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mercoledì 19 gennaio 2022

GONG (?) - "Piazza Navona, Roma 27.06.1975" (1975)


























... che fatica riuscire a mantenere "in linea" la coerenza della poetica musicale dei GONG senza la presenza del loro leader e fondatore Daevid Allen ... Steve Hillage che se n'era preso carico all'indomani della uscita dal combo del visionario fondatore ha retto per poco tempo questo ruolo ... una comprensibile situazione di inadeguatezza non certo dovuta alle capacità musicali del brillante chitarrista di Chingford (East London, giusto ai confini con la foresta di Epping altrimenti nota nel mondo del progressivo) quanto piuttosto alla insostituibile personalità di Allen (sul palco e fuori)

... ed infatti nel repertorio proposto in Piazza Navona a farla da padrona sono i brani che di fatto rappresentano la quasi totalità di "Fish Rising" primo disco "solo" di Hillage (di fatto pubblicato solo due mesi prima del concerto romano) ... quindi, se si escludono alcune bizzarrie condita dall'aroma "oppiopsichedelico" dello spirito originale dei Gong, questo in realtà è stato un concerto "venduto" come una performance dei Gong, ma che in realtà altro non era se non un tour promozionale del repertorio del solo chitarrista ... d'altronde è utile ricordare che quando Allen decise di abbandonare l'astronave che lui stesso aveva creato, molti contratti per concerti erano già stati concordati e stipulati e sarebbe stato davvero uno spreco farli saltare (dato che già qualche tempo prima la band era stata costretta a ritardare un tour per problemi di varia natura amministrativa e legale) ...

una delle ulteriori sorprese di questo insolito concerto comunque è la presenza di Brian Davison (ex Nice e ex Refugees) alla batteria ...il concerto romano in realtà sarebbe stato il suo penultimo suo con questa formazione "Gong-non-Gong" (la definizione "Paragong" non può essere usata qui dato che era stata già utilizzata per una ulteriore formazione momentanea del combo all'indomani della prima defezione di Allen dal gruppo per motivi personali avvenuta nel tra il febraio ed il maggio del 1973) ... Davison infatti se ne sarebbe andato dal gruppo per delle evidenti "buone ragioni ("irreconcilable musical and personal differences")

Ma la seppur "eccellente stanchezza" di questo concerto è facilmente percepibile ad un ascolto attento e soprattutto da chi è abituato a conoscere la "vera sostanza" del suono Gong e non basta la presenza di Didier Malherbe o gli innumerevoli "glissando" per replicare lo spirito vitale del visionario Allen

Posso però comprendere che il pubblico (accorso peraltro numeroso anche per vedere all'opera Robert Wyatt e gli Henry Cow quella stessa sera) sia rimasto comunque affascinato dalle "sballo-sonorità" proposte, ma a distanza di tempo e a mente lucida è indiscutibile l'improponibile paragone con l'astronave madre, fermo restando comunque il rispetto per l'indubbia (necessaria) professionalità di Hillage & C. nel cercare di non snaturare troppo il tutto per non deludere le aspettative degli appassionati presenti ...

martedì 6 giugno 2017

HARLIS - Harlis (1975)






















...l'avventura Sky Records GmbH inizia nel 1975 con questo album di puro hard rock (all'americana!) di questa band chiamata Harlis e prodotta da Gunter Korber e Conny Plank.

Il tutto non potrebbe essere più lontano da quello che poi sarebbe stato la direzione stilistica della label, ma è curioso ed interessante allo stesso tempo ascoltare quanto "internazionale" fosse sentito il linguaggio del "rock" in una più che evidente marcata matrice  americana.

I brani risultano gradevoli e ben arrangiati, proposti con un inglese-germanico non particolarmente brillante, ma evidentemente in quei giorni la cosa non rappresentava certo un problema credendo ingenuamente che il mercato inglese avrebbe accettato qualsiasi interpretazione del proprio idioma per concentrarsi sulla proposta musicale in generale (ma così non fu né allora e nemmeno in tempi più recenti, salvo occasionali eccezioni, per qualsiasi produzione al di qua della Manica).

