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mercoledì 1 aprile 2026

2025 - SOFT HEARTED SCIENTISTS - "The Phantom Of Canton"

 


Finalmente un disco che rasserena l'animo.

Era tanto tempo che non ascoltavo una band che scientemente decide di evitare di mascherarsi da "fenomeni" per privilegiare la narrazione sonora.
Pescando con grande attenzione dai profondi anni settanta, dalle suggestioni pre e post-psichedeliche del miglior periodo creativo d'inghilterra, i gallesi SOFT HEARTED SCIENTISTS confezionano un disco delizioso, fatto di preziosa umana semplicità (accuratamente sotto controllo) e di melodie cantabili e memorizzabili (come ai vecchi tempi!).

Chi fosse alla ricerca di "virtuosismi progressivi" o egotiche predominanze individuali, si rende presto conto di aver scelto un disco "non conforme" alle proprie aspirazioni d'ascolto, ma chi invece si ricorda del pop psichedelico (apparentemente) scanzonato e leggero nello spirito non può non trovarsi a suo agio tra le 16 tracce di questo album.

Se a questo aggiungiamo anche una clamorosa scelta di produrre questo manufatto in differenti formati (una vera e propria passione per attenti collezionisti) si comprende come questo album sia un'esperienza d'ascolto "a tutto tondo" e il risultato finale è assolutamente eccellente.

I Soft Hearted Scientists sono:
Michael Bailey – basso
Nathan Hall – voce, chitarre acustiche ed elettriche, tastiere, electronics, effetti sonori
Paul Jones – chitarra a 6 e 12 corde, mandolino
Dylan Line – tastiere, electronics, effetti sonori, cori
Frank Naughton – tastiere, effetti sonori, cori e batteria

Dicono di ispirarsi alla musica delle big band degli anni '40, al doo-wop e al rock'n'roll degli anni '50, alla psichedelia degli anni '60 ed al primo progressivo di inizio anni '70 ... insomma un "distillato" significativo delle decadi trascorse.

The Phantom Of Canton è il loro settimo lavoro e in realtà è un album del 2025 ma una gustosa ristampa in vinile (da collezione) arricchita da molto materiale "bonus" ha ridato luce a questo interessante progetto.

Appunto ... finalmente un disco che rasserena l'animo (e non lo obbliga a fare "gli straordinari" emotivi). 

sabato 14 marzo 2026

2026 - SOFT MACHINE - "Thirteen"

 


lunedì 9 maggio 2022

Van Der Graaf Generator - Padova 8 maggio 2022 - Teatro Geox

... maggio 2022 ... ennesimo appuntamento con "il generatore" ... finalmente dopo un'attesa lunga oltre due anni Peter Hammill Hugh Banton e Guy Evans si affacciano al proscenio del Teatro Geox nel loro assetto triangolare ormai consueto da molti anni ... per me l'emozione è sempre la stessa perchè in loro non vedo semplicemente dei musicisti impegnati nel loro lavoro ... piuttosto nelle loro figure che invecchiano inesorabilmente vedo comunque un ruolo essenziale ... il ruolo di "messaggeri" di un qualcosa che mi è appartenuto, mi appartiene e che sarà con me fino alla conclusione del percorso (mio e loro) ... non posso parlare per chiunque, ma chi ha vissuto quella stagione musicale dove i dischi dei Van Der Graaf Generator (e non solo, ovviamente) erano tra i primi posti delle classifiche di vendita dei negozi di dischi sa benissimo di quale background culturale fosse intriso il mondo giovanile e di quali messaggi quella musica sia stata prodiga verso una generazione sufficientemente lontana da una guerra e (forse ingenuamente) convinta che fosse giunto il momento di intraprendere un viaggio nel "sè" più profondo guidata dalla poesia di cantori coerentemente e meritoriamente interessati al suggerimento introspettivo che e non all'intrattenimento meramente ludico

... oggi come allora (nonostante le numerose decadi che hanno lasciato sul campo vittime illustri) gli strumenti sul palco ininsieme generano scariche elettrostatiche in direzione della platea (principalmente) di nostalgici consapevoli - a vario titolo e misura - di essere parte essenziale della trasmissione emotiva ... come è sempre stato il pubblico dei VDGG ... e questo Peter Hammill dimostra di saperlo benissimo dato che tra brano e brano comunica verbalmente con i presenti in maniera molto informale e quasi familiare ... e chi lo segue da anni è (o dovrebbe esserlo) consapevole della assoluta "purezza d'artista" che il 74enne di Ealing (vicino Londra) ha sempre rappresentato durante le numerosissime fasi della sua lunga carriera (con e senza i "generatori" d'intorno)

... anche questo attesissimo concerto inizia e scorre nella tetra penombra emotiva di suoni e testi che straordinariamente contrastano con la meravigliosa - ma essenziale - illuminotecnica sul palco ... (a mia memoria) passano non indolori "Interference Pattern", "Every Bloody Emperor" e la splendida "Over the hill" ... poi il primo tuffo nel profondo passato ... quella "Lemmings" che emerge dal consueto caotico inizio improvvisato alla meglio dai tre ultrasettantenni acrobati (senza rete) del caos ... a 12 anni questa canzone già permeava il mio spazio vitale, suggerendomi riflessioni esistenziali capaci di provocarmi una forte inquietudine a loro volta però in grado di regalarmi una altrettanto forte consapevolezza emotiva ... e quindi mi chiedo, possibile che a distanza di oltre 50 anni l'impatto sia lo stesso? (se non addirittura più forte, considerando gli anni e le esperienze nel frattempo vissute?) ... negli anni io ho vissuto sempre intensamente QUELLA musica e guardando ancora una volta Hammill suonare questo brano feroce e sconnesso a pochissimi metri da me (con la sua consueta imprecisione e attitudine REALMENTE PUNK) comprendo come quella particolare stagione musicale sia potuta esistere anche grazie ad un pubblico che affidava le proprie emozioni ai cantori dell'inquietudine e delle metafore esistenziali per abbeverarsi alla loro fonte, rifiutando culturalmente la necessità della omologazione e del mero divertimento tribale generalizzato (oggi forse si direbbe più correttamente "globalizzato")

