provare a cambiarne l’essenza oggi.

In ultima analisi un gran bel lavoro che merita di essere presente nelle audioteche di un pubblico desideroso di qualità e onesta creatività contemporanea.

sabato 25 aprile 2015

James Taylor - 24 aprile 2015 - Padova, PalaGeox
















I segni del tempo si vedono tutti nel fisico e nelle modalità di adattamento soprattutto di alcune canzoni del buon vecchio JT, ma è altrettanto vero che il profondo segno lasciato da tempo nel cuore di un appassionato non è andato scemando, anzi …
... si rafforza ogni volta che viene esposto alla presenza dell’origine prima, ogni volta che è possibile restare a pochi metri da quell’uomo che - lo si voglia o no - ha raccontato se stesso con una sincerità ed una generosità di rara intensità.
Un concerto di JT non è uno spettacolo, ma è un invito a trascorrere una serata in compagnia di amici … con un anziano buontempone che dopo cena ci suona qualche sua canzone, note che conosciamo dal profondo perché ormai incastonate NEL profondo delle nostre emozioni individuali.
Lui suona, scherza, ride, balla, si emoziona e si diverte e non fa nulla per nascondere il tempo che trascorre inesorabile anche per lui.
Tra una canzone e l’altra racconta degli aneddoti (alcuni arcinoti per i frequentatori delle sue serate … che lo rende ancora più uguale ad un qualsiasi nostro parente in età e apparentemente leggermente “rincoglionito”), storie sono sempre ricche di un fascino speciale per chi non ha mai avuto la possibilità di sentirle raccontate proprio dalla voce di quell’uomo allampanato e dallo sguardo dolce e allucinato allo stesso tempo.
Serate come queste sono preziose perché permettono davvero uno scambio di emozioni così intenso da far capire come sia vero il potere della musica e come sia ancora possibile comunicare davvero tra umani con sistemi non solo verbali … è un segno (senza sembrare troppo “spirituale”) di rara fratellanza.
Il concerto? un piacevolissimo e rilassato ripasso delle ben note canzoni ma con qualche momento di inaspettato vigore muscolare sonoro che ha dato l’ennesima dimostrazione di come gli attempati signori sul palco siano ancora in grado di far esplodere i loro singoli strumenti con la giusta cattiveria e maleducazione (in particolare non ho mai visto Michael Landau così in forma alla chitarra … almeno due dei suoi soli sono stati davvero qualcosa di “devastante”).
La rilettura più grezza e potente di un brano blues leggendario come “Steamroller” è stata forse la sorpresa più grande e “l’unica” vera deviazione dalla consolidata dimensione concertistica di JT. La sua magica voce mostra i segni del tempo e alcuni adattamenti delle linee vocali lo dimostrano, ma va bene così perché la qualità della storia che ti racconta prescinde dalla reale perfezione della voce che la racconta … e stranamente è proprio nelle tonalità più confidenziali che la fatica del cantare si manifesta verso la fine del concerto … e quando con più evidenza si manifesta nelle strofe confidenziali dell’ultimo brano (l’intramontato ed intramontabile capolavoro di Miss. Carole King “You’ve got a friend”) in fondo rappresenta un “valore aggiunto” alla performance, un segnale di ancor più onesta intimità tra l’artista ed il suo pubblico.
I brani dell’ormai imminente prossimo nuovo disco raccontano invece un JT rilassato ed “escatologico”, più che mai proiettato verso i grandi temi dell’esistenza, quasi un bilancio di saggezza acquisita da una vita non altrettanto saggia e lineare (con “You and I again”, in fondo, regala un commovente messaggio “universale” … a prescindere dalla dedica particolare alla attuale moglie Caroline “Kim” Smedvig)
Naturalmente c’è anche molto “mestiere” nell’incedere sul palco, nell’intervallare a volte tra brano e brano piccoli bizzarri siparietti proposti con grande naturalità e con una mimica facciale che contraddistingue da sempre l’arte del comunicare di JT (e non solo da quando è persona “ripulita” da qualsiasi passato “bad behaviour”).
fa parte di questa unicità comportamentale anche la scelta di accettare la pausa tra i due set musicali (a mio parere voluta più dall’organizzazione per motivi “commerciali” che da reali esigenze della band) caratterizzandola in modo personalissimo rimanendo ostinatamente sul palco, seduto e disponibile a firmare qualsiasi oggetto gli venga proposto dai numerosi entusiasti fans.
In questo modo di fatto JT non è mai uscito dalla scena fino ala fine del secondo set, dopo l’ennesima solare e contagiosa performance di “Your smiling face”.
E probabilmente, a conti fatti, anche questo particolare è un piccolo “segnale” che metaforicamente dimostra come JT praticamente non uscirà mai dall’immaginario dei suoi estimatori sinceri.

Something in the Way She Moves 

Today Today Today 

Lo and Behold 

Wandering 

Everyday (Buddy Holly cover)
Country Road

Millworker 

Carolina in My Mind 

One More Go Round 

Sweet Baby James 

Shower the People

Stretch of the Highway
You and I Again 

Hour That the Morning Comes 

Handy Man (Jimmy Jones cover)
Steamroller 

Fire and Rain 

Walking Man 

Mexico 

Your Smiling Face

Shed a Little Light 

How Sweet It Is (To Be Loved by You) (Marvin Gaye cover)
You've Got a Friend (Carole King cover)

James Taylor - chitarre voce
Michael Landau - chitarra
Jimmy Johnson - basso
Steve Gadd - batteria
Larry Goldings - tastiere
Andrea Zonn - voce, violino
Kate Markowitz - voce
Arnold McCuller - voce

mercoledì 11 febbraio 2015

Robert Rich - Filaments (2015)

Musica da "respirare". L'esperienza sonica di Robert Rich lo ha portato sempre di più verso una prospettiva più "europea", certamente più in debito con l'elettronica minimale tedesca della metà degli anni settanta qui semplicemente rivisitata ed arricchita con quella tipica spazialità che proviene da suggestioni più propriamente legate al primissimo movimento "new age" USA (di cui Rich è stato sicuramente uno degli esponenti maggiori). Sequencers in pulsazione ipnotica e lunghe note pseudo orchestrali abitano la quasi totalità del contenuto (9 tracce) di questo lavoro che non aggiunge nulla di nuovo alla poetica musicale di Rich, ma si inserisce perfettamente nel suo eccellente percorso artistico.