E' bene comunque ricordare che nel 1975 il vento stava già cambiando verso una forma di rock più elementare e crudo ed il punk era già alle porte pronto a devastare il barocco panorama progressivo prima di aprire la strada per la cupa stagione della new wave (elettrica ed elettronica di fine '70) ed è quindi facilmente comprensibile che prodotti come questo (e molti altri in quel momento) non potessero aspirare ad un riconoscimento consistente da parte di un pubblico che (ri) cominciava a dipendere solo ed esclusivamente dalle "tendenze" discografiche diventando definitivamente eterodiretto nei gusti e nelle scelte.



lunedì 28 dicembre 2009

JAMES GANG - Newborn (1975)



Disco pressochè ignorato all'epoca a causa della inesorabile parabola discendente della carriera della band che era stata veicolo professionale per Joe Walsh e - seppur brevemente, ma significativamente - per Tommy Bolin.

Ma come spesso capita, con riascolti meno condizionati dal rumore di fondo contemporaneo circostante, ci si accorge che il valore di un determinato prodotto non sia stato perfettamente messo a fuoco al momento della pubblicazione e quindi riemerge il piacere di ascoltare qualcosa che si ripropone con rinnovato e ritrovato spirito.

Sembra davvero impossibile credere che tutti gli appassionati di un certo "rock" sanguigno ed energico si siano dimenticati di colpo di questa band relegando questo disco ai magazzini del macero industriale. Eppure in NEWBORN sono presenti tutte le potenziali caratteristiche del buon rock anni settanta, dagli episodi muscolari e di impatto, alle ballate melodiche e sensibili, dal rock declinato in chiave pop fino alla rivisitazione del primo rock'n'roll (con una brillante versione della "Heartbreak hotel", vero e proprio classico di Elvis).

Un peccato davvero, anche se musicologicamente si può giustificare questa circostanza con il momento di grandissimo cambiamento che si andava preparando proprio nella seconda decade degli anni 70.

Per fortuna comunque la memoria discografica digitale ha riportato alla luce anche questo piccolo goiellino a cui vale la pena dare una seconda chance di ascolto e gradimento ... compresa una nota di apprezzamento per la scelta della veste grafica che accompagna il disco, la riproduzione di una straordinaria opera di Salvador Dalì quale "Geopoliticus Child Watching the Birth of the New Man" (1943).


lunedì 30 novembre 2009

SPLIT ENZ - Mental notes (1975)



... solo qualche riflessione in più sulle ... "doppie punte"

(01) - WALKING DOWN A ROAD
Considerando questa versione come quella 'senza esperienza' e la produzione dell'expertise di Phil Manzanera (che verrà messa in campo all'atto della pubblicazione europea di Mental Notes) bisogna dire che la struttura rapsodica di questa "canzone" è quindi propria dell'originale obliqua creatività del gruppo che - è bene ricordarlo sempre con i primi Split Enz - aveva sicuramente nelle stravaganti idee di PHIL JUDD le fondamenta per un'affascinante modello compositivo pop trasversale.

(02) - UNDER THE WHEEL
Brano lasciato successivamente (e per certi versi giustamente) in disparte da Manzanera forse perchè 'troppo uguale' per struttura al già ben più maturo e convincente 'Stranger than fiction' rimane uno dei capolavori di Judd in questo esordio discografico. Il suo modo visionario di cantare e quel melange di 'acustico e progressive' (a-la-Genesis) così evocativo sono davvero gli elementi essenziali dello spirito creativo presente in questo lavoro. Ardite dissonanze e spigolosi passaggi armonici ricamano lo scenario fino al solenne finale.

(03) - AMY (Darling)
Evidente primo tentativo di canzone 'commerciale' e primo vero momento 'Finniano' dell'enz-world. La simpatia che Finn ha sempre saputo trasmettere con le sue canzoni è qui perfettamente centrata anche grazie allo splendido interplay tra le chitarre e le tastiere di Eddie Rayner (vero - ma sottovalutato - stregone sonoro). Difficile immaginare per loro un futuro da 'top-ten' ... eppure qualche timida idea vincente è qui già presente. Dovranno solo aspettare qualche anno e vivere qualche tremenda delusione umana e professionale prima di rifarsi.

