lunedì 30 novembre 2009

SPLIT ENZ - Second thoughts (1976)


(in Australia)


(in Europa)

(01) - LATE LAST NIGHT
E' passato solo poco meno di un anno dalla registrazione del primo MENTAL NOTES ma ormai la maturità raggiunta dal gruppo è immediatamente evidente fin dalle prime note di questo 'nuovo' brano d'apertura. Un suono maggiormente accattivante rispetto agli inizi ma soprattutto più completo ... ed in questo senso si rivelano fondamentali i fiati di Robert Gillies ed una maggiore prepotente presenza del talentuoso Eddie Rayner con le sue tastiere (pianoforte su tutte).
Altra scelta determinante - ed evidente subito - la voce di Judd non è più protagonista (forse troppo cruda per Manzanera) e la strapotenza vocale espressiva dell'eccellente Tim Finn prende (forse giustamente) il largo.

(02) - WALKING DOWN A ROAD
Non c'è proprio paragone con la prima versione, qui tutto è solido e compatto ed ogni singolo elemento del suono diventa assolutamente perfetto (basta solo ascoltare attentamente le figure armonico-ritmiche di Jonathan Chunn al basso per capire la quantità di talento messo in campo). Semmai a Phil Judd vengono affidate delle particolarissime sottolineature di chitarra elettrica (visto che Wally si era licenziato ed era rimasto in New Zealand) che al primo ascolto (distratto) passano anche inosservate, ma che ai successivi passaggi risultano come una preziosa spezia che dà all'intero brano una fragranza davvero originale.

(03) - TITUS
L'assoluto. Mandolini 'naturali' (non filtrati come nella versione del primo album) ed in clamoroso primo piano con un gioco ordinato con il pianoforte ed il mellotron. A Judd viene qui evidentemente chiesto di cantare in modo più 'educato' ... ma nulla si può dire quando nella seconda strofa (preceduta da due note sublimi dell'altrove assente basso di Chunn) Tim Finn indovina una delle modulazioni vocali più belle ed intense dell'intera sua carriera. Il tema finale di tromba (che sostituisce l'esile moog dell'originale) ed il sublime solenne finale di mellotron, pianoforte e tromba pongono il sigillo definitivo su questo vero capolavoro.

(04) - LOVEY DOVEY
Date le ardite capigliature ed i vestiti di scena così allucinanti, era indispensabile dare alla band anche l'immagine sonora quasi 'cabarettistica' spesso abusata dalla discografia britannica per proporre artisti one-shot e prodotti mediocri. Questo brano è certamente uno dei brani 'ironici', ma in realtà si rivela un prezioso esercizio di stile e di intelligenza musicale realizzato con
grande intelligenza ed efficacia.

(05) - SWEET DREAMS
Evidente tentativo di proposta più tradizionale, più canzone delle altre. E' il capolavoro di Phil Judd a cui finalmente viene concesso di cantare (sempre rigorosamente EDUCATO) l'intero brano, è la sua consacrazione come autore (che però corrisponderà anche alla sua sostanziale conclusione del rapporto con la band) e sicuramente avrebbe meritato molto più spazio creativo 'a-modo-suo'. Una bella canzone (attenzione anche qui al basso di Chunn ed al sublime pianoforte di Rayner).

(06) - STRANGER THAN FICTION
Secondo capolavoro di questo album, già dal solenne inizio con le chitarre 'manzanerate' (con phasing ed altro), i fiati ed una solidità espressiva della sezione ritmica davvero notevole. Una mini-suite post prog che davvero non poteva non impressionare il pubblico dell'epoca, con una chitarra di Judd semplicemente meravigliosa nelle sue brevi parti a-solo suonata con grande, grandissima forza espressiva. Tim Finn indovina ancora una volta le modulazioni vocali ed il gioco è fatto. Tutti i colori del mondo degli Split Enz sono presenti in questo straordinario brano, comprese le deviazioni più incredibili (ascoltare la chitarra di Judd per conferma).

(07) - TIME FOR A CHANGE
Terzo ed ultimo grande capolavoro del disco, ma già l'originale era semplicemente meraviglioso. Il piano di Rayner è più presente e brillante (grazie anche ai mezzi sicuramente migliori ed alla capacità di un certo Rhett Davies alla consolle) ma è tutto proposto con l'enfasi giusta, perfetta (basta solo per un attimo riflettere sul raffinato doppio colpo sulla cupola del piatto nel finale con l'intera band per capire che l'intelligenza a volte ... nel rock ... non è un'opzione ma un'arte). Stupenda - ancora una volta !!! - la chitarra di Judd che accompagna alla degna conclusione un vero capolavoro.

(08) - MATINEE IDYLL
All'inzio sembrava un nuovo brano ed invece era una vecchia canzone del gruppo che Manzanera giustamente ha ritirato fuori (la versione originale sarà poi ripubblicata nell'antologia BEGINNING OF THE ENZ) con un risultato davvero notevole per frescezza e piacevolezza pop.