... "Alfa Berlina" e la struggente, intensissima "Go" rappresentano le due facce del generatore contemporaneo che magicamente comprendono la "cruditè" del periodo "Vital" e la delicatezza del solismo Hammilliano declinate tra le scariche elettrostatiche dell'umano pericoloso triangolo sonico sul palco ... "La Rossa" e soprattutto "A Louse Is Not A Home" (teoricamente un brano del solo Hammill originariamente incluso nel suo terzo album solista "The Silent Corner And The Empty Stage" del 1974, ma - come ricordato dallo stesso Hammill sul palco - già precedentemente suonato dal gruppo nelle ultime date italiane della prima metà degli anni settanta) fanno virare ancora una volta le emozioni in direzione "nostalgia" della stagione d'oro della band (ammesso che ce ne sia stata davvero "una" in particolare) e la tensione dell'atmosfera inizia a farsi piuttosto evidente, segno che l'intensità della forza elettrostatica sta per raggiungere il suo culmine ... "Room 1210" sembra invece andare in una direzione opposta ma è solo un'impressione perchè una gloriosa versione di "Man-Erg" raggiunge quello zenith che inevitabilmente era in attesa di manifestarsi ... per questo leggendario brano del VDGG 1971 la reazione del pubblico intorno è stata quella di una "hit" di classifica di vendita ... il brano che tutti sembravano aspettare ... è stato il momento in cui ho visto più telefonini accendersi intorno a me, segno che più di qualcuno aveva deciso di portarsi a casa un "pezzo", un ricordino visivo di quel momento così unico e forse così tanto atteso ... i nonni dal palco salutano e se ne vanno per qualche minuto ... non ci vuole molto perchè rientrino sul palco pronti per l'unico bis in programma ... dalla platea si sentono le richieste più improbabili ... "Killer"! ... "Lost"! ... "Undercover man"! ... "Still Life"! ... al che, guardando in basso verso l'accordatore della pedaliera della chitarra, un Hammill stentoreo grida "HO SENTITO !!!" suscitando l'ennesima percezione di sua sincera interazione con il pubblico

... nel silenzio dell'attesa per quale sarebbe stato l'ultimo brano ha iniziato ad insinuarsi la inconfondibile nota di basso profondo dell'organo di Hugh Banton che introduce uno dei brani più tristi e "sanguinacuore" del repertorio del generatore ... quella "Still life" che ha saputo regalare un ennesimo momento di intenso romantico furore capace di chiudere più che degnamente una meravigliosa serata ... mentre uscivo dal Teatro Geox accompagnato da una discretissima musica d'ambiente non sentivo molti commenti tra il pubblico segno evidente che sarebbe stato necessario per tutti un attimo di pausa prima di re-immergersi nel mondo di fuori, un mondo ed una realtà così sicuri di poter fare a meno del musica introspettiva di gruppi come il generatore (ed infatti i risultati si vedono quotidianamente) ...

domenica 12 luglio 2020

2020 - BERT JANSCH - Live in Italy 1978


BERT JANSCH - Live in Italy
(Earth Records RSD 2020)





































Era il 1978 ed era fortunatamente una stagione di concerti in parziale ripresa dopo l'ostracismo internazionale a cui era stato condannato il pubblico italiano dopo le ben note intemperanze occorse in varie occasioni (memorabile il concerto di Lou Reed a Bologna nel 1973).
Nella ancora sonnacchiosa terraferma veneziana di fine anni settanta il Cinema Teatro Corso era tra i pochi veri baluardi della musica proposta dal vivo (assieme naturalmente al leggendario Cinema di Viale San Marco).

Capitò quindi che nella primavera inoltrata del 1978 la Barley Music aveva organizzato un concerto/evento per promuovere l'ultimo disco di Bert Jansch disponibile al momento sul mercato italiano (A Rare Conundrum).

In realtà Bert Jansch, dopo quello che sarebbe stato definito il suo "periodo americano", era di fatto alla ricerca di una nuova dimensione creativa che aveva già concretizzato nei primi mesi del 1978 registrando con Martin Jenkins e pubblicando in tiratura limitata per una piccola casa discografica danese (Exlibris) un nuovo album intitolato "Avocet".

Bert Jansch & Martin Jenkins - Avocet
(Exlibris records 1978) 
Di questo disco non c'erano tracce in Europa data la limitata quantità prodotta e l'inevitabilmente scarsa possibilità di distribuzione della piccola etichetta danese.

La serata del Teatro Corso era una specie di "night of the guitars" in versione rigorosamente acustica che vedeva sullo stesso palco appunto l'ex Pentangle Bert Jansch ed il suo preziosissimo collaboratore dell'epoca Martin Jenkins oltre a due opening acts proposti - nell'ordine - dal Liverpooliano Sam Mitchell (eccellente dobro-ista di Mississippi blues dal passato interessante con collaborazioni importanti al fianco di personaggi quali Kevin Ayers, Carol Grimes e - sorprendemente - Rod Stewart) e da Leo Wijnkamp Jr (straordinario "triplocrociato" talento olandese della chitarra rag a 12 corde).

il programma della serata (I)
Le due "spalle" appena citate facevano parte del rooster della Kicking Mule Records (una assoluta garanzia di qualità per gli appassionati della musica acustica) e quindi in "concept" della serata era davvero interessante e degno di essere considerato un "ghiotto" appuntamento sicuramente appagante.
Ed in effetti così è stato e ricordo di aver vissuto intensamente ogni singola nota di Leo Wijnkamp, Sam Mitchell ed ogni singola nota ed espressione di un oscuro  Bert (compresa la sua battaglia - ben presto perduta - con il suo guitar capo)

il programma della serata (II)

Ma la storia del "ritrovamento" (e della successiva pubblicazione) di questa testimonianza mestrina è piuttosto bizzarra per diversi motivi.

In primis ... la fortuna ha voluto che una emittente locale (ma non ricordo quale) avesse ottenuto il privilegio di registrare direttamente dal mixer il concerto (cosa non proprio rarissima in quei giorni, vista la fervente attività promozionale delle emittenti indipendenti di allora - ultimo esempio di resistenza culturale legata alla musica di cui ben presto si sarebbero perse le tracce, con i suoni riportati al "ritmo del potere discografico commerciale".

