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martedì 6 giugno 2017

MICHAEL ROTHER - Flammende herzen (1977)






















... l'ex NEU (anche se molti dimenticano la sua breve partecipazione nel 1971 con Klaus Dinger ai primi Kraftwerk del solo Florian Schneider ancora in via di definizione) inaugura la sua collaborazione con la Sky Records GmbH registrando nella seconda metà del 1976 questo album in compagnia di Jaki Liebezeit (CAN).

E' la celebrazione del suo tipico chitarrismo, fatto di suoni straordinariamente curati (siano essi "puliti" - quasi "frickiani" - o caratterizzati dalla distorsione "fuzz" propria dei pedali a disposizione in quei giorni) e dei suoni ovattati di batteria .... un vero marchio di fabbrica dei NEU! che erano stati.

Tastiere minimali e temi di chitarra semplici, elementari ed armonizzati quasi sempre per quinte inseriti in contesti dalla ritmica costante a mero supporto, oppure raccolti in brevi flussi senza tempo marcato in una dimensione quasi "eniana" tipica di lavori quali quelli contenuti in "Another green world".

Per me personalmente questo è il VERO suono "Krautrock", quello ingenuo, sincero ed onestamente originale che - pur senza raggiungere le vette creative di Faust, Kraftwerk o CAN - merita un posto di rilievo in quella stagione musicale mondiale di fine anni settanta.

Da ascoltare e riascoltare


SHAA KHAN - The world will end on friday (1977)

.. la Sky Records GmbH principalmente viene ricordata per essere stata una vetrina cosmica, un laboratorio di suoni proiettato verso lo spazio infinito, ma in realtà l'etichetta di Gunter Korber fin dalle sue prime uscite ospitava nel catalogo band di solido rock krautico (sia hard rock che pseudo progressive) e Shaa Khan sono infatti un eccellente esempio di questo aspetto editoriale.

Fatalmente il "lato rock" dell'etichetta non aveva certo le caratteristiche originali della via cosmica quanto piuttosto una dimensione fin troppo derivativa da quanto proveniente dall'Inghilterra permeasse il mercato discografico germanico.

Per certi versi comunque quanto spesso definito come "Kraut rock" ha avuto una "sua" caratteristica peculiarità che lo rende facilmente riconoscibile agli ascolti attenti per la sua apparentemente inevitabile matrice "floydiana" mescolata con suggestioni più romantiche provenienti da esperienze più marcatamente progressive.

In questo caso specifico la band in questione, nata essenzialmente con un repertorio di covers dei Deep Purple e Led Zeppelin, si è ben presto evoluta nella direzione di altre band quali Ufo, Nektar o Earth & Fire, verso un progressive piuttosto leggero ravvivato e drammatizzato soprattutto dall'uso delle doppie voci alternative nel canto.

"The world will end on friday" è un disco che ha probabilmente il suo momento migliore proprio nel visionario titolo e nel conclusivo brano intitolato "Seasons" e sicuramente non è da considerarsi "patrimonio dell'umanità", ciò nonostante ricorda che anche di questa musica si è cibata la nostra generazione di riferimento nelle lande germaniche.

mercoledì 16 novembre 2016

BEN SIDRAN - The doctor is in (1977 - 2016)

Era il 1977 ed ero un giovane deejay radiofonico di una importante emittente locale di Venezia, tanto importante da riuscita ad avere in anteprima dischi di prossima pubblicazione anche da parte di grosse major discografiche internazionali.
Nella primavera di quell'anno vennero recapitati alla redazione musicale della radio diversi pacchi omaggio con lacche e white labels di musicisti e gruppi ... alcuni famosi ed altri decisamente meno conosciuti da queste parti (comprendendo l'Europa in ... "queste parti").
Uno di questi pacchi proveniva direttamente dagli Stati Uniti, dall'ufficio promozione dell'etichetta ARISTA, fondata solo due anni prima da Clive Davis, con il nome Bell Records, e forse grazie alla relativamente recente attività, molto attenta alla promozione internazionale (in tempi in cui era davvero improbabile pensare di promuovere tutte le produzioni in catalogo senza una adeguata e capillare pressione sulle radio indipendenti mondiali).
Qualunque fossero state all'epoca le strategie commerciali dell'Arista, rimane il fatto che in quella primavera, aprendo quel pacco di dischi mi trovai di fronte a una serie di dischi che sarebbero rimasti nel mio mondo sonoro per sempre.
Il primo album ad uscire dal cartone fu una white label di un disco dello sconosciuto tastierista di colore tale DAVID SANCIOUS.
Il secondo fu un eccellente album di southern rock dei già noti OUTLAWS.
A seguire un disco di una neonata band progressive americana chiamata HAPPY THE MAN.
L'ultimo era un album di tale BEN SIDRAN intitolato "The Doctor is In".
No discosettanta, no soul, no straight jazz ... quindi il contenuto del pacco venne archiviato dalla segretaria di produzione nel settore "pop & rock" ... fantastico ... perché avrei potuto iniziare a trasmetterli immediatamente ... e così fu infatti per i rimanenti mesi in cui rimasi a collaborare con l'emittente.