(09) - THE WOMAN WHO LOVES YOU
Sulle corde cabarettistiche di 'Lovey Dovey' questa specie di suite assurda ma esilarante con le parti di cucchiai (suonate da Noel Crombie in duetto con il sempre presente Rayner al piano) che diventeranno parte fondamentale delle esibizioni live del gruppo da quel momento. Eddie Rayner è inarrivabile con il suo pianoforte ma l'intera band ha una solidità assolutamente invidiabile. Anche qui l'istrionismo vocale di Tim Finn prevarica qualsiasi tentativo di interpretazione diverso del brano che acquista sempre più forza con l'insermenti (davvero intelligente) dei fiati a ulteriore condimento sonoro del tutto.

(10) - MENTAL NOTES
Nel vinile europeo era presente a chiosa dell'intero teatrino musicale proposto questo breve guazzabuglio free-form ... colpevolmente omesso dalla versione su compact disc (anche in questo caso ... l'unico esempio di chiara follia di Phil Judd verrà così purtroppo eliminato) lasciando finire l'album (unico neo delle produzione Manzanera) con una specie di 'sospeso' sonoro non proprio graditissimo (soprattutto a chi evidentemente già conosceva la versione precedente).


SPLIT ENZ - Mental notes (1975)



... solo qualche riflessione in più sulle ... "doppie punte"

(01) - WALKING DOWN A ROAD
Considerando questa versione come quella 'senza esperienza' e la produzione dell'expertise di Phil Manzanera (che verrà messa in campo all'atto della pubblicazione europea di Mental Notes) bisogna dire che la struttura rapsodica di questa "canzone" è quindi propria dell'originale obliqua creatività del gruppo che - è bene ricordarlo sempre con i primi Split Enz - aveva sicuramente nelle stravaganti idee di PHIL JUDD le fondamenta per un'affascinante modello compositivo pop trasversale.

(02) - UNDER THE WHEEL
Brano lasciato successivamente (e per certi versi giustamente) in disparte da Manzanera forse perchè 'troppo uguale' per struttura al già ben più maturo e convincente 'Stranger than fiction' rimane uno dei capolavori di Judd in questo esordio discografico. Il suo modo visionario di cantare e quel melange di 'acustico e progressive' (a-la-Genesis) così evocativo sono davvero gli elementi essenziali dello spirito creativo presente in questo lavoro. Ardite dissonanze e spigolosi passaggi armonici ricamano lo scenario fino al solenne finale.

(03) - AMY (Darling)
Evidente primo tentativo di canzone 'commerciale' e primo vero momento 'Finniano' dell'enz-world. La simpatia che Finn ha sempre saputo trasmettere con le sue canzoni è qui perfettamente centrata anche grazie allo splendido interplay tra le chitarre e le tastiere di Eddie Rayner (vero - ma sottovalutato - stregone sonoro). Difficile immaginare per loro un futuro da 'top-ten' ... eppure qualche timida idea vincente è qui già presente. Dovranno solo aspettare qualche anno e vivere qualche tremenda delusione umana e professionale prima di rifarsi.

(04) - SO LONG FOR NOW
Altro brano lasciato negli archivi all'atto della presentazione europea della band, ma che però fotografa molto bene quella dimensione musicale a cavallo tra un pop che si vuole lasciare dietro le spalle il progressive, ma che allo stesso tempo non ha nessuna intenzione di tornare a svilirsi in semplici melodie da fischiettare sotto la doccia ... insomma un interessante tentativo di pop-progressive (o 'intelli-pop') che vedrà migliore successo e maggiore focus (e fortuna) in realtà discografiche come 10CC o SUPERTRAMP (almeno in parte)

(05) - STRANGER THAN FICTION
Qui l'intuizione di base è satat quella di CAPIRE la potenzialità di questo eccezionale brano e saperla portare (con sapienza ed esperienza professionale) al suo massimo valore possibile. In effetti in questa prima proposta si capisce che questo è sicuramente un brano in grado di fare la storia del gruppo ... ambizioso e sufficientemente impegnato anche nel testo vagamente esistenziale, l'aldamento scomposto della narrazione musicale è davvero singolare ed originale. La chitarra di Wally Wilkinson purtroppo non è abbastanza lacerante per rendere drammatiche le parti ad essa dedicate, ma è evidente che per interpretare con il giusto pathos quei frammenti è necessaria una maggiore personalità (unico difetto forse appuntabile al giovane e bravo chitarrista neozelandese). Quando la riascolteremo nella versione europea ... la farfalla sarà ormai completamente pronta a prendere il volo.

(06) - TIME FOR A CHANGE
Immortale canzone che meriterebbe un posto tra le più belle canzoni della musica anglosassone degli ultimi 100 anni ... ma si sà ... in un mondo (per me) perfetto gli Split Enz sarebbero dovuti diventare popolari quanto i QUEEN ... Anche in questo caso tutto è abbastanza chiaro qui per capire la bellezza del brano, merito dei ragazzi e non della produzione ... anche se quando Manzanera ci metterà le mani (soprattutto i clamorosi fiati di Robert Gillies) ... tutto diventerà assolutamente incredibile e perfetto.

(07) - MAYBE
Seconda song cantata efficacemente a due voci da Judd e Finn ... e la sostanziale differenza tra l'educata e lineare voce del secondo rispetto alla psichedelica ed instabile tonalità imprevedibile del primo racconta della 'perfetta dicotomia' espressiva convivente in questa band.