Altro fattore essenziale per l'esistenza di questo documento è stato il contributo del mio grande amico Vittorio che, con sapiente diplomazia, è riuscito a convincere "chi di dovere" a fargli una copia del nastro originale (che quindi esiste ancora - forse - da qualche parte).
La sua gentilezza è stata ulteriormente  impreziosita dalla disponibilità di farmene una eccellente copia direttamente dal master originale stesso.

i preziosi documenti presenti in archivio
Sfortunatamente le nostre vite hanno preso strade diverse e ci siamo persi di vista, ma il mio spiccato senso d'archivio mi ha spinto a conservare per tutti questi anni con gelosa cura quel prezioso (per me) documento assieme al foglio di sala in presentazione della serata.

Ricordo solo che poco tempo dopo quel concerto io stesso ho fatto copia del nastro a favore del mio amico (e compagno di innumerevoli avventure musicali) Alessandro Monti che ne ha fatto evidente tesoro.

Per delle fortuite circostanze solo qualche mese fa Alessandro è entrato in contatto con la "Earth records" e con Adam Jansch (figlio di Bert) che evidentemente dopo aver saputo dell'esistenza di una testimonianza così particolare del lavoro del padre gli ha proposto di "contribuire" alla causa dell'archivio storico della famiglia.
Alessandro ha accettato preparando con cura il materiale per la pubblicazione, collaborando con la produzione per i dettagli ed alcune ricerche storiche.
Purtroppo, essendosi basato sul nastro originale di Vittorio (datato erroneamente 1977) Alessandro è stato tratto in inganno nel datare il concerto (e del resto anche la mia memoria era ormai abituata a considerarlo come uno dei miei concerti preferiti del 1977).



Quando di sorpresa Alessandro mi ha fatto avere copia della riedizione di "Avocet" (che comprendeva due brani bonus tratti da quella registrazione che rappresentavano a loro volta l'anteprima per la pubblicazione dell'intero "Live in Italy" prevista nel 2020 in occasione del RSD ... purtroppo perduto causa Covid19) sono rimasto piacevolmente stupito non solo per  l'inaspettato regalo, ma anche perchè in questo modo il mio lavoro di "archivista" aveva offerto - ancora una volta dopo King Crimson e Gentle Giant -  un ulteriore contributo alla musica che ho amato (e amo) da sempre.

i "credits" (accurati o meno che siano)




Evviva!!!

venerdì 8 novembre 2019

La mia ritrovata passione per Steve


... non ho idea se si tratti di un tipico caso di nostalgia senile (o quasi), ma non nascondo il fatto che molto spesso (molto più di quanto in effetti lo notifichi in questo spazio social) accompagno la fine del giorno con la visione di uno dei numerosi DVD live che documentano il percorso di riproposizione dei classici dei Genesis ad opera di Steve Hackett ... ed è una cosa piuttosto strana dato che fino a due anni fa avevo letteralmente snobbato l'operazione "revisited" iniziata dal chitarrista londinese già nel lontano 1996. In effetti quell'album mi aveva provocato una discreta "orticaria d'ascolto" per le scelte di arrangiamento e rielaborazione - anche troppo azzardate - dei classici della (per me) leggendaria band della Charterhouse.

Il caso ha però voluto che, in un inaspettato impeto di curiosità, decidessi di acquistare il CD/DVD della sua performance all'Hammersmith Apollo in Londra della primavera del 2013 e dal quel momento in avanti non ho più smesso di seguire le sue uscite discografiche (spesso poi solo parzialmente) antologiche dedicate al repertorio dell'epopea progressiva dei Genesis. In effetti non ho mai avuto una grande passione per la sua produzione solista fatta eccezione per "Voyage of the acolyte" (1975), "Please don't touch" (1978), "Sketches of Satie (del 200 con il fratello John) e - più recentemente - "Wild orchids" (2006) ... e non mi hanno scaldato il cuore nemmeno le operazioni in compagnia di altri grandi della stagione d'oro ("The Tokyo tapes" con John Wetton e Ian McDonald). Invece questa nostalgica passione per il suo modo così educato (a volte quasi impacciato) di proporre quelle pagine fondamentali per il mio ascolto post-adolescenziale (ed oltre) è esplosa definitivamente con quell'album/DVD del 2013 portandomi a riflettere a lungo sul valore delle riproposte antologiche ad opera di protagonisti delle produzioni originali. Il dibattito sulla effettiva  opportunità di creare intorno a se una "coverband di se stesso" lascia aperte molte perplessità e critiche spesso non del tutto immotivate. Ma nel caso in specie, Hackett ha ricostruito parte di quel clamoroso repertorio (snobbato dagli altri componenti della band, impegnati evidentemente a perseguire creatività - Gabriel - e business - gli altri tre) elaborando strategie di eprformance estremamente raffinate ed intelligenti. Tra esse la prima e più evidente è l'utilizzo geniale del sax soprano di Rob Townsend (eccellente polistrumentista) a contrappunto del suono della sua tipica chitarra (peraltro enormemente più consolidato e preciso degli anni precedenti). Anche la scelta del cantante a cui affidare la delicata ed ingombrante riproposizione del ruolo di Peter Gabriel si è rivelata clamorosamente azzeccata con la prorompente statuaria figura dello svedese (ma americano di nascita) Hugh Eric Stewart aka Nad Sylvan, il cui timbro vocale, pur avvicinandosi spesso all'inflessione originale gabrieliana, è andato via via evolvendosi fino all'ultima eccellente dimensione interpretativa offerta dal più recente album con la Heart Of England Orchestra registrato alla Royal Festival Hall. Anche la scelta di affiancargli spesso altri vocalist d'eccezione ospitati nelle varie occasioni (dall'immortale John Wetton a Jakko Jakszyk, Nick Kershaw, Steve Rothery, Amanda Lehmann e Steven Wilson) in grado di offrire nuove "sfumature" a grandi classici del repertorio Genesis.