(04) - SO LONG FOR NOW
Altro brano lasciato negli archivi all'atto della presentazione europea della band, ma che però fotografa molto bene quella dimensione musicale a cavallo tra un pop che si vuole lasciare dietro le spalle il progressive, ma che allo stesso tempo non ha nessuna intenzione di tornare a svilirsi in semplici melodie da fischiettare sotto la doccia ... insomma un interessante tentativo di pop-progressive (o 'intelli-pop') che vedrà migliore successo e maggiore focus (e fortuna) in realtà discografiche come 10CC o SUPERTRAMP (almeno in parte)

(05) - STRANGER THAN FICTION
Qui l'intuizione di base è satat quella di CAPIRE la potenzialità di questo eccezionale brano e saperla portare (con sapienza ed esperienza professionale) al suo massimo valore possibile. In effetti in questa prima proposta si capisce che questo è sicuramente un brano in grado di fare la storia del gruppo ... ambizioso e sufficientemente impegnato anche nel testo vagamente esistenziale, l'aldamento scomposto della narrazione musicale è davvero singolare ed originale. La chitarra di Wally Wilkinson purtroppo non è abbastanza lacerante per rendere drammatiche le parti ad essa dedicate, ma è evidente che per interpretare con il giusto pathos quei frammenti è necessaria una maggiore personalità (unico difetto forse appuntabile al giovane e bravo chitarrista neozelandese). Quando la riascolteremo nella versione europea ... la farfalla sarà ormai completamente pronta a prendere il volo.

(06) - TIME FOR A CHANGE
Immortale canzone che meriterebbe un posto tra le più belle canzoni della musica anglosassone degli ultimi 100 anni ... ma si sà ... in un mondo (per me) perfetto gli Split Enz sarebbero dovuti diventare popolari quanto i QUEEN ... Anche in questo caso tutto è abbastanza chiaro qui per capire la bellezza del brano, merito dei ragazzi e non della produzione ... anche se quando Manzanera ci metterà le mani (soprattutto i clamorosi fiati di Robert Gillies) ... tutto diventerà assolutamente incredibile e perfetto.

(07) - MAYBE
Seconda song cantata efficacemente a due voci da Judd e Finn ... e la sostanziale differenza tra l'educata e lineare voce del secondo rispetto alla psichedelica ed instabile tonalità imprevedibile del primo racconta della 'perfetta dicotomia' espressiva convivente in questa band.

(08) - TITUS
Altro capolavoro (attenzione ... del solo Phil Judd) in embrione ... esploderà successivamente anche questo ... e dopo l'album europeo non sarà più possibile ascoltarne questa prima (peraltro eccellente) versione. Anche in questo caso le due voci sono meravigliose nella loro profondissima differenza di identità e forse è la prima volta nel disco che la nevrosi della voce di Judd che canta la prima strofa viene squarciata dalla bellezza della voce di Tim Finn della seconda strofa. Bellissimi i mandolini ed il pianoforte che con il mellotron sostengono l'impianto musicale. Che bellezza (e pensare che sono solo le avvisaglie ...)

(09) - SPELLBOUND
Il brano sicuramente più ambiziose di questo primo disco non riesce a centrare il bersaglio pur rimanendo un bellissimo esempio di pura ed incontaminata creatività entusiasta. Per questo brano sarebbero state sicuramente necessarie altre capacità interpretative dei singoli che non sono evidentemente ancora in grado di gestire tutti i colori di cui la straordinaria idea musicale di Judd avrebbe bisogno.

(10) - MENTAL NOTES
Divertissement volutamente sconvolto che paradossalmente anzichè 'chiudere' il disco ... alla luce di quanto poi capiterà in realtà ... sembra proprio riaprire lo scenario verso qualche non ancora ben precisato approdo creativo.

lunedì 23 novembre 2009

SUPERTRAMP - Crisis? What Crisis? (1975)



Primo vero salto qualitativo nel "song-writing" della band inglese che poi raggiungerà un successo planetario qualche anno dopo con il celeberrimo BREAKFAST IN AMERICA.