Cambio scena I

I tempi delle radio private indipendenti erano ormai tramontati e nel 1996 eravamo solo agli albori di internet (consumer) e grazie al web il mio collezionismo musicale poteva dare risposte alla mia incontrollabile curiosità con infinite possibilità di ricevere informazioni in merito a cose passate, presenti e future.
Grazie ad una email rintracciata non so come, ebbi la possibilità di contattare direttamente un grande pianista di jazz contemporaneo quale era sempre stato in tutti gli anni passati proprio mr. Ben Sidran.
Fui straordinariamente felice di scambiare diversi messaggi con l'autore di quel disco che mi aveva "stregato" nel lontano 1977 e che non ero più riuscito a trovare in commercio in nessun formato possibile (erano ancora lontani i tempi dei pirati blogspottiani). Ricordo che mi sprecai in lodi convinte sull'intero album (ancora non sapevo che alla batteria sedeva il batterista di HOT RATS di Zappa) ed in particolare sull'arrangiamento finale di un brano intitolato "See you on the other side", un blues di straordinaria potenza espressiva orchestrale. La risposta di mr. Sidran a questa mia esternazione fu per me molto lusinghiera perché con molta semplicità mi scrisse che quel finale era una delle cose per cui andava più orgoglioso della sua luminosa carriera.
Quando poi scrissi che purtroppo mi era rimasta una sola registrazione su audio cassetta (di pessima qualità, peraltro) di quel disco meraviglioso lui mi rispose con altrettanta semplicità che il disco in realtà era stato praticamente ritirato dal commercio pochi giorni prima della pubblicazione ufficiale (stesso identico destino capitato all'album di David Sancious, peraltro) e quindi era diventato un vero e proprio oggetto di culto (quindi la copia recapitata in radio mi auguro sia nel salotto o nella cameretta di un qualsiasi mio collega di allora adesso ex-giovane di quei giorni movimentati della radio "in rampa").
Sconsolato chiesi a Sidran se esisteva un modo per recuperare comunque una copia usata o altro del prezioso manufatto industriale e lui mi scrisse che forse entro un paio di anni sarebbe stato possibile che un'etichetta giapponese riuscisse a recuperare i diritti di riproduzione e riproporre il disco nel moderno standard industriale.
Ci salutammo con questa notizia e non ci fu più nessuna ulteriore comunicazione (e mi rimane il rammarico che se quella conversazione si fosse svolta con i tradizionali sistemi di comunicazione con carta-e-penna mi sarebbe rimaste tracce anziché essere consapevoli che un semplice annullamento di un'account di posta antico ha come effetto collaterale la cancellazione delle conversazioni digitali ... sigh!).

Cambio scena II

Ad inizio 2016 scopro per caso che la Sonymusic Giapponese ha da poco annunciato di ristampare parte di un catalogo degli anni settanta ... e tra i titoli riesco a vedere BEN SIDRAN - THE DOCTOR IS IN. Alleluja !!!!!
Ho preordinato quindi il disco in febbraio contento di colmare finalmente quella lacuna nella mia audioteca più vicina al mio cuore.
Ho atteso per mesi senza avere notizie di nessun tipo fino a questa mattina quando mi è stato recapitato un pacchetto postale contenente il prezioso oggetto che sto ascoltando ... ed il finale di "See you on the other side" risuona bello, vigoroso ed intelligente come è sempre stato nel mio ricordo e nel mio cuore.