(08) - TITUS
Altro capolavoro (attenzione ... del solo Phil Judd) in embrione ... esploderà successivamente anche questo ... e dopo l'album europeo non sarà più possibile ascoltarne questa prima (peraltro eccellente) versione. Anche in questo caso le due voci sono meravigliose nella loro profondissima differenza di identità e forse è la prima volta nel disco che la nevrosi della voce di Judd che canta la prima strofa viene squarciata dalla bellezza della voce di Tim Finn della seconda strofa. Bellissimi i mandolini ed il pianoforte che con il mellotron sostengono l'impianto musicale. Che bellezza (e pensare che sono solo le avvisaglie ...)

(09) - SPELLBOUND
Il brano sicuramente più ambiziose di questo primo disco non riesce a centrare il bersaglio pur rimanendo un bellissimo esempio di pura ed incontaminata creatività entusiasta. Per questo brano sarebbero state sicuramente necessarie altre capacità interpretative dei singoli che non sono evidentemente ancora in grado di gestire tutti i colori di cui la straordinaria idea musicale di Judd avrebbe bisogno.

(10) - MENTAL NOTES
Divertissement volutamente sconvolto che paradossalmente anzichè 'chiudere' il disco ... alla luce di quanto poi capiterà in realtà ... sembra proprio riaprire lo scenario verso qualche non ancora ben precisato approdo creativo.

venerdì 27 novembre 2009

GEOFFREY CHANDLER - Starscapes (1980)



Come facilmente intuibile già dal titolo dell'album stesso, questo lavoro di Geoffrey Chandler si offre come colonna sonora per viaggi verso atmosfere cosmiche ed imperscrutabili, lontani, immobili spazi siderei.

Essendo però datato 1980, il documento qui proposto risulta interessante, soprattutto se visto in relazione alla planetaria parallela invasione elettro-dance nello scenario musicale generale.

Questi 6 episodi 'cosmici' rappresentano una perfetta via di fuga dalla allora contemporanea martellante dittatura del 'potere ritmico in 4'.

Un ascolto rilassante ed appagante anche oggi.

YAWNING MAN - Vista point (2007)



Bel disco di tipico "stoner rock" americano, ovviamente tutto strumentale (come spesso nelle tradizioni usuali di questo 'nuovo' sottogenere musicale) e caratterizzato da temi essenziali di chitarra sixties con un supporto ritmico spesso molto ossessivo e massiccio.

YAWNING MAN è un gruppo formato nel lontano 1986 ma non ha mai inciso alcunchè fino al 2005 (forse perchè proprio da quel momento è emerso un discreto interesse per questa forma di rock indipendente scarsamente appealing per una platea internazionale abituata a stravaganze e bizzarrie gossipare di vere (o presunte) rockstars).

'Vista point' è un onesto manufatto, sincero e spontaneo, con dei momenti molto ben riusciti ed altri forse un po' più monotoni ... ma sicuramente non per questo da evitare.

giovedì 26 novembre 2009

DON SLEPIAN - Sea of bliss (1980)



Interessante documento di musica meditativa sperimentale realizzato negli Stati Uniti dal tastierista e multi strumentista DON SLEPIAN in un periodo in cui la musica ambient stava sempre più consolidando la sua diffusione internazionale in relazione alle nuove filosofie emergenti.

Due lunghe suites estremamente suggestive e per nulla noiose (nè particolarmente esoteriche nello spirito sonoro) fanno di questo lavoro (uscito all'epoca SOLO su musicassetta) uno dei documenti di quel periodo da avere assolutamente ed ascoltare con grandissimo piacere.


JAY ARRIGO - Organic Synthesis (1988)



Avevo una discreta ritrosia nell'affrontare questo album datato seconda metà anni 80 e tutto apparentemente focalizzato sulle (allora) emergente tendenza della più rigorosa NEW AGE ... una particolare stagione della musica post-hippie (che lo si voglia o no) alla ricerca di contribuire ad un rinnovato atteggiamento nei confronti del "self" e dell'intera umanità.

Non sono mai stato troppo convinto degli schieramenti eccessivamente manifesti ... forse perchè ho "visto" gli anni '80.

Ad ogni modo, invece l'ascolto di queste 7 improvvisazioni per pianoforte di Arrigo, sono risultate interessanti perchè vero "stream of conciousness" dell'autore che racconta il suo "self" nel momento stesso dell'improvvisazione con grande delicatezza e sensibilità.

Il booklet allegato al disco che illustra in amniera molto 'made in USA' COME riflettere e meditare (un Bignamino della meditazione trascendentale fai-da-te) l'ho immediatamente ripegato - benchè con il massimo rispetto possibile - e mi sono concentrato solo sulla musica prodotta dal pianoforte di Arrigo apprezzandone la sensibilità e la spontaneità.

Consiglio di fare altrettanto.


mercoledì 25 novembre 2009

NATIONAL HEALTH - Ds al Coda (1982)



Malinconico omaggio musicale ad ALAN GOWEN prematuramente scomparso ad opera degli ex-colleghi d'avventura musicale.

Pagine scritte in origine da Gowen vengono infatti rilette ed elaborate - secondo le sue indicazioni - da parte di Dave Stewart, Pip Pyle, John Greaves e Phil Miller con l'aiuto di altri amici "del giro" come RICHARD SINCLAIR, ANNIE WHITEHEAD, AMANDA PARSONS, BARBARA GASKIN, JIMMY HASTINGS, ELTON DEAN e TED EMMETT.