In realtà la qualità delle composizioni, degli arrangiamenti e delle idee che ha reso famosissimo quell'album sono già presenti qui e forse addirittura in misura maggiore. Probabilmente il mancato successo già con questo album è frutto di quelle inafferrabili circostanze che - senza alcuna ragionevole motivazione - fanno la differenza a solo pochi mesi di distanza.

Resta comunque il fatto che questo album, con la straordinaria produzione di KEN SCOTT, fa compiere a Rick Davies e Roger Hodgson (principali autori del materiale del gruppo) un salto qualitativo incredibile, facendoli rimanere ancora per un po' ancorati a "certo" impegno rapsodico dell'ormai già vecchio rock progressivo, e - mutuando qualcosa anche dalle sfumature "jazzy" di certe altre band più "rigorose" (IF ad esempio) - portandoli ad evolvere una scrittura di "canzoni" accattivanti ed orecchiabili (senza mai apparire troppo banali).

CRISIS? WHAT CRISIS? è davvero un pilastro importante del rock che cerca un disimpegno d'ascolto culturale dalle pompose atmosfere dell'egomaniacale tardo progressive e che riporta l'idea di canzone in un contesto credibile ed accettabile ... e non è poi un caso se l'album successivo EVEN IN THE QUIETEST MOMENTS sarà ancora più esplicito nell'operazione di transizione.

In questo disco - e più in generale nella musica dei SUPERTRAMP - è possibile ascoltare il motivo da fischiettare ("Sister Moonshine", "Lady") evitando allo stesso tempo ascolti più complessi ed articolati ("A soapbox opera") o aggressivi ("Ain't nobody but me", "Another man's woman") che però rappresentano viceversa una garanzia di un certo quale "impegno" e credibilità musicale per un pubblico non necessariamente interessato alle canzoni da fischiettare.

Come i leggendari 10.CC (ma con molti meno "meriti musicali") i SUPERTRAMP in questa fase creativa mid 70's sdoganano nuovamente l'idea che la comunicazione passi anche attraverso delle canzoni non troppo complicate, ma raffinate, spiritose, intelligenti ed accattivanti.

Il successo mondiale ottenuto poco dopo ... è poi stato per loro indubitabilmente un ottimo "incidente di percorso", ma opportunamente questo disco dimostra che il loro riconoscimento non è stato un frutto casuale, quanto una coerenza creativa che fortunatamente ha trovato terreno fertile al momento della loro massima maturità.


martedì 17 novembre 2009

GONG - 1975.09.10 Marquee (1975)



Orfani del fondatore Allen, i GONG mantengono necessariamente fede agli impegni professionali contratti con la Virgin Records promuovendo diligentemente la loro uscita discografica del momento (SHAMAL) con una serie di concerti in formazione "ibrida" ovvero: Didier Malherbe, Steve Hillage, Pierre Moerlen, Mike Howlett, Mireille Bauer, Patrice Lemoine, Miquette Giraudy.

Il repertorio proposto qui è sostanzialmente quello che poi comparirà qualche mese dopo in "Fish rising" del solo Hillage, solo quattro brani del vecchio set GONG storico ("Oily way", "6/8", "The Isle of everywhere" e "Get it inner") e - curiosamente - solo due brani dall'album in promozione ("Bambooji" e "Wingful of eyes").

Inutile sottolineare che l'assenza di Allen lascia al solo Hillage la direzione dell'intero gioco e anche se il buon Steve fa del suo meglio, è evidente la mancanza della "genialità" tipica dell'imprevedibilità del vecchio Daevid. La band risulta così una buona formazione di prog-jazz-rock, eccellente nelle individualità ma molto meno coesa nella sua globalità ... tanto da sembrare più la prima vera band di Steve Hillage che non ciò che rimane della comune di freakoids a cui eravamo abituati dal 1971.



giovedì 29 ottobre 2009

GENESIS - 1970 - 1975



Il pezzo forte di questa collezione non è certo l'ennesima versione della pur bella "Happy the man" o dell'incompresa "Twilight alehouse" e nemmeno le monotone BBC sessions (fatta eccezione per un brano come "Let us now make love").