Bingo!

martedì 22 dicembre 2009

GRAHAM CENTRAL STATION - Now do-u-wanta dance (1977)



Quinto grandissimo album dello straordinario bassista LARRY GRAHAM e della sua formidabile funkband, vero e proprio vulcano creativo nell'ambito della black-music.

E' insolto pensare alla musica funk con una ottica differente dalla musica di intrattenimento, specie nella decade del Philly Sound di KC & The Sunshine Band o del "glamorous" soul-funky-sound" di gruppi come Earth Wind & Fire. Eppure a certe band del movimento va riconosciuto il tentativo assolutamente encomiabile di spostare il baricentro della propria creatività istintiva verso qualche forma più elaborata ed imprevedibile dello schema funky-soul più tradizionale e banale.

FUNKADELIC ed i primi KOOL & THE GANG sono stati alcuni degli ottimi testimonials di questa sorprendente ibridazione di un sound nato per far ballare il corpo con elementi di stimolo anche mentale (necessari per apprezzare alcune sfumature del suono generale)

"Now do-u-wanta dance" contiene così elementi di Doo-Wop, Heavy Rock e strane influenze europee che si mescolano sapientemente al funky groove di base con cui far muovere la platea.

La title track è straordinaria in questa direzione, ma il devastante basso distorto (molto europeo in verità) dell'apocalittica "Earthquake" o nell'inquietante ballata soul "Lead me on" propongono davvero una musica meritevole di grandissima attenzione per un pubblico sensibile alla vera creatività-di-contesto, dove alcune trovate sono palesemente "fuori-standard" (il romantico "mellotron" sempre in "Lead me on") ma per questo indice di elaborazione cercata e ostinatamente voluta.

... inoltre - come ultima 'nota di colore' - gli appassionati del grandissimo PRINCE dovrebbero partire da QUI per ... ascoltarlo e capirlo!

lunedì 21 dicembre 2009

SAD CAFE' - Fanx ta-ra (1977)



Nella caotica transizione tra il Progressive e la New Wave attraverso la devastazione punk (non in senso negativo, ma dirompente) la musica considerabile semplicemente pop ha rischiato di perdere la sua stessa funzione di semplice intrattenimento, dal momento che ... quansi non esisteva più nessuno da ... INTRATTENERE ... appunto.

Per fortuna in quegli anni a cavallo tra il 1976 ed il 1980 una serie di band inglesi hanno provato a reinventare il linguaggio della musica pop alleggerendo le pomposità del progressive mantenendone la qualità evocativa e la brillantezza della tecnica compositiva ed al contempo aggiungendo una certa ironia tipica della trasgressione allora "in movimento" per alimentare un semplice divertimento superficiale ed epidermico.

Gruppi come 10.CC o SUPERTRAMP sono sicuramente stati all'avanguardia nel trovare in questa modalità una loro propria strada originale per declinare una materia molto difficile e delicata.

In questo contesto musicale quindi si inseriscono a pieno diritto questi sorprendenti (e sconosciutissimi) SAD CAFE' capitanati da Paul Young (omonimo del più celebre cantante brit pop-soul, ma che avrà solo successivamente la sua piccola oasi di popolarità collaborando con Mike Rutherford nell'off-shoot Genesisiano di Mike and the Mechanics) e completati dalla presenza di Ashley Mulford (chitarra solista) Tony Cresswell (batteria, percussioni e voci) John Stimpson (basso, chitarra acustica e voci) Vic Emerson (tastiere) Ian Wilson (chitarra e voci) e Lenni (sax, tastiere).

Raffinati, intelligenti ed eccellenti musicisti i SAD CAFE' con questo album "Fanx ta-Ra" (slang storpiato della formula colloquiale "Thanks to you") hanno prodotto uno dei dischi di pop-rock sicuramente più belli e validi per quella generazione di musicisti alle prese con un pubblico davvero in crisi di identità (o - forse meglio - con troppe identità musicali da considerare).

Non un vero e proprio CAPOLAVORO, certo, ma assolutamente da ascoltare con grande rispetto ed attenzione.


mercoledì 2 dicembre 2009

SPLIT ENZ - Dizrhythmia (1977)



... ovvero del 'Jet lag' sofferto nei lunghi viaggi (circadian dysrhythmia) probabilmente all'origine anche dei primi dissapori nella band.