Benchè condizionato da questa forma di commemorazione, il disco è un altro bel capitolo che illustra le traiettorie possibili nella musica non commerciale ed indipendente (soprattutto di "testa") in Europa.


NATIONAL HEALTH - Of queues and cures (1978)



Secondo capitolo ... qualche piccolo aggiustamento necessario al line-up, ma stessa debordante carica creativa.

Anzi.

Già, anzi ... perchè questo disco è anche più clamoroso per la qualità delle composizioni che diventano improvvisamente collegiali e quasi equamente suddivise tra tutti (benchè manchino le eleganti pagine di Alan Gowen e la voce della Parsons, non è di poco conto l'apporto della penna dell' ex-Henry Cow JOHN GREAVES e la sua splendida 'Squarer for Maud' o l'eccellente 'Binoculars" - già nel repertorio degli Hatfield & The North, peraltro - del grande PIP PYLE o la mirabilmente double-faced 'Dreams wide awake' di PHIL MILLER).

Meno spazio per le evoluzioni soliste (che rimangono comunque sempre memorabili con PHIL MILLER e DAVE STEWART) e una maggiore compattezza e rigore più tipico di una vera band rock.

Ma è LA MUSICA che è realmente la protagonista della scena, spesso svincolata dal solito V postulato euclideo (ascoltare per credere il "Gengis Khan-like attack organ solo" di STEWART in apertura del secondo lato del vinile ... o provate a chiedere a MILLER .. la "logica" dei suoi assoli e ... rimarrete stupefatti).

Disco ... ASSOLUTO!


NATIONAL HEALTH - National health (1977)



Come si può cercare di descrivere la musica di questa band inglese trent'anni dopo?

Potrei restare delle ore ad ascoltare e riascoltare questa incredibile sequenza di composizioni per comunque non essere alla fine in grado di dare una qualsiasi definizione capace di sintetizzare l'esplosione di creatività assoluta che permea questo (e gli altri) dischi di questo off-shoot canterburyano.

Prima di tutto non si può prescindere dalla qualità strumentale dell'apporto che OGNI SINGOLO MUSICISTA offre alla piena realizzazione di questo cocktail progressivo ...jazz ... pop ... rock ... tutto in rigorosa salsa Canterbury. DAVE 'L' STEWART è semplicemente inarrivabile con le sue tastiere strozzate, manipolate al limite del possibile e maltrattate in assoli angolari e geometrici (beninteso ... non euclidei) e contemporaneamente sostenute dall'ordinato, dolce ed elegante sommesso Fender Rhodes del compianto ALAN GOWEN. La straordinaria carica ritmica dell'indimenticato PIP PYLE e la rigorosa sobrietà in studio di NEIL MURRAY fanno da base ritmicamente in movimento per l'altro elemento sonoro "fuori" dal coro (e spesso musicalmente fuori da questo universo comprensibile) ovvero l'incredibile compianto PHIL MILLER ed il suo inconfondibile 'erratic style', su tutto, la cristallina voce di AMANDA PARSONS che a volte racconta anche storie di realtà parallele.

"Tenemos roads", "Brujo", "Borogoves" ed "Elephants" (con il suo "lungo addio" finale) sono tutte pietre preziose di una musica troppo poco divulgata rimasta comunque intatta nella sua purezza assoluta ... etica ed artistica.

Utopia al lavoro.

PHIL MANZANERA - K-scope (1978)



Probabilmente il migliore disco extra Roxy Music di Manzanera, assimilabile per qualità all'esordio di DIAMOND HEAD qualche anno prima.

Vi sono parecchi elementi che possono creare entusiasmo all'ascolto di questa raccolta di canzoni, ma il primo - in un evidente personalissimo ordine di gradimento - (oltre alla performance dello stesso Manzanera) la presenza delle eccellenti voci di TIM e NEIL FINN (cantanti della band neozelandese SPLIT ENZ) e del virtuoso e vulcanico pianista EDDIE RAYNER (sempre SPLIT ENZ). Ad onor del vero poi, le presenze illustri in questo album sono anche rappresentate dal solido e compassato John Wetton, il funky inaspettato di Bill McCormick, un gigionissimo ed istrionico Simon Phillips, l'ex Roxy Music Paul Thompson, il sempre presente Mel Collins, l'assistenza armonica delle voci di Kevin Godley e Lol Creme nonchè l'assistenza dell'intero set 801 Simon Ainley, Dave Skinner e Francis Monkman.

Per non dire che l'intero album è stato registrato nello studio casalingo di un certo Chris Squire.

Il materiale musicale qui contenuto è comunque estremamente compatto e non sembra frutto solo di "sessions" generiche tra ottimi musicisti, probabilmente grazie all'esperienza appena conclusa della off-shoot band di Manzanera 801.


CHROME - Blood on the moon (1981)



Disco della fase più elettrica, più tradizionalmente "rock" della band di Damon Edge e Helios Creed.