A queste scelte sicuramente intelligenti che mostrano palesemente una grande sensibilità artistica, non possono non affiancarsi anche la preziosissima collaborazione al progetto di altri maiuscoli interpreti/interlocutori quali Roger King alle tastiere, Gary O'Toole alla batteria e alla voce oltre che i differenti bassisti che si sono alternati negli anni, da Lee Pomeroy a Jonas Reingold passando per Nick Beggs ovviamente.

Questa mia rinata passione per Hackett mi ha anche portato ad assistere ad un suo concerto del suo Tour de Force del 2018 e ne sono uscito ancor più convinto della bontà del suo lavoro e della sua quasi imbarazzante semplicità d'approccio quasi cabarettistica con il pubblico presente (leggendaria la sua introduzione al concerto della Royal Albert Hall qualche anno fa: "... benvenuti al Royal Albert Pub!!!").


Ora, all'ascolto di questo ultimo prodotto di rielaborazione, mi sono posto con uno spirito critico particolarmente appuntito perchè la presenza dell'orchestra in contesti "progressivi" ha spesso rappresentato una addizionale ed indigesta melassa sonora, capace di enfatizzare a dismisura solo la retorica di alcuni passaggi compositivi di quella particolarissima generazione di musicisti degli anni settanta. In questo caso invece mi sono ampiamente ricreduto e le orchestrazioni sono particolarmente discrete ed amalgamate al resto del suono del gruppo (tranne forse in uno o due momenti quasi incomprensibili per scelta). Un connubio ampiamente riuscito quindi che rinnova la sensazione di quanto incredibili fossero state quelle pagine scritte da musicisti poco più che ventenni con nessuna certezza di raggiungere una notorietà ed una stabilità commerciale futura, alimentati dalla sola voglia di creare "nuove combinazioni creative" e sostenuti da generazioni di ascoltatori/spettatori avidi di curiosità e partecipi protagonisti dell'importante testimonianza creativa dei tempi.

Mi è anche subito tornata in mente l'occasione nel 2015 in cui Hackett aveva già provato ad interagire come ospite (ma con suo repertorio) con la band islandese Todmobile e dove forse la prepotente voce del cantante Eyþór Ingi Gunnlaugsson (prodotto di un "talent" televisivo islandese) aveva messo in discussione il registro interpretativo scelto da Sylvan, ma a ben vedere la strabordante interpretazione del ragazzo dal nome impronunciabile altro non ha fatto se non mettere ancora più in luce l'algida e raffinata scelta dello svedese americano ... probabilmente è stato un bene poter apprezzare due performer così diversi alle prese con uno stesso delicato repertorio.
E lo stesso discorso può essere fatto anche per le due Orchestre a confronto, più esuberante e prepotente l'orchestra islandese Sinfonia Nord & Chorus e più misurata e discreta la Heart Of England Orchestra, capace di restare all'ombra della band sul palco.

Tornando al DVD della Royal Festival Hall ... dato per superato l'esame "orchestrale" non posso esimermi dal segnalare la mostruosa evoluzione interpretativa di Nad Sylvan che finalmente rende sue (per quanto possibile, ovviamente) tutte le pagine che furono di Gabriel e Collins, imponendo nuove preziose sfumature vocali dove le caratteristiche dei due sopracitati non sarebbero mai andati a parare ... e mi spingo a dire che alcune delle interpretazioni di Sylvan adesso possono ampiamente competere (ed inqualche caso addirittura superare) con le suggestioni originali, aggiungendo nuova modernità e raffinatezza a contesti considerati forse ingustamente intoccabili.

Un unica considerazione finale la vorrei dedicare al repertorio "originale" di Hackett che mai come in questo ultimo caso perde il confronto con le "antiche gesta" ... il suo peculiare stile lo porta ad essere tra i più confusi e scomposti, a cavallo tra banalità tematiche davvero insostenibili e scelte spigolose talmente coraggiose da risultare anche esse incomprensibili. Ma è nella sua apparentemente innocente naturalezza che Hackett mi costringe a perdonarlo ... la sua ombrosa simpatia me lo rende quasi familiare e non posso non continuare ad ascoltare/vedere le sue soniche gesta sul palco attraverso le sue periodiche pubblicazioni.

Bravo Steve ... e bravi tutti !!!

giovedì 15 giugno 2017

ROY BATTERSBY - THE BODY (1970)















 
... finalmente (?) dopo tanti anni ho potuto guardare con la dovuta calma (e nella dovuta qualità) questo episodio della produzione audiovisiva inglese degli anni settanta ben noto grazie alla colonna sonora ad opera di tali Ron Geesin e Roger Waters (in quasi contemporanea con la elaborazione della Madre dal Cuore Atomico). Come già si sapeva, THE BODY è un documentario "verité", dove nulla è elaborato con stratagemmi estetici o narrativi perché è davvero una cronaca organizzata cronologicamente dello stato di "essere umano", dalla nascita alla morte passando per le tecnicalità della macchina uomo/donna e le maturazioni psico-logiche dell'essere pensante.

A detta del regista Roy Battersby, "The Body è un documentario che esplora l'esperienza fisica dell'essere UN umano" (e mai come l'articolo indeterminativo italiano rende perfettamente l'idea del concetto in sè).

Lunghe (non sempre gradevoli) endoscopie (tecniche di ripresa rivoluzionarie all'epoca se applicate ad un lungometraggio divulgativo), riprese ai raggi X, forti crudité in sala parto (onestamente credo che la scena finale del parto abbia creato qualche problema allo stomaco di più di qualcuno tra il pubblico presente in sala all'epoca), sesso esplicito (voyeuristicamente  anche oltre il necessario richiesto dalla trattazione in sé e per sé), immagini con rilevamento termico, dialoghi (difficili da seguire dato lo stretto idioma d'Albione) al limite del grottesco e argomentazioni concettuali figlie di QUEL tempo preciso fanno di questo prodotto un interessantissimo (ma piuttosto difficile da guardare senza "conseguenze") reperto di quei giorni che adesso risulta allo stesso tempo impietosamente ingenuo e irriverente, nel pieno stile di una cultura che stava prepotentemente distruggendo le convenzioni comunicative nel nome di una "libertà consapevole" purtroppo solo in embrione all'epoca e - a quanto pare - mai completamente portata a compimento negli anni a venire nelle società occidentali. 