L'apparizione televisiva nel programma BBC 'Sight & Sounds' (visibile solo parzialmente nel DVD Split Enz) sembra cambiare la prospettiva professionale del gruppo ormai trasferitosi stabilmente a Londra. Quando di conseguenza esce sul mercato il secondo nuovo lavoro, i presupposti per una maggiore attenzione da parte del pubblico sembrano esserci tutti.

E' cambiata la produzione artistica, affidata questa volta a Geoff Emmerick, ma soprattutto sono cambiati gli equilibri all'interno del gruppo con la fuoriuscita di Phil Judd e Jonathan Chunn, una rivoluzione per nulla 'marginale'.

Anche se qualche cosa di Judd rimane in alcune composizioni presenti nella raccolta (una è addirittura completamente sua) è evidente che diventa Tim Finn il referente principale per l'aspetto creativo - coadiuvato di volta in volta da Eddie Rayner e Robert Gillies. I risultati sono tutt'altro che trascurabili qualitativamente, benchè molto più 'educati' delle instabili canzoncine trasversali di Judd. Il sound si fa più compatto e si allontana definitivamente dalle influenze del morente progressive per abbracciare con entusiasmo - e troppo opportunismo forse - una certo 'glam attitude' dell'epoca.

Altro particolare importante da notare è l'arrivo del fratellino Neil Finn alla chitarra ... che in realtà non una 'prima scelta' quanto un vero e proprio ripiego - dato che altri chitarristi avevano rinunciato all'impiego in una band così particolare - ma nel tempo questa soluzione 'in-house' si rivelerà incredibilmente vincente.

(01) - BOLD AS BRASS
A ben ascoltare ... sicuramente il brano migliore per cominciale il nuovo album e per attirare l'attenzione di nuovi potenziali fans e per consolidare quelli antichi, mantenendo quel mix di bizzarria e melodia che è stata fin qui la caratteristica principale della band.
Furbo ritornellino incastonato in un pop trasversale che diventerà il secondo singolo europeo (senza successo).

(02) - MY MISTAKE
Ecco il primo vero tentativo di approdo commerciale con questa canzoncina che - pur mantenendo efficacemente tutti i colori degli Enz - diventa il manifesto evidente della ricerca del consenso di mercato. Il risultato in Europa non sarà quello auspicato comunque mentre al contrario avrà invece pieno effetto sul mercato Australiano e Neozelandese.

(03) - PARROT FASHION LOVE
Uno dei brani più riusciti del disco perchè sostanzialmente vicino alle cose precedenti, con un più aggressivo e solido impianto rock, scritto con grande intelligenza da Rayner ed interpretato al meglio dall'intero gruppo. Una strizzatina al glam emergente con i fiati roboanti, ma una sana origine blues danno al brano un'atmosfera davvero interessante. Si sente la mancanza del basso di Chunn e delle potenziali 'diversioni' chitarristiche dello stralunato Judd, ma bisogna pure farsene una ragione.

(04) - SUGAR AND SPICE
Ed in qualche modo lo spettro di Judd emerge in questo brano (di sua composizione ... e si sente!) dove, nonostante il pesante trattamento 'glammy' generale, lo spirito sostanzialmente psichedelico del suo scrivere riappare nella sua vera genialità.

(05) - WITHOUT A DOUBT
Il contrappasso ideale alla memoria di Judd è invece questo brano del solo Finn, che indica in maniera molto evidente la strada verso una comunicazione comunque più immediata e meno instabile, con un gusto per la melodia decisamente più solido. Una ballata di pregio sicuramente meritevole di attenzione d'ascolto (anche se a volte - forse a causa del pianoforte - ricorda troppo il primo Elton John).

(06) - CROSSROADS
L'esuberanza (costruita e cavalcata promozionalmente con foto surreali e clownesche) del live set degli Enz viene proposta nell'album con questo pastiche che offre però ancora una volta l'occasione di apprezzare la quantità di soluzioni sonore presenti nel gruppo. Spiritoso e ben riuscito.

(07) - CHARLIE
Altra ballata, forse un po' 'più decentrata' dal 'nuovo suono' intrapreso in questo album, ma assolutamente efficace nell'interpretazione vocale di Finn e destinata ad essere un brano di punta nel live set. Memorabile qui l'arrangiamento delle tastiere di Rayner (organo, synth, mellotron e
soprattutto pianoforte) nella parte centrale, capace di raccontare una 'storia nella storia' evocando continui cambiamenti emotivi.