Le batterie elettroniche o i ritmi sintetici vengono definitivamente sostituiti da una sezione basso-batteria reale, impegnata a mantenere un drive sempre molto accentuato, punk-oriented su cui una chitarra "malsana" e suoni elettronici filtrati con nastri preregistrati disegnano traiettorie non ben identificate. La voce solista sempre filtrata (particolare normale e consolidato nel sound del gruppo) racconta cupe storie metropolitane dell'altra-california ... quella chimica dei primi anni ottanta.

Il suono di questi Chrome è a metà strada tra il crudo punk degli STOOGES e una possibile deriva iniziale della psichedelia industriale urbana.

Come per DARK DAY, riflettendo sulla caratteristica rabbiosa e - allo stesso tempo - deprimente di questa musica, viene sempre da considerarne l'impatto emotivo a lungo termine sulle persone ad essa esposte in quei giorni.


DARK DAY - Collected (1979-1982)



Robin Crutchfield e Steven Brown nel 1980 hanno avuto modo di collaborare a questo progetto oscuro ed ansiogeno contribuendo per breve tempo alla scena musicale alternativa della buia NYC di quei giorni.

In "Exterminating angel", primo album della band, il mix tra la disperazione dei DNA (ex band di Crutchfield) ed il romanticismo decadente dei TUXEDOMOON (in cui militava ancora Brown) genera questo documento analizzabile adesso forse più con un trattato di antropologia musicale che non di semplice musicologia fine a sè stessa.

Come doveva essere la "vita" in quella "zona oscura" della New York early eighties è ben raccontato con le laconiche 13 non-canzoni dell'album di debutto, e all'ascolto prende forma con connotati molto precisi l'immagine dello scenario della inquietante obliqua favola urbana di quei giorni.

Di sicuro l'ossessiva ritmica "in 4" e i continui riff di sequencer (in realtà una "trigger machine") non permettono alla musica di svilupparsi in maniera troppo espressiva, inchiodando il contesto sonoro ad un pannello armonicamente monocorde. Solo quando canta Steven Brown, è più che evidente quel lirismo tipico della musica della band californiana di provenienza, con tutta la malinconia che quel tipo di cantare porta con sè.

Il singolo "Trapped" pubblicato qualche mese dopo aveva una b-side davvero inquietante, ovvero una sequenza di 6 brani realizzati suonando al contrario parte dei nastri che erano serviti alla produzione del disco ufficiale (ed il titolo di questa concettuosa e disperata b-side era significativamente "The exterminations 1-6").

Il secondo ed ultimo album della prima fase di DARK DAY (senza la prezenza di Steven Brown trasferitosi in Europa con i Tuxedomoon nel frattempo) è l'enigmatico WINDOWS, più brillante nei suoni (forse per l'uso di uno straniante piano giocattolo e della famigerata calcolatrice musicale CASIO VL-1 VL-Tone), ma altrettanto desolante nello scenario kraftwerkianamente raccontato.

Questa raccolta comprende anche il primissimo singolo di crutchfield pubblicato nel 1979, vera rarità e importante valore aggiunto musicologico di questa comunque interessante compilation.

Alla fine rimane solo la considerazione che QUELLA musica è stata il cibo di una parte della generazione adolescente di allora, alla ricerca di "motivazioni" ed "avventure" per costruire ( o forse anche NO) il proprio futuro (ed è curioso constatare che i ventenni di allora adesso hanno raggiunto - se non superato - quota cinquanta).


martedì 24 novembre 2009

JOY DIVISION - Love will tear us apart (1980)



... non c'è un motivo particolare per aver inserito anche questo singolo nella selezione odierna se non il fatto incontrovertibile che è uno dei singoli più belli che la storia della new wave possa rivendicare.

SHRIEKBACK - Oil and gold (1985)



Dalla collaborazione tra DAVE ALLEN (Gang of four) e BARRY ANDREWS (Xtc / League of gentlemen) nasce nel 1981 un progetto alquanto bizzarro, sebbene inseribile in quel particolare contesto musicale tra l'attitudine danzereccia post-punk e la pulsione funk che ha proposto gruppi come A CERTAIN RATIO, POP GROUP, MAXIMUM JOY ed altri.

Questa ossessione per una certa "commercialità" di fondo non ha fortunatamente impedito ai due musicisti di confezionare interessanti mix di ritmo e raffinatezza d'arrangiamento (soprattutto vocale) che però solo in rari casi sono stati recepiti appieno dal pubblico dell'epoca (e forse nella sola Gran Bretagna visto che il grado di popolarità del gruppo nel continente è sempre stato abbastanza basso).

'Oil and gold' è di fatto il disco più aggressivo e "tinto di rock" tra quelli prodotti (nella prima fase della carriera) e contiene due brani che in versione singola hanno riscosso buoni successi di vendita ("Nemesis" e "Malaria") ed è anche l'album dove con maggiore maturità il sound della band si declina in varie atmosfere e colori (basti pensare alla sommesse atmosfere di "This big hush" e di "Only thing that shines" in confronto alla convulsa "Everything that rises must converge" o al decadente romanticismo di "Faded flowers" o al quasi ambient meditativo finale di "Coelocanth").

Se non proprio indispensabile, Shriekback sono un documento molto interessante per un fenomeno musicale post-punk rimasto "a metà del guado", senza portare a completa maturazione l'emancipazione dall'energia del punk e nello stesso tempo il consolidamento di un proprio stile distintivo.