Il vero, succoso documento per "l'ermeneuta genesisiano" è qui rappresentato dal pacchetto di 4 brani che presentano le versioni grezze di un corpus creativo che si sminuzzerà in tantissime parti nel repertorio della band (in alcuni casi, alcune scompariranno definitivamente dalla tavolozza di audio-colori della band) creando poi le solide basi per molti memorabili lavori.

Bello scoprire COME nascevano quei capolavori, ed è bello scoprire anche quanta attenzione nella composizione e nell'arrangiamento veniva messa in opera da quei ragazzetti impegnati nel creare una loro propria ambiziosa dimensione musicale, lontana dalla sola pulsazione animale del ritmo, ma vicina alle possibili innumerevoli percezioni del cervello.

martedì 13 ottobre 2009

VAN DER GRAAF GENERATOR - Godbluff (1975)



(Lo considerai una specie di "miracolo" all'epoca ... il generatore aveva inaspettatamente ripreso a produrre quell'energia di cui avevo così bisogno)

GODBLUFF è uno di quei dischi che chi ama i VDGG fa fatica a dimenticare indipendentemente dalla qualità intrinseca (a mio avviso notevole) del lavoro stesso.

GODBLUFF è infatti costituito da 4 lunghi brani oscuri, crudi, a volte violenti e a volte suadenti, disperati, gridati ed accerchiati dal solito buio caos dei sassofoni multipli e distorti di Jackson, dal drumming essenziale di Evans e dalle eccellenti tastiere visionarie di Banton.

Ma su tutti, ancora una volta QUELLA VOCE che grida la rassegnazione di "Undercover man", la profezia apocalittica di "Scorched earth", la cruda consapevolezza di "Arrow" e l'onirica "The Sleepwalkers".
Certo, può non piacere il modo clamorosamente drammatico con cui Peter Hammill propone le sue interpretazioni vocali, ma non può non essere evidente la straordinaria efficacia con cui racconta l'angoscia e le inquietudini del suo tempo.

E' stato il disco della (purtroppo breve) prima rinascita della band di Peter Hammill con David Jackson, Hugh Banton & Guy Evans, ma non per questo è stato un semplice (secondo) inizio, dal momento che la matura personalità compositiva presentata in questo album è semplicemente devastante ... proprio nell'accezione che ha reso UNICI i Van Der Graaf Generator nel panorama internazionale di quegli anni.

mercoledì 7 ottobre 2009

GAVIN BRYARS - The sinking of the Titanic (1975)



... non ci sono parole per descrivere il contenuto di questo capolavoro (in assoluto uno dei dischi più sconvolgenti sia musicalmente che concettualmente) che ancora dopo tanti anni rimane un punto cardine attorno a cui ruotare (quando presente) la lucidità creativa disponibile.
Gli aneddoti a riguardo sono molti, ma il suono che si espande dai solchi di questo misero oggetto di PVC colpiscono e turbano, annullando lo spazio ed il tempo circostante per tutta la durata del suo concentrico duplice percorso.

"The sinking of the Titanic" (1969) e "Jesus' blood never failed me yet" (1972) rappresentano per me un irripetibile esempio di culmine creativo indiscutibile di una concettualità applicata all'arte del suono non più di moda ormai, ma che orgogliosamente a volte vale la pena di rivendicare e ricordare.

giovedì 15 gennaio 2009

TODD RUNDGREN's UTOPIA - Another LIve (1975)

(precedentemente postato nel MySpace de l'Archivista)

Dopo il ritrovamento di COSMIC FURNACE, sarebbe stato facile riportare alla luce in caverna un disco fondamentale per il sottoscritto quale SOMETHING/ANYTHING o A WIZARD A TRUE STAR ... oppure TODD.