(08) - NICE TO KNOW
Una nuova sterzata rock/blues decisamente molto più grintosa e - per certi versi - più verosimile a quello che avrebbero potuto essere gli Enz se avessero mantenuto la formazione originale (e non è un caso se gli autori sono infatti Judd/Finn/Rayner). Probabilmente il brano che ancora oggi - dopo milioni di ascolti - ancora personalmente preferisco.

(09) - JAMBOUREE
Un bel divertissement 'in aroma prog' per concludere l'avventura. E' di fatto il lato più sperimentale del gruppo (l'aroma prog, nella sezione centrale appunto) ma il crescendo iniziale e finale sono di grande impatto emotivo. Inutile sottolineare il fatto che gli autori riconosciuti del brano sono - neanche a dirlo - Chunn, Crombie, T. Finn, Green, Judd, Rayner ... come a dire SPLIT ENZ mark 1b (!!!)


mercoledì 25 novembre 2009

NATIONAL HEALTH - National health (1977)



Come si può cercare di descrivere la musica di questa band inglese trent'anni dopo?

Potrei restare delle ore ad ascoltare e riascoltare questa incredibile sequenza di composizioni per comunque non essere alla fine in grado di dare una qualsiasi definizione capace di sintetizzare l'esplosione di creatività assoluta che permea questo (e gli altri) dischi di questo off-shoot canterburyano.

Prima di tutto non si può prescindere dalla qualità strumentale dell'apporto che OGNI SINGOLO MUSICISTA offre alla piena realizzazione di questo cocktail progressivo ...jazz ... pop ... rock ... tutto in rigorosa salsa Canterbury. DAVE 'L' STEWART è semplicemente inarrivabile con le sue tastiere strozzate, manipolate al limite del possibile e maltrattate in assoli angolari e geometrici (beninteso ... non euclidei) e contemporaneamente sostenute dall'ordinato, dolce ed elegante sommesso Fender Rhodes del compianto ALAN GOWEN. La straordinaria carica ritmica dell'indimenticato PIP PYLE e la rigorosa sobrietà in studio di NEIL MURRAY fanno da base ritmicamente in movimento per l'altro elemento sonoro "fuori" dal coro (e spesso musicalmente fuori da questo universo comprensibile) ovvero l'incredibile compianto PHIL MILLER ed il suo inconfondibile 'erratic style', su tutto, la cristallina voce di AMANDA PARSONS che a volte racconta anche storie di realtà parallele.

"Tenemos roads", "Brujo", "Borogoves" ed "Elephants" (con il suo "lungo addio" finale) sono tutte pietre preziose di una musica troppo poco divulgata rimasta comunque intatta nella sua purezza assoluta ... etica ed artistica.

Utopia al lavoro.

lunedì 23 novembre 2009

SUPERTRAMP - Even in the quietest moments (1977)



Probabilmente questo è il disco più bello e maturo ed è quello che quasi di nascosto ha maggiormente contribuito alla credibilità artistica del quartetto fondato nel 1969 da Rick Davies (altro "Swindoniano" famoso) e Roger Hodgson.

Grazie al discreto succeso del precedente CRISIS? WHAT CRISIS! la band si sposta definitivamente negli Stati Uniti per registrare questo album ed una certa attenzione "meno-britannica" si nota nella eccellente produzione realizzata autonomamente e senza supervisori.

Ogni singolo brano di questo album (tanto le ultra commerciali "Give a little bit" o "Babaji" quanto l'ambiziosa "Fool's overture" che cita addirittura "Venus" uno dei "pianeti" di Gustav Holst nel suo tema principale) è un gioiello di cura ed intelligenza, con una grandissima capacità di mescolare tra loro sentimento ed umorismo in dosi pressochè perfette per non rovinarne il risultato e l'effetto finale.

Senza poi voler considerare l'approccio vagamente di riflessione politica nell'album dato da piccoli indizi lasciati interpretare agli attenti osservatori come ad esempio la partitura presente sul pianoforte ... intitolata "Fool's overture" ma che in realtà è quella di "The Star Spangled Banner" ... o l'anti militarismo espresso chiaramente sempre in "Fool's overture" che cita direttamente un discorso di Winston Churchill tenuto nel 1940 nel tentativo di rinsaldare lo spirito di resistenza del Regno Unito dopo i primi mesi di guerra

"We shall go on to the end... we shall fight on the seas and oceans... we shall defend our Island, whatever the cost may be... we shall never surrender."