TUXEDOMOON - Desire (1981)



Stagione irripetibile per suggestioni musicali nuove e destinate a far credere in vere rivoluzioni culturali.

Ma il tempo ha dimostrato che in realtà si trattava di un momento di profondo cambiamento nello scenario della cultura giovanile, uno spostamento necessario per qualcuno per non essere travolti dall'energia fisica della musica "del corpo" sempre più invadente (lo strumento più efficace messo allora in atto dalle case discografiche per riprendersi il controllo del mercato) e provara a mettere in salvo la musica della "mente", quella dell'eredità post progressiva della fine degli anni settanta quella musica con un significato "da capire ascoltando" e non "da usare ballando".

"Desire" in questo contesto è davvero un manifesto, probabilmente non per tutti, ma è significativo che siano degli americani a riportare in Europa una certa attitudine all'arte concettuale che si stava perdendo tra le vetrine del nuovo mezzo promozionale (videoclip) e la nuova imprenditoria del divertimento.

TUXEDOMOON qui suona amaro, greve, deprimente e buio e racconta un mondo sostanzialmente brutto, mutato nei valori ed incapace di comunicare al suo interno perfino con il significato dei "suoni" che per questo motivo si aggrovigliano formando con i "rumori" un nuovo alfabeto volgare.

"Desire" è quindi un disco spietato, senza conforto alcuno, una landa sonora pressochè desolata dove riconoscere l'incomunicabilità per poterla superare, un gesto fondante la nuova frontiera di quello che un tempo era il "rock" giovanile.

Alla band purtroppo non è mai stato riconosciuto appieno il ruolo innovativo e rivoluzionario che la sua musica ha saputo rendere intanto concreta, in attesa di una nuova generazione che possa rilanciare l'avventura partendo proprio dai solchi scricchiolanti dei vecchi vinili della Ralph Records di Minna Street in quel di San Francisco.

DEPECHE MODE - Songs of faith and devotion (1993)



Punto d'arrivo (forse non ancora completamente superato) del percorso evolutivo del gruppo di Gore, Gahan, Fletcher e Wilder.

Disco oscuro, pesante, massiccio, violento e claustrofobico, ma straordinariamente efficace nel raccontare il buio del corpo e dell'anima.

L'album contiene il bellissimo e travolgente electro-blues di "I feel you" e la straordinaria "Walking in my shoes" uno dei massimi capolavori della nuova sonorità del gruppo e forse uno dei più bei manifesti di "confessione nichilista" della poetica new wave (curiosa da ascoltare ad oltre dieci anni dall'esplosione del gotico-chimico "new waver behaviour") in grado di ricordare il sottile diaframma che separa il bene ed il male in ognuno di noi (e di anticipare in qualche modo le pericolose tendenze suicide di Gahan).

"Now I'm not looking for absolution,
Forgiveness for the things I do,
But before you come to any conclusions
... Try walking in my shoes
You'll stumble in my footsteps
Keep the same appointments I kept
If you try walking in my shoes"

Un disco per raccontare efficacemente DOVE è potuto arrivare un gruppo di ragazzetti vestiti di pelle e borchie che cercavano fama e fortuna giocando con i primi synth monofonici economici.

Poco dopo l'uscita dell'album, a conferma di un traguardo ormai raggiunto, e difficilmente per lui superabile, Alan Wilder abbandonerà il gruppo che a seguire soffrirà anche purtroppo dell'instabilità comportamentale di David Gahan (uno o forse addirittura due i suoi tentativi di suicidio) rimanendo costretto al silenzio forzato per oltre quattro anni.


DEPECHE MODE - Some great reward (1984)



Uno dei più longevi esempi di synth-pop band.

SOME GREAT REWARD esce nel 1984 e il suono è ancora completamente condizionato dalle batterie elettroniche e dai sintetizzatori, ma l'evoluzione del gusto e delle dinamiche presenti in questo album mostrano già una visione molto più solida che va verso un vero e proprio gruppo nel senso tradizionale, i DM sono infatti pronti ad abbandonare quell'aura creata di "sola sintesi" elettronica.

Un esempio di questa maggiore collegialità in fondo è anche la presenza di "Somebody" prima ballata romantica cantata da Martin Gore (fino a quel momento "solo" - si fa per dire - compositore della stragrande maggioranza del materiale pubblicato dai Depeche Mode dopo l'uscita di Vince Clark all'indomani del primissimo album) senza che con questa presenza venga indebolita la fortissima presenza interpretativa di David Gahan (probabilmente in assoluto uno dei migliori cantanti che la new wave elettrica/elettronica inglese abbia sfornato negli anni ottanta).

Ma con questo album non è solo l'immagine del gruppo a consolidarsi perchè anche un certo cambio di livello e qualità dei testi indicano una maggiore maturità e voglia di raccontare la propria visione del mondo intorno. Nascono così brani come l'ambiziosa "Blasphemous rumours" (neanche tanto velata contestazione sul concetto di 'religiosità, fede e chiesa'), ed i due super-hit da discoteca "Master & Servant (intelligentemente giocata sul filo dell'ambiguità del significato politico-sessuale) e "People are people" (ingenua, ma sincera presa di posizione a favore di un riconoscimento di parità tra tutte le persone).