L'uso documentaristico esplicito e apertamente divulgativo di concetti fino a quel momento relegati alle conversazioni intime tra coetanei ha avuto altri esempi (in certi casi anche trascurabili ed ambigui) nella produzione visiva di quegli anni, basti pensare al sorprendente "Helga - Vom Werden des menschlichen Lebens"  di Erich F Bender (conosciuto in Italia come "Helga - lo sviluppo della vita umana" datato 1967) o ai meno sinceramente divulgativi e più essenzialmente dissuasivi contro un drug-behaviour crescente in quei giorni come "Alice in Acidland" di John Donne (1969).

In "The Body " non viene per nulla trascurato l'aspetto "sociale" ed antropologico dell'essere "UN umano" nell'organizzazione delle comunità, documentando come l'uomo-macchina  sia una condizione che si subisce mentre la macchina-uomo sia in realtà un'affascinante ricerca. Le lunghe sequenze di una catena di montaggio automobilistica vengono fatte quasi impietosamente sfumare in un pensionato per anziani ridotti a "mere presenze".

L'evoluzione della condizione umana, il percorso che porta dalla nascita al decadimento della vecchiaia è documentata in maniera impietosa e "scientifica", un atteggiamento che benché possa sembrare distaccato in realtà crea un senso di ineluttabilità tale da far vivere momenti di vero incubo "esistenziale" ... ed in questo caso non ci sono riflessioni consolatorie ad aiutare.

Ingenuità e cinismo vengono livellate dall'atteggiamento scientifico, ma anche questo aspetto potrebbe indurre lo spettatore a profonde riflessioni perché la vita e l'idea della morte permeano quasi costantemente questo percorso visuale e concettuale (e del resto come potrebbe essere altrimenti?)

Da un altro punto di vista, la visione di "THE BODY" comunque ha il pregio di far apprezzare finalmente "nel contesto" la musica prodotta allo scopo dall'allora Pink Floyd in collaborazione con il geniale e vulcanico Ron Geesin, una atipica colonna sonora dove il senso di libertà espressiva prevale su qualsiasi funzionalità narrativa, a tal punto che il disco prodotto forse è assolutamente in grado di vivere di luce propria, probabilmente creando di riflesso una maggiore astrazione concettuale sull'argomento iniziale dato come traccia ... in questo modo probabilmente quella musica racconta molto meglio "il mistero" dell'argomento di partenza perché lo insinua nella percezione individuale, riportandolo fatalmente ad una "riflessione" privata, ad una più intima ricerca di risposte (e domande ulteriori) a riguardo.

Il DVD pubblicato nel 2013 dalla Network su licenza originale della StudioCanal, ha il pregio per nulla trascurabile di contenere tra le extra features la "The Body suite", un montaggio inedito della musica del film (di gran lunga diversa dalla colonna sonora pubblicata). E' rigorosamente in MONO ma nonostante questo evidente limite, l'ascolto della suite è sicuramente più che valido per apprezzarne lo spirito creativo originale e soprattutto per riascoltare quanto ufficialmente prodotto successivamente nella colonna sonora pubblicata, per meglio cogliere le geniali scelte nei dettagli di post-produzione applicate dai due autori finalmente liberi di dare al suono quella centralità non richiesta nella visione della pellicola ... il che riporta la musica (gli esperimenti sonori e bio-sonori) di Geesin & Waters al loro  notevole valore artistico ... cioè, esattamente il punto da cui ero partito per iniziare a guardare questo "The Body".



venerdì 9 giugno 2017

ROGER WATERS - Amused to death (1992)






















... di incubo in incubo questo concept datato 1992 era fino a qualche settimana fa l'ultimo sforzo creativo di Roger Waters, ma riascoltato oggi racconta (in cronologia rovesciata) una avvenuta  ulteriore crescita di consapevolezza dell'autore artefice del recentissimo "Is this the life we really want?".

Che Waters non sia un entusiasta del suo tempo e che aspiri sempre a ricordarci le miserabilia di questo mondo umano non è certo una novità ... ed in fondo è anche per questo che di generazione in generazione l'interesse per la sua prospettiva escatologica claustrofobica e pessimista diminuisce al cospetto di un mondo fatto di velocità e superficiali ( o semplicemente essenziali) valutazioni esistenziali. 

A maggior ragione la cosa si rende evidente quando il "concetto" alla base di questo lavoro è proprio l'indifferenza, la superficialità, l'assuefazione al brutto, al male che l'attuale contemporaneità ci racconta come un valore ormai acquisito da una (o più) generazioni senza più alcuna volontà di combattere, riflettere, giudicare ed indignarsi.

Così ascoltando questa ennesima alienante dissertazione musicale senza speranza ci si confronta nuovamente con il sogno fallito di un'altra generazione, quella post-psichedelica degli anni settanta in cui - grazie all'arte - sembrava possibile evolvere tutto verso una migliore e più giusta percezione dell'umanità (occidentale, ovviamente) ...

Nella feroce verbosità di questo disco è scaricata tutta la rabbia di questa frustrazione esistenziale condita da traumi infantili, senso di onnipotenza giovanile e rassegnazione matura; ovvero tutto ciò che ha caratterizzato la vita dell'autore in questione perché ancora una volta è indispensabile tenere ben presente la forte connotazione autobiografica quando si ascolta una qualsiasi proposta musicale di Roger Waters (con, e soprattutto senza, i Pink Floyd).

La musica? ah già, la musica!
Echi tardo-floydiani (in "Watching TV" gli "echoes" sono addirittura VERI) fatti di grandi cori femminili, rumori alieni, cani abbaianti (quasi fossimo tutti con Paul Newman sul set di "Quintet" di Altmaniana memoria), switching frequenti di canali televisivi (che ci ricorda ancora una delle sue ossessioni già raccontate con il verso scritto ... "sul muro" "I got thirteen channels of shit on the T.V. to choose from"). Certo, Jeff Beck e la sua chitarra si distingue per la sua presenza (per quanto trovo discutibile la scelta di chiedergli di essere più "gilmouriano" dell'originale) ma anche riascoltandolo per l'ennesima volta mi rendo conto che non è la musica ad essere il focus di questo album (per quanto assurdo possa sembrare).