Invece, spinto da reale nostalgia ho estratto dalla sua preziosa copertina (europea) uno dei dischi più sottovalutati ed ignorati della discografia di uno dei massimi esponenti del prog-americano negli anni 70 (ed anche eccellente songwriter pop): TODD RUNDGREN.

Ho scelto il secondo capitolo con la band UTOPIA, quel ANOTHER LIVE registrato dal vivo nell'agosto del 1975 e pubblicato un anno dopo lo straordinario evento che fu l'uscita omonima della band UTOPIA.

ANOTHER LIVE vede la formazione degli "utopians" già parzialmente cambiata, in via di riassestamento verso la consolidata band che accompagnerà Todd dalla fine del 1975 fino agli anni 90. Non c'è più il sintetista dai capelli verdi (Mr. Frog Labat) ed al posto suo è arrivato proprio il talentuoso electronic wizard ROGER POWELL, mentre alla batteria il più rigoroso ed ordinato JOHN WILCOX ha preso il posto che era stato dell'imprevedibile (ma eccellente) Kevin Ellmann. sono rimasti per il momento al loro posto RALPH SCHUCKETT (tastiere), MOOGY KLINGMAN (tastiere) e JOHN SIEGLER (basso).

Il suono del gruppo è comunque straordinariamente solido e coerente con la precedente uscita e anche l'apporto compositivo dei nuovi arrivati è assolutamente integrato nella trama sonora della band.

(01) ANOTHER LIFE è un brano d'apertura che avrebbe fatto invidia a qualsiasi band contemporanea, con i suoi riffs potenti e penetranti e le cangianti atmosfere a cavallo tra un prog in evoluzione ed una reminiscenza del suono soul americano.

(02) THE WHEEL è una ballata acustica che si avvale dell'uso della tromba di Powell e della fisarmonica di Klingman e dell'armonica di Shuckett, mentre Wilcox efficacemente sottolina il tutto con dei bongos post-hippies. Tutto assolutamente ... TODD!

(03) THE SEVEN RAYS è l'episodio sicuramente più interessante del disco. Una tipica composizione sempre sul confine della troppa cerebralità per una band americana di "intrattenimento", ma perfettamente inserita in quell'epoca di coraggiose puntate nella complessità musicale con il "feel" della banda rock. Il brano comunque anticipa perfettamente quello che sarà da lì a poco il suono della band UTOPIA e definisce in maniera assoluta il concetto di prog-americano. Peccato che lo stesso Todd lo abbia ben presto abbandonato nelle sue scalette "concettuali" successive.

(04) INTRO/MISTER TRISCUITS/SOMETHING'S COMING esplosivo contributo elettronico al suono utopiano di Roger POwell che "duella" con la chitarra allucinata di Rundgren prima di lasciare il posto all'ottimo songwriting rock del chitarrista in questa sorta di nuovo medley electro-glam. (una breve digressione necessaria per segnalarvi l'esistenza di un bootleg intitolato NIMBUS TITHERWARD registrato a Londra nel 1975 dove la versione di questo brano raggiunge dei livelli davvero STELLARI di gran lunga superiori a quelli - già meravigliosi - presenti in questa pubblicazione.)

(05) HEAVY METAL KIDS classico del precedente repertorio solo di Todd qui adattato alla dimensione più ricca del sestetto. Il beat è decisamente più veloce e l'arrangiamento soprattutto vocale sembra più riportare il tutto ad una canzone glam-soul-rock, quale in origine proprio non era! Purtroppo il risultato non è perfettamente riuscito ed è l'episodio minore dell'intero disco, nonostante il brano sia sempre comunque una solida rock-song.

(06) DO YA è la cover di un brano dei MOVE in "risposta" ad una loro cover di un brano dei NAZZ (prima band di Todd) presente nel repertorio live della band inglese. Indubbiamente adatta alle corte del Todd più "beat" diventa una efficacissima versione post-psichedelica.