... o l'orgoglio nazionale citato (non si sa quanto ironicamente) nel frammento facilmente udibile di "Jerusalem" con il fiammeggiante testo di William Blake.

Naturalmente il 1977 non è l'anno della consacrazione e l'album rimane sospeso in un limbo di potenzialità straordinaria incompresa dal mercato (sebbene le vendite non saranno poi così peregrine quantitativamente).

Il riscatto definitivo avverrà solo due anni dopo, ma il gruppo raccoglierà il successo meritato con TUTTI gli interessi arretrati!



martedì 17 novembre 2009

DAEVID ALLEN - Now is the happiest time of your life (1977)



Altro capitolo essenzialmente acustico del visionario post-prog Daevid Allen, con la consueta efficace alternanza di follia ed imprevedibilità misti a serenità ed ironia, un mix reso ancora più suggestivo in questa occasione grazie al maggiore uso di strumenti provenienti da tradizioni musicali differenti (le tabla di Sam Gopal, il sarod o l'arpa di Marianne Oberascher) che si mettono "a disposizione" della scrittura cantautorale del visionario australiano.

Frammenti narrativi della trilogia Gong dei Pot Head Pixies vengono sapientemente alternati ad altre considerazioni e pensieri creativi di Allen che lasciano indelebile una sensazione di realtà parallela verosimile. A volte sembra prevalere uno spirito essenzialmente infantile di gioco fantasioso e divertito (come nella dolcissima "Tally & Orlando meet the Cockpot Pixie"), ma il più delle volte è evidente che dietro la struttura naif delle varie canzoni si nasconde una mente "oltre".

Siamo nel 1977, il punk sta dando le prime picconate al mondo della "certezza della cultura" nella musica (e qualcosa si intuisce anche qui nel brano "See you on the moontower") per cui le fragili surreali ironie di Allen fanno fatica ad interessare le nuove generazioni decise a ridurre in poltiglia l'idea che l'arte giovanile sia ANCHE affermazione culturale e non solo semplice BEHAVIOUR e fisicità.

E' invece significativo il verso che Allen recita nel brano "Why do we treat ourselves like we do?":

"muovi il cervello ... il resto seguirà di conseguenza!"

(forse a ironica parafrasi di quello che nel 1970 era stato l'invito dei FUNKADELIC ovvero "muovi il culo ... il resto verrà di conseguenza!") che però rimarrà evidentemente generalmente disatteso ormai negli anni a seguire da un pubblico che via via è andato perdendo il gusto per la complessità, della ricerca e del piacere della scoperta.

Anche la stessa copertina non è "in linea" con il momento turbolento in divenire ... quel viso sorridente di Allen che invita contemporaneamente a restare in silenzio ed ascoltare non è di sicuro un'iconografia che possa destare anche un minimo interesse nella nuova generazione di punk-freakoids diretti quasi come ipnotizzati al civico 460 di King's Road (il negozio di Vivienne Westwood).

Poi, magari, a ben guardare ... Allen è di gran lunga molto più "punk" dentro di tanti altri ... leggendo con attenzione il testo al vetriolo di "Poet for sale" ... ma comunque un ultima riflessione merita anche "I am", una digressione ambient della durata di oltre 11 minuti e di grande forza meditativa, una dimensione musicale che sembra essere puro suono/pensiero.

lunedì 16 novembre 2009

DAEVID ALLEN & EUTERPE - Studio Rehearsal tapes (1977)



In tempi recenti, Daevid Allen ha cominciato a rovistare nel suo magicko archivio ed ha iniziato a pubblicare di conseguenza documenti relativi alle sue differenti fasi creative in una collana parallela alle pubblicazioni ufficiali chiamata OBSCURA /in curiosa similitudine con la leggendaria OBSCURE di Eniana memoria).

Non sarà forse un caso che l'archivo si è aperto con una testimonianza della residenza creativa al cosiddetto Bananamoon Observatory di Maiorca ... una breve fase creativa che però è servita a dare ad Allen una ulteriore credibilità nel panorama musicale, anche se quanto riporta la copertina del disco fa riferimento a delle non bene identificate prove per la reunion dei Gong prevista per il 1977.