"Amused to death" (apparente omaggio al libro di Neil Postman "Amusing ourselves to death") è un'opera che non lascia spazio alla speranza e paradossalmente pretende di intrattenere l'ascoltatore snocciolando lunghi elenchi di tristi rassegnate riflessioni ... al punto che mi è venuto forte il dubbio che il titolo dell'album abbia più a che vedere con un assonante "I am used to death" ed è in questa prospettiva che ancora oggi lo ascolto con grande rispetto ed attenzione.




giovedì 8 giugno 2017

ROGER WATERS - Is this the life we really want? (2017)























... che strano effetto ...

Era tanto tempo che non ascoltavo un disco di Roger Waters, o forse era tanto tempo che non mi concentravo sulla sua inconfondibile voce "dylaniata" perché magari distratto dall'ambiente floydiano in cui la trovavo immersa nei miei più recenti ascolti (di cui non sarò naturalmente mai stanco e di cui avrò sempre bisogno in determinati momenti).

Così, quando è arrivata "Deja Vù" (la seconda traccia di questo nuovo album) ho avuto la sensazione di ritrovare un vecchio amico alle prese con "nuove sue cose" da raccontare ed è stata una sensazione confortevole e rassicurante (nonostante fin da subito le sue parole si siano manifestate nella sua cruda realtà e certamente non dirette verso una "qualche luce").

Alla fine dopo tanti anni siamo ancora sempre sul registro claustrofobico, nevrastenico, incazzoso ed isterico che tutti gli appassionati del fluido rosa conoscono (o dovrebbero conoscere) benissimo, ma questa volta sembra essere addirittura più autoindulgente del solito, più cupo e rassegnato di altre volte. La sua chitarra acustica è l'ideale per offrire a tutti noi la sua cupa purezza e gli abbondanti archi in arrangiamento sottolineano e dimostrano che l'uomo è cresciuto anche nella dimensione più "formale" della gestione della musica intorno a lui ... ma allo stesso tempo i disturbi elettronici, i rumori d'ambiente, le voci radiofoniche ed i sussurri non identificati ci riportano inevitabilmente ad una forma "disturbata" di poesia ... la SUA ... incredibilmente SUA e per questo in fondo sento di  continuare ad amarlo, per una ostinata e cocciuta coerenza fatta di rabbia e risentimento verso qualcosa/qualcuno di evidentemente irraggiungibile in questa vita ... e non è un caso che la parola "god" sia spesso presente nelle sue liriche.

Non è facile rispondere alla significativa domanda che pone il titolo stesso di quest'album, forse è addirittura impossibile pensare di argomentare a riguardo ... ma preferisco modificare quella domanda trasformandola in "Is this the Roger Waters album we really want?" a cui mi sento di rispondere con uno stentoreo "SI!"

sabato 22 ottobre 2016

XTC - Skylarking - (1986) 2016

... quanta rabbia ancora traspare dalle note copertina ... quanta "lesa maestà" manifestata da Andy Partridge nei confronti di "Mr.Producer" ... comprensibile' forse, ma non certo giustificabile completamente (soprattutto alla luce dei "risultati ottenuti") ... SKYLARKING è uno di quei dischi della cui genesi è meglio non sapere nulla (o tutto ... ma proprio tutto) perché la musica prodotta e confezionata in quell'oggetto sonoro parla da sola ... raccontando la favola di una straordinaria stagione creativa diventata improvvisamente "non interessante" per la platea di un pubblico "drogato" di prodotti sempre più senza spessore. C'era bisogno di "ottimizzare" quella vena creativa che non dava più i frutti sperati (dalla casa discografica, ovviamente) ... bisognava trovare qualcuno in grado di "reinventare l'inventiva" estatica ... di riportare la luce dove non c'era sole (per dirla alla Branspardurich di Paolo Esco).
La scelta di chiamare Todd Rundgren a svolgere questo ingrato compito è stata geniale e poco importa (per la casa discografica) se i suoi metodi di lavoro fossero collidenti con le aspettative e le abitudini del trio di Swindon ... nessun interesse per le eventuali (puntualmente occorse) collisioni di personalità ed ego tra gli artisti coinvolti nell'operazione.
A leggere quanto scritto nelle note di copertina (le ennesime, peraltro) di questa edizione davvero Partridge non ha mai risolto il suo conflitto con Mr.Producer ... non ha mai sopportato l'idea di essere lui stesso un "prodotto" di quell'industria discografica che lo aveva lanciato come uno dei nuovi geni della decade(nza) di quegli anni salvo poi accorgersi che la sua intelligenza musicale non era più adatta all'atrofia cerebrale indotta nel pubblico proprio dall'attività delle stesse grandi major discografiche del tempo. Ma il mondo dell'industria dell'intrattenimento musicale funziona così ... se non sei in grado di inventarti qualcosa che ti permetta di rimanere in prima persona al culmine delle classifiche o delle vendite, c'è bisogno di "cambiare allenatore" ... in questo caso specifico c'è bisogno di trovare un "produttore" che sistemi con parametri differenti (generati da una visione esterna all'egomaniacale compositore/band) le caratteristiche di un suono, di una vena creativa portando il tutto alla realizzazione di un PRODOTTO (da VENDERE!!!).
"(Todd) ci ha fatto essere più "inglesi" di quanto non lo fossimo noi stessi in realtà" è una frase con cui Colin Moulding (più equilibrato nei giudizi anche dopo trent'anni) affida forse ai posteri la sintesi della collisione, degli impatti personali tra XTC e Mr. Producer.
Comunque la si voglia vedere ... aver prodotto gli XTC non ha cambiato più di tanto la carriera di Mr.Producer ... ma essere stati prodotti da TODD RUNDGREN ha significato per la band di Partidge & Moulding la certezza di qualche anno ancora di sopravvivenza e visibilità pubblica.
Per quello che vale la mia piccolissima opinione (ed esperienza di produttore musicale) sono e sarò sempre dalla parte di TODD ... con buona pace di uno dei miei musicisti preferiti qual'è ancora oggi il vulcanico Andy Partidge ...