(07) JUST ONE VICTORY un vero e proprio inno post-freak denso di messaggi pacificti e di tolleranza nel testo e di riferimenti al soul della costa ovest americana nella musica. Uno dei brani di Todd che personalmente amo di più (forse perchè chiudeva un altrattanto amato LP intitolato AWATS).

giovedì 8 gennaio 2009

ARIEL KALMA - Moissons (1975)




Francese di nascita, australiano di adozione, ma cosmico per prassi, ARIEL KALMA è un moltistrumentista che fin da giovane si è appassionato all'interazione musicale con gli ambienti e con le discipline e la meditazione orientale.

Dopo un periodo di grandi viaggi in tutto il mondo, dove ha imparato ad ascoltare ed apprezzare una quantità enorme di stili musicali e/o semplicemente "suoni d'ambiente", ha iniziato il suo percorso personale di ricerca con alcune interessanti pubblicazioni di grande suggestione che offrono un'efficace dimostrazione della qualità del lavoro di ricerca nella metà degli anni settanta.

Echi Ryleyani - ovviamente - ma anche una originale sensibilità nell'uso dei loops e delle brevi frasi musicali che si incontrano e si intrecciano con grande misura e senso del gusto sonoro.


mercoledì 31 dicembre 2008

U.S. SAUCER - Tender places come from nothing (1996)

(tratto da DEEP LISTENINGS 8 - inverno 1997)



Ascoltando questo disco mi chiedevo realmente quanto a fondo si debba andare nell'ascoltare prodotti coì lontani da una forma musicale codificata ed universalmente riconosciuta come "normale".
E si ripropone l'ennesima volta un dilemma che costringe chiunque ad un'inevitabile riflessione sullo stato delle cose circostanti. Anche nell'ambito del pensiero sonoro, una proposta musicale (?) come quella dell'oscuro trio di San Francisco, giunto al secondo capitolo, costringe anche il più preparato degli ascoltatori a chiedersi definitivamente una qualsiasi ragione per cui sia rimasto fermo ben 49 minuti e 55 secondi ad assistere all'invasione aliena delle non-armonie e della musica imperfetta, in totale balìa di un trio di cocchieri apparentemente alla guida di una carrozza ormai a pezzi, capaci di costringerti a vagare in uno spazio sonoro ondeggiando paurosamente, facendo spesso perdere il controllo all'incauto ospite viaggiatore.
Brian Hogeman, Margaret Murray e David Tholfsen sono i responsabili di questo indimenticabile viaggio nel non-territorio, della non-esistenza, della non-organizzazione sonora.
Eppure non siamo di fronte ad un lavoro di "musique concrete", nè di "industrial noise crossover" ... tutt'altro. Gli strumenti privi di effetto gravitazionale sono chitarra, chitarra slide, viola, basso e voce ... già VOCE .. la voce di un sopravissuto alla catastrofe nucleare che ricorda (molto vagamente) la tradizione della musica country e blues cercando di documentarsi attraverso l'ascolto di qualche vecchio vinile mezzo bruciacchiato dall'onda di calore atomica. Una memoria commovente che si manifesta al suo apice con una stralunata versione di una natalizia "silent night".
Un disco da conservare gelosamente ed ascoltare con amore, con la tenerezza che dovrebbe essere dedicata alle meditazioni profonde circondati dalle ipnotiche frequenze della nuova onda elettronica contemporanea ... ma con un sincero sentimento d'affetto per questi crooners abbandonati ad un apocalittico futuro terrestre.

martedì 25 novembre 2008

FRANK ZAPPA - Joe's Menage



Forse non sarà per tutti, ma sono sicuro che quelli come me che hanno attraversato anni di documenti attraverso nastri dalla provenienza e qualità audio improbabili questa "seconda scelta" è uno di quei dischi da ascoltare e riascoltare.
E anche se la registrazione non è eccellente, risulta invece interessantissimo il contenuto REALE di questo "Menage".