A mio avviso da questo disco il gruppo partirà per nuove destinazioni artistiche, lasciandosi alle spalle molte delle ingenuità presenti negli album fino ad allora pubblicati e diventerà via via sempre più interessante ascoltarne l'evoluzione e le scelte artistiche che li ha portati a reinserire con grande sensibilità suoni elettrici "tradizionali" nel proprio sound, rendendolo per questo sempre meno infantile e più aggressivo.



PROPAGANDA - A secret wish (1985)



Ennesimo vademecum della produzione musicale scritto da TREVOR HORN ed intepretato dai tedeschi PROPAGANDA, veicolo consapevole della fertile creatività sonora dell'ex BUGGLES e YES che indubbiamente ha rappresentato un vero e proprio punto di riferimento per il suono commerciale della decade multiforme per eccellenza.

A differenza di altri dischi però "A secret wish" - benchè genericamente "accattivante" e ben riuscito - nella sua globalità non sembra avere delle qualità tali da renderlo immortale od imperdibile in una ipotetica audio libreria di quel preciso momento.

In realtà il disco contiene sicuramente dei momenti anche ispirati, ma la eccessiva somiglianza con altre soluzioni sonore dettate dallo stesso produttore ad altre band da lui prodotte (FRANKIE GOES TO HOLLYWOOD o ART OF NOISE ... ad esempio) tende fatalmente a togliere valore al lavoro originale della band di Dusseldorf.

Altro discorso invece va fatto per i tre singoli tratti da questo stesso album (ovvero la straconosciuta "Duel", il primo "Dr.Mabuse" e la successiva "P-Machinery") che indubbiamente hanno scalato e mantenuto saldamente le prime posizioni delle classifiche di vendita continentali.



DURAN DURAN - Duran Duran (1981)



L'eccessivo successo raggiunto da questa band Liverpooliana (un'altra ... acc!) alla fine ne ha messo in ombra i veri meriti musicali (non dico per forza "artistici") che sono stati comunque evidenti nello scenario cangiante del post-punk britannico.

Questo devastante debutto discografico contiene ottimi spunti per canzoni perfettamente confezionate alle necessità di svago e divertimento spensierato di un pubblico di adolescenti pericolosamente contagiato dal virus dell'apparenza (e contemporaneamente impegnato a relegare la "sostanza" tra le ... "sostanze" presenti nella depressione chimica della new wave più oscura e nichilista).

Eppure, quelle contenute in questo album, non sono canzoncine stupide ... anzi ... e sono perfino "avanti" rispetto al disco successivo della band (il ben più banale, ma famosissimo RIO).

Inoltre alcune scelte musicali sono interessanti (soprattutto l'uso minimale delle tastiere, la chitarra essenziale ma non priva di elementi "sperimentali" e la pimpantissima sezione ritmica).

Va da se che la voce e la "presenza" di Simon Le Bon è stata la ingombrante calamita attorno a cui si è agrappato lo zoccolo duro dei "Duraniani" dell'epoca, ma non senza un vero motivo giustificato ... infatti a ben ascoltare il modo di "sputare" le parole di Le Bon è stato certamente originale in quel contesto.

Personalmente continuo a pensare che dischi come questo hanno di fatto contribuito all'evoluzione della musica pop in una accezione di gran lunga positiva ... quello che del "mito" Duran Duran ne è stato fatto invece dal marketing e dalla speculazione (in)culturale del mondo discografico credo sia stato ... un'altra cosa.



OCTAFISH - Land unter (1995)



Gruppo tedesco messosi in luce attraverso un percorso "para-zappiano", ma in realtà molto vicino a certe elaborazioni quasi orchestrali di gruppi quali WIZARDS OF TWIDDLY o X-LEGGED SALLY, o più recentemente FLAT EARTH SOCIETY.

Per qualche tempo questo raffinato stile compositivo (comune a tutte le band citate) ha rappresentato una possibile nuova via della musica collettiva europea. Mutuando infatti dalle derive di un jazz matematico (DOCTOR NERVE) un certo gusto per temi spigolosi, angolari e contemporaneamente applicando una spezia "zappiana" ad un obliquo jazz-funk OCTAFISH ha creato un suo ambito creativo piuttosto interessante e - nei limiti del possibile - sufficientemente originale.

Un disco consigliatissimo a chi apprezza i tentativi di ridare nuova linfa alla contaminazione musicale tra più generi contemporaneamente.

Da segnalare la presenza di "King Kong" e "Zoot allures" ... due cover zappiane (di cui una teoricamente ... 'proibita') che hanno sicuramente contribuito a fornire maggiore visibilità e ad allargare il numero di potenziali fans di questo promettente gruppo (dato che hanno anche partecipato alla kermesse europea zappiana per eccellenza dello Zappanale).



lunedì 23 novembre 2009

MAGMA - Kobaia (1970)



Disco complesso, complicato, umorale, sconvolto e sconnesso, ma assolutamente imperdibile perchè fondante nelle storia della musica "giovanile" della fine del secolo scorso, di una realtà musicale tra le più interessanti del periodo in questione.



TYONDAI BRAXTON - Central market (2009)



In questo caso l'aspetto nostalgia della caverna lascia invece spazio allo stupore per la buona novità artistica rappresentata da un figlio d'arte convertito alla musica di ricerca ibrida, dal post-rock dei BATTLES alla musica orchestrata e a tinte forti di questo progetto solista.