ps: siamo davvero sicuri che l'ubiquo eccellente Steve Wilson sia adatto a mettere le mani su "questi suoni" ?

venerdì 30 settembre 2016

Van Der Graaf Generator - Do Not Disturb (2016)

























... credo di aver capito una cosa dopo 45 anni ... quando nel 1971 uscì PAWN HEARTS le fulminanti intuizioni musicali e testuali contenute nella suite del secondo lato polimerico intitolata "A plague of lighthouse keeper" squarciavano la tela intonsa del mio immaginario adolescente con una benvenuta violenza addirittura consapevolmente cercata con infinita passione e continua sete di conoscenza (non ancora esaurita, peraltro) ... eppure non capivo perché qualcuno continuasse a sostenere che quel disco - si, QUEL DISCO che ai miei occhi era (ed è, sia chiaro) un capolavoro totale e definitivo - soffrisse di una sorta di eccessiva "frammentarietà" di idee mescolate con grande (troppo) vigore tra di loro creando un effetto complessivo troppo cervellotico. Immaginavo che questa osservazione fosse frutto di una posizione piuttosto retrograda, post-psichedelica e troppo rock-ignorante ...
bene, dopo 41 primavere (estati, autunni ed inverni) ho capito finalmente cosa significava percepire quelle sensazioni, provare quel senso di (eccessiva?) frammentarietà in un unicum rapsodico concept di musica giovanile ... ora posso dire che DO NOT DISTURB mi sta facendo lo stesso effetto che i "cuori impegnati" sortirono in quei critici "retrogradi, post-psichedelici e rock-ignoranti" ... l'unica differenza è che avendo ormai da anni il mio "cuore impegnato" e completamente assorbito e coinvolto  dalla caotica e al tempo stesso struggente poetica del "generatore" (e degli uomini che ne sono - e ne sono stati - parte integrante) questo effetto che si concretizza adesso, ascoltando questo loro tredicesimo album, mi riporta con nostalgia a quella tela del mio immaginario che in tutti questi anni ne ha visti di segni, lacerazioni, forme, colori ... e non è più intonsa ma anzi estremamente "sonic-experienced" (per dirla "a-la-Jimi") ... evidentemente il generatore continua a "generare" in me quel desiderio che ha educato (forse più dei libri) la mia anima ... grazie.

giovedì 12 febbraio 2015

SYLVIA HALLETT - Let's fall out (1994)






















... Sylvia Hallett è un ennesimo esempio di patrimonio del mondo musicale degli ultimi trent’anni che passa sistematicamente inosservato anche ai più volonterosi ricercatori di suoni sperimentali e contaminazioni musicali multilivello.

E’ dalla fine degli anni settanta che questa eccellente musicista inglese lavora a contatto con musicisti dell’intellighenzia sonora d’oltremanica e non solo, collaborando a numerosi progetti con illustri colleghi quali Lol Coxhill, Maggie Nicols, Phil Minton, Evan Parker o gli ensemble Accordions Go Crazy, LaXula, British Summer Time Ends, Arc e The London Improvisers Orchestra.

Violinista di primo strumento, ma in realtà una vera e manipolatrice di suoni e supporti audio, ha costantemente portato la sua prospettiva musicale verso traiettorie originali e sapientemente in equilibrio tra provocazione sonora, scrittura tradizionale e tradizione popolare.

Alle elaborazioni soniche, Sylvia Hallett aggiunge anche la sua voce … non una “voce” particolare, non certo capace dei virtuosismi della sua (quasi) collega Iva Bittova, ma proprio nella “normalità” del suo timbro si nasconde uno dei valori di preziosa espressività naturale che quando viene in contatto con stridii laceranti di corde graffiate dal suo archetto riporta tutta la dimensione ad una umanità di rara bellezza ed efficacia.

A volte è possibile fare un paragone anche con il crooning di Ivor Cutler (genio obliquo ed incompreso d’Albione) e nella mansueta e composta dimensione di voce-strumento e rumori ambientali tutto sembra estremamente naturale e collocabile nello spirito più traditional e folk. Ed invece quella di Sylvia Hallett è musica che si protende verso una forma d’avanguardia insinuante e sempre pronta a prendere il sopravvento, pronta cioè a cancellare la fragile resistenza delle tradizioni popolari a vantaggio di oblique miniature di un futuro grottesco e fulminante.

“Let’s fall out” del 1994 contiene tutte queste caratteristiche e molte altre sfumature che sono lasciate alla sensibilità individuale dell’ascoltatore, alla sua disponibilità ad essere preso per mano e portato a spasso in un parco di divertimenti anomalo, dove lo stesso significato di “divertimento” deve essere ridefinito.

Un piccolo capolavoro, prezioso e dimenticato come solo i piccoli (ma in realtà grandi) capolavori sembrano essere destinati a rimanere.







lunedì 4 aprile 2011

FAITHLESS - "To all new arrivals" (2006)