Qualche dettaglio per cercare di spiegare il mio sincero entusiasmo:

Una prima versione di
HONEY DON'T YOU WANT A MAN LIKE ME fa capire che aria "tira" in questo documento. E anche se Estrada (credo) spesso si trova a cantare al limite delle tonalità previste, l'arrangiamento non ancora definitivo offre ottimi spunti di riflessione e di analisi se comparato
con le scelte successive.
The ILLINOIS ENEMA BANDIT non ha solamente la caratteristica di essere cantata da Napoleon, ma ha anche un andamento molto interessante ed una chitarra di Zappa sicuramente protagonista sebbene in modo "differente" da quello consueto.
CAROLINA HARDCORE ECSTASY qui nella sua prima versione riadattata diventa molto interessante per le scelte di arrangiamento proposte, che, benchè simili alla versione di qualche mese prima con la banda di Bongo Fury, assumono una caratteristica che conferisce al brano una qualche originale novità.
LONELY LITTLE GIRL/TAKE YOUR CLOTHES OFF/
WHAT'S THE UGLIEST PART OF YOUR BODY rappresentano un gustoso medley di WOIIFTM (non fosse altro che per alcune brevi battute aggiunte a "Lonely little girl" che confermerebbero l'esistenza di una proto-versione prima di quella definitivamente registrata nell'album) e in questo modo lo stesso brano diventa un piccolo goiello tenuto fin qui nascosto (mi sfugge il perchè della sua esclusione - per esempio - da una serie come YCDTOSA ... se non
forse per la mediocre qualità della registrazione stessa). Dal canto suo "Clothes" in "reggatta style" risulta spiritosa e brillante anche grazie allo stralunato solo di minimoog di Andrè Lewis (e questa registrazione serve anche per apprezzare il suo lavoro rimasto davvero troppo oscuro e sconosciuto).
La conclusiva "Ugliest" è un tipico scherzo dello Zappa maturo e l'incedere da lento doo-wop va in piena collisione con la seconda parte più ritmata per poi venire interrotta bruscamente da un
accadimento difficile da identificare dal solo audio (probabilmente la "risposta" è rimasta nel taglio effettuato in studio da chi ha "operato" chirurgicamente sul materiale).
CHUNGA'S REVENGE è un bizzarro showcase per alcuni dei musicisti della band. Napoleon, Norma Jean Bell e Andrè Lewis (con un Estrada al basso in singolare apparente diversa tonalità ...) si alternano su una texture funk decisamente finora inedita ed inusuale per qualsiasi ascoltatore zappiano.
Poi - imperdibile - l'annuncio di Frank che avvisa il pubblico: "Adesso signori e signore vi suonerò un assolo di chitarra ritmica". E qui ... nessun commento. Da solo questo frammento aggiunge alla enorme discografia zappiana un tassello UNICO.
Probabilmente molti non saranno d'accordo, ma qui stiamo ascoltando qualcosa di assolutamente nuovo. Goduria pura per vecchi zappiani!
A cui si aggiunge una nuova occasione per apprezzare le straordinarie doti di Terry Bozzio (e lo splendido suono della sua batteria) grazie ad un generoso solo che lo rende protagonista della scena sul finale del brano.
ZOOT ALLURES conclude in modo assolutamente imperdibile questa selezione, dando una dimostrazione di quale straordinaria lucidità chitarristica avesse l'uomo di Baltimora durante quella stagione di profondo cambiamento e turbamento legale nella sua carriera (ovvero nella sua VITA!).
E anche per i grandi esperti del chitarrismo zappiano, questa versione non più non lasciare allibiti per le soluzioni armoniche e per la qualità del fraseggio.
Semmai la cosa più brutta di tutto l'album è proprio l'editing che interrompe il solo di FZ problemi tecnici? censura ex-post?) prima del finale caotico ed estemporaneo su chiara direzione del boss (che per l'occasione presenta se stesso con lo pseudonimo di Tyrone Power!).

In (notturna) conclusione, sebbene saranno doverosi e necessari parecchi altri ascolti di questo materiale per apprezzarlo appieno e giudicarlo con maggiore serenità, posso personalmente sentirmi ampiamente soddisfatto per un prodotto che a priori davo solo come probabile "compendio" laterale alla sterminata discografia del Nostro.

Invece mi sbagliavo eccome!