All'ascolto questa scelta risulta però doppiamente indovinata e particolarmente appetitosa per l'appassionato della produzione "acustica" del visionario australiano dato che si possono ascoltare subito alcune versioni "rivedute e corrette" di brani presenti nel primo album della coppia Allen/Smyth che rappresenta comunque un punto di partenza fondamentale. E a ben vedere poi, di brani alla fine realizzati con Euterpe nell'album ufficiale ce n'è solo uno in questa raccolta ("have you seen my friend"), segno che il laboratorio di ricerca musicale di Deya è partito da lontano.

Esiste altro materiale comunque delle sessioni di prova più riferito alla dimensione sonore proprio di Allen/Euterpe ... e vale la pena di ascoltarlo.

mercoledì 21 ottobre 2009

PERE UBU - The modern dance (1977)



Capolavoro assoluto di un'america che si sveglia nel pieno di un incubo industriale e sulla via della totale instabilità giovanile di fine secolo scorso.

Il punk non fa in tempo a muovere i suoi primi passi che già viene masticato, digerito e rielaborato da questo mostruoso combo della devastata periferia di Cleveland.

Life stinks.
I'm seeing pink.
I can't wink.
I can't blink.
I like the Kinks.
I need a drink.
I can't think.
I like the Kinks.
Life stinks.
(Peter Laughner r.i.p)

Gli aggettivi per definire questa musica probabilmente non sono ancora stati inventati, ma una cerfta quale sfumatura apocalittca la si può cogliere sia nei costanti, frequenti inserimenti esclusivamente noise delle tastiere elettroniche che nelle disperate tessiture melodiche continuamente messe a dura prova dalla debordante e spesso blaterante (ma superba) voce di David Thomas.

THE RESIDENTS - The Beatles play the Residents/The Residents play the Beatles (1977)



Formidabile esempio di irriverenza musicale nei confronti dei Fab4 messa in atto dalla band del North Luisiana in un periodo storico caratterizzato (in realtà) da un interesse davvero ai minimi termini per la gloriosa carriera dei Baronetti Liverpooliani.

Nel loro progetto di sfregio sonoro dell'educata "pulizia" formale della musica dei Beatles, in realtà i Residents dimostrano la sostanziale e concreta affermazione dell'esistenza del mito Beatlesiano, contribuendo di fatto a mantenerlo vivo ed "aggiornato" in un lessico sonoro più propriamente a loro contemporaneo.

Uno dei 45 giri più sorprendenti dell'epoca ed una delle ultime grandi opere d'arte su supporto in PVC con dimensioni a 7 pollici.

giovedì 15 ottobre 2009

JOHN MARTYN - One world (1977)



La versione italiana del vinile originale è già di per sè una sorpresa per gli amanti di John Martyn, ed è anche fonte di orgoglio collezionistico a tutt'oggi per i fortunati possessori della tiratura italiana ... dato che parte del contenuto del vinile made in Italy NON SEMBRA ESSERE STATO ANCORA PUBBLICATO (di-versioni cantate e missaggi differenti) nemmeno dopo due o tre rimasterizzazioni dello stesso album ... è pur vero che la vita artistica del cantautose scozzese doveva davvero versare in condizioni di confusione incredibile all'epoca.

Comunque sia mi risulta difficile trattenere le emozioni nell'ascoltare questo intensissimo disco che - a mio avviso - raccoglie alcune delle migliori pagine del pur sempre complesso repertorio di Martyn.

Gli arrangiamenti raffinatissimi permettono un'interpretazione vocale di grandissima classe, perfettamente nelle possibilità da uno straordinario manipolatore emotivo delle parole e dei suoni della voce quale John Martyn è sempre stato.
Dalla dolcezza di "Certain surprise" al quasi-grugnito di "Big Muff", dall'aggressività di "Dealer" all'eterea impalpabile voce di "Small hours" questo disco è una continua successione di vere emozioni.

Sicuramente tra i miei preferiti "One world" racconta un John Martyn che (forse) avrebbe potuto esistere, ma che in realtà non si è mai concretizzato ... infinita dolcezza annegata in un mare di alcool e pessime abitudini.

Martyn ha lasciato questa dimensione terrena nel gennaio di quest'anno ... e di lui è rimasta l'arte così fragile rispetto al suo corpulento aspetto scombinato ed aggressivo.