La musica elettronica europea ha da tempo trovato una sua via commerciale grazie allo straordinario movimento elettro-pop che – a partire dagli anni ottanta – ha saputo attirare intorno ad una suono tecnologico, semplice ed accattivante una sempre più ampia fascia di appassionati ascoltatori ed entusiasti.
Il panorama della proposta commerciale si è visto poi nel tempo ulteriormente declinato in mille e mille differenti correnti più o meno creative e propositive (e a queste pseudo sotto categorie appartiene anche la tanto famigerata e spesso vituperata “italo-disco”) che hanno dato vita a loro volta a veri e propri fenomeni musicali sicuramente destinati a bruciarsi sul mercato in pochi mesi, ma che in alcuni casi hanno anche saputo consolidare la propria notorietà ed elaborare un interessante percorso creativo duraturo ed in continua evoluzione.
Faithless nasce nel 1995 in Gran Bretagna grazie all’incontro tra “operatori” del settore – non necessariamente dei veri e propri musicisti quindi – quali i Djs Maxi Jazz e Rollo e la cantante Sister Bliss (ex bambina prodigio capace di suonare violino e pianoforte già all’eta di cinque anni … ma diventata nel frattempo Dj) nella tipica situazione trendy underground della sempre cangiante scena musicale dell’entertainment d’oltremanica. Assumendo suggestioni provenienti da miriadi di produzioni musicali (dal soul al rock al progressive al rhythm’n’blues) da tempo metabolizzate e sapientemente utilizzate professionalmente, il trio rimescola le carte per proporre un melange sonoro che raccoglie in sé stesso easy listening, avanguardia, effettistica straniante e tessuti umoristici conditi da ritmiche accattivanti e – particolare non di poco conto - non sempre eccessivamente (e spesso ottusamente) aggressive. La cura e la raffinatezza con cui Faithless quindi crea il proprio “sound” diventa un personalissimo marchio di fabbrica che, considerata la quantità di ingredienti altrui utilizzati, rappresenta un eccellente punto d’arrivo per il genere. Dopo diversi album di discreto successo, iniziano anche le collaborazioni a più alto livello, che prevedono la partecipazione di alcuni ospiti illustri (più o meno trendy nel mercato commerciale) in alcune nuove canzoni.
E’ il caso di Dido, Robert Smith, Cat Power, Harry Collier ed altri che proprio in quello che risulta l’album più riuscito del progetto, ovvero il quinto “To all new arrival” – pubblicato nel 2006 – propongono la loro partecipazione aggiungendo le loro caratteristiche voci alle elaborate e sempre più intelligenti tessiture elettroniche del gruppo. Collocati spesso nella categoria del Trip-Hop britannico nell’evolversi della loro carriera, Faithless ha però saputo distinguersi dalle figure storiche (Tricky, Massive Attack, Portishead) che qualche anno prima avevano di fatto inventato ex-novo quel suono. Con una straordinaria tournèe durante il 2007 il gruppo ha consolidato il successo di pubblico ottenuto in patria nonostante il dato di vendita dell’ultimo album li abbia invece visti “fermarsi” al terzo posto della classifica britannica (ma si sa che in questi ultimi anni, a seguito della tecnologia e della svolta della diffusione della musica online, la vendita del supporto prodotto di fatto non rappresenta più una credibile fonte di verifica del successo o dell’insuccesso di un progetto musicale).
La straordinaria capacità evocativa della musica di Faithless ha anche generato una serie di produzioni video non ufficiali e paralelle in cui sconosciuti fans da tutto il mondo si sono cimentati nell’editing creativo di immagini al suono travolgente di alcuni tra i brani più famosi del gruppo. Anche altre realtà che operano nel campo del video marketing promozionale hanno “approfittato” della vivace brillantezza della musica di Faithless per realizzare a loro volta piccoli capolavori di moderna video-arte.
La inevitabile successiva capillare indipendente diffusione online di tutto questo materiale ha poi portato alla band inglese un ulteriore elemento di popolarità che ha attirato l’attenzione sempre maggiore di nuovi appassionati.


martedì 23 marzo 2010

VAN DER GRAAF - Vital (1978)



Il senso di desolazione aumenta se per distorta ironia a generarlo è il suono oscuro e senza speranza di una band documentata nel momento che dovrebbe rappresentare l'attimo più "vivo" della propria stessa esistenza ... il palco.

Il perverso umorismo nichilista che pervade questo disco fin dal suo stesso titolo (VITAL) è l'ingrediente essenziale da sopportare per cimentarsi all'ascolto di una delle più straordinarie testimonianze dell'arte musicale degli anni settanta.

Significativamente anche la mutilazione dell'originale roboante nome del gruppo, l'omissione del termine "generator" sembra proprio congiurare verso la nenche tanto velata dimostrazione di totale perdita di energia e dinamismo nel pensiero sonoro di Peter Hammill ed i pochi, infami coorti. La band non "genera" ... ma "de-genera".

Il testo dell'iniziale "Ship of fool" sembra adattarsi perfettamente alla condizione forzatamente ai margini del gruppo e del suo leader indiscusso da sempre:

The captain's in a coma, the lieutenant's on a drunk;
the owner's in his cabin with his special friend, the monk;
the midget's on the bridge, dispensing platitudes and junk -
those wild and special places,
those strange and dangerous places,
those sad, sweet faces,
it's a Ship of Fools.

I quattro (di numero!) applausi che preludono all'oscurità cantautoriale elettrica del capitano comatoso da soli bastano a far venire un brivido di freddo lungo la schiena.

Eppure ...

già, eppure VITAL è invece un disco di straordinaria intensità, un grido deciso e coerente (ma non disperato) di una dichiarazione di intenti, di una rivendicazione orgogliosa di identità.

C'è più luce VERA in un disco così diretto e "senza rete" che non in qualsiasi meraviglioso (apparentemente) spettacolo fiabesco post-progressivo ... con le mille luci della nuova tecnologia a raccontare (in superficie) le storie che servono solo per "intrattenere" il pubblico astante.

Un concerto dei Van Der Graaf (con o senza "generatore") è sempre stata una sfida da entrambe le parti, musicista e pubblico si dividono le responsabilità "intellettuali" del risultato e il fattore di rischio per il pubblico è esattamente lo stesso (solo declinato diversamente) di quello che è presente sul palco.

Nello stile del travolgente momento musicale "a nervi tesi" contemporaneo dell'essenzialità nichilista punk questi Van Der Graaf si offrono ai pochi fedeli appassionati esattamente per quello che sono, alla deriva del mercato certo ... ma non altrettanto delle idee e dell'arte!!!

Nella inquietante solitudine del controluce sonoro caratterizzato principalmente da corde classiche intossicate e distorte (violino e violoncello) mescolate al greve suono di un basso quasi sempre elettricamente saturo e di una batteria spesso anarchica nel tipico stile del suo interprete (Guy Evans) la voce di Hammill non regala niente a nessuno, sputa il senso di solitudine, di prigionia intellettuale, urla e chiama alla riscossa l'armata dei pochi.

Non credo esista un disco più VIVO di "Vital" ...