E la sua musica è un bene prezioso che merita ancora tanta attenzione, perchè in cambio offre sempre mille emozioni.


mercoledì 7 ottobre 2009

HAPPY THE MAN - Happy the man (1977)



Superbo debutto discografico per questo gruppo made in USA che ha saputo dare una eccellente dimostrazione di intelligenza e capacità nel declinare il rock sinfonico - o meglio il "prog europeo" - con accenti più enfatizzati, muscolari e soprattutto tecnicamente molto impegnativi.
Inutile dire che nel sound degli Happy The Man gli echi di gruppi come inglesi come Gentle Giant o Yes si mescolano efficacemente a suggestioni poliritmiche quasi zappiane.
Pochi e sintetici spazi per le brevi parti cantate (ed in effetti non si può parlare di grande interpretazione vocale in assoluto) ma tantissma qualità solistica e di organizzazione sonora generale.
Interessante ricordare come questa band sia stata pressochè ignorata all'epoca e - di conseguenza - destinata ad un inevitabile scioglimento in breve tempo, ma curiosamente rivalutata in maniera entusiastica due decadi dopo dalla nuova generazione di appassionati "progressive" planetari. Nel frattempo ovviamente i musicisti originariamente coinvolti nel progetto che si erano persi di vista tra carriere riuscite e fallite (e non necessariamente nell'ambito musicale) hanno trovato nuove motivazioni per una reunion che non ha fatto altro che rinverdire entusiasmi passati e lontani nel tempo per i pochi primi fans e contemporaneamente confermare quanto di buono era stato scoperto dalle nuove generazioni.

martedì 6 ottobre 2009

GARY BOYLE - The dancer (1977)



Il Jazz-rock inglese ha avuto una stagione straordinaria tra la fine degli anni sessanta e la prima metà della decade successiva, portando all'attenzione degli appassionati di nuove contaminazioni musicali interessanti talenti creativi ed eccellenti strumentisti.
Ogni stagione ovviamente ha i suoi punti fermi, di riferimento e soprattutto nella musica è quanto mai facile identificare in uno o due musicisti - per esempio - le "voci" principali di un particolare strumento musicale o di una particolare corrente compositiva. Per questo motivo la chitarra jazz-rock per eccellenza (o rock-jazz, come correttamente si tendeva a sotto-distinguere uno stile di per sè abbastanza controverso già all'epoca) è sempre stata identificata nella figura dell'inglese John McLaughlin che - a dire il vero - ha portato certamente una ventata innovativa ed estremamente stimolante nel campo in questione sia con la sua Mahavishnu Orchestra che con le sue opere soliste.
Ciò nonostante, altri interessanti virtuosi delle sei corde elettriche si sono messi in luce e tra questi non è per nulla fuori luogo indicare GARY BOYLE.
Indiano di nascita (24.11.1941 a Patna nel nordest dell'India nello stato del Bihar) dopo aver lavorato con musicisti quali Brian Auger, Keith Tippett e Stomu Yamash'ta, nel 1974 ha formato la band ISOTOPE con la quale ha poi prodotto solo due brillanti album: "Isotope" nel 1974 e "Illusion" l'anno successivo (in quest'ultimo con la collaborazione prestigiosa di Hugh Hopper).
Dopo lo scioglimento della band, Boyle ha intrapreso una carriera solista che non ha mai avuto l'attenzione che meritava probabilemnte per la sostanziale staticità del suo percorso creativo e del suo stile.
"The dancer" è l'album che di fatto inaugura questa sua carriera.
Prodotto da Robin Lumley (Brand X) e realizzato in compagnia alcuni "amici" di altissimo livello quali Rod Argent (tastiere), Morris Pert (percussioni) e Simon Phillips (batteria) il disco è uno spettacolare showcase delle doti chitarristiche di Boyle, che alternandosi tra l'elettrica pesantemente distorta e "phase-shifted" ed una acustica delicata ed emotiva riesce a proporre una gamma di colori davvero interessanti (compreso un omaggio al vecchi maestro Brian Auger con una bella versione della sua "Maiden Voyage").
Benchè sia condivisibile la tesi di chi sostiene che Boyle sia una sorta di McLaughlin "meno spirituale" a distanza di anni forse questa caratteristica non è poi da considerarsi propriamente un "limite".

Ascolto consigliato.