TYONDAI BRAXTON - polistrumentista e figlio del celebre sassofonista e vulcanico compositore jazz-matematico Anthony - evolve con questo suo secondo sforzo solista - la sua originale ricerca artistica, concretizzando il tutto in questo lavoro davvero interessante e foriero di belle speranze per un prossimo futuro della ricerca musicale delle nuove generazioni.

In un solco tracciato nel vastissimo campo del suono con un "aratro sperimentale", Tyondai semina specie musicali mai coltivate finora, se non in maniera estemporanea e limitata.

Per il giovane compositore americano l'idea di "orchestra" non sembra essere semplicemente un insieme di strumenti quanto piuttosto invece un ensemble di SUONI raccolti ed organizzati in modo tale da creare condizioni musicali e ritmiche sequenze assolutamente trasversali alla percezione comune del concetto di "orchestrale".

Complimenti!



DAVID SYLVIAN - Brilliant trees (1984)



L'intelligenza-chic del cantante ex-Japan nella sua prima significativa manifestazione completa.

Il materiale qui proposto forse non è straordinario di per sè, ma è incredibilmente curato nella produzione sonora con delle scelte acustiche tra loro interpolate davvero interessanti ed accattivanti (benchè non banalmente orecchiabili).

E' l'evoluzione colta della dandy-wave in una direzione radicalmente differente da quella che inizialmente aveva tracciato l'ineffabile Brian Ferry con e dopo i Roxy Music. L'impomatata confidenzialità compassata quasi da crooner di Ferry lascia spazio a qualcosa di più ricco, dove suggestioni jazz e new wave si mescolano in contesti ritmici sostenuti quasi con atteggiamento etno-tribale, mentre nuove inedite sonorità riecheggiano in tutto lo sviluppo del disco.

A Sylvian deve essere riconosciuto il merito di aver fortemente voluto questa svolta nella sua proprio carriera musicale, dimostrando la sua grande capacità di intuire - e saper intraprendere - possibili direzioni affascinanti ed innovative.



SUPERTRAMP - Even in the quietest moments (1977)



Probabilmente questo è il disco più bello e maturo ed è quello che quasi di nascosto ha maggiormente contribuito alla credibilità artistica del quartetto fondato nel 1969 da Rick Davies (altro "Swindoniano" famoso) e Roger Hodgson.

Grazie al discreto succeso del precedente CRISIS? WHAT CRISIS! la band si sposta definitivamente negli Stati Uniti per registrare questo album ed una certa attenzione "meno-britannica" si nota nella eccellente produzione realizzata autonomamente e senza supervisori.

Ogni singolo brano di questo album (tanto le ultra commerciali "Give a little bit" o "Babaji" quanto l'ambiziosa "Fool's overture" che cita addirittura "Venus" uno dei "pianeti" di Gustav Holst nel suo tema principale) è un gioiello di cura ed intelligenza, con una grandissima capacità di mescolare tra loro sentimento ed umorismo in dosi pressochè perfette per non rovinarne il risultato e l'effetto finale.

Senza poi voler considerare l'approccio vagamente di riflessione politica nell'album dato da piccoli indizi lasciati interpretare agli attenti osservatori come ad esempio la partitura presente sul pianoforte ... intitolata "Fool's overture" ma che in realtà è quella di "The Star Spangled Banner" ... o l'anti militarismo espresso chiaramente sempre in "Fool's overture" che cita direttamente un discorso di Winston Churchill tenuto nel 1940 nel tentativo di rinsaldare lo spirito di resistenza del Regno Unito dopo i primi mesi di guerra

"We shall go on to the end... we shall fight on the seas and oceans... we shall defend our Island, whatever the cost may be... we shall never surrender."

... o l'orgoglio nazionale citato (non si sa quanto ironicamente) nel frammento facilmente udibile di "Jerusalem" con il fiammeggiante testo di William Blake.

Naturalmente il 1977 non è l'anno della consacrazione e l'album rimane sospeso in un limbo di potenzialità straordinaria incompresa dal mercato (sebbene le vendite non saranno poi così peregrine quantitativamente).

Il riscatto definitivo avverrà solo due anni dopo, ma il gruppo raccoglierà il successo meritato con TUTTI gli interessi arretrati!



SUPERTRAMP - Crisis? What Crisis? (1975)



Primo vero salto qualitativo nel "song-writing" della band inglese che poi raggiungerà un successo planetario qualche anno dopo con il celeberrimo BREAKFAST IN AMERICA.

In realtà la qualità delle composizioni, degli arrangiamenti e delle idee che ha reso famosissimo quell'album sono già presenti qui e forse addirittura in misura maggiore. Probabilmente il mancato successo già con questo album è frutto di quelle inafferrabili circostanze che - senza alcuna ragionevole motivazione - fanno la differenza a solo pochi mesi di distanza.

Resta comunque il fatto che questo album, con la straordinaria produzione di KEN SCOTT, fa compiere a Rick Davies e Roger Hodgson (principali autori del materiale del gruppo) un salto qualitativo incredibile, facendoli rimanere ancora per un po' ancorati a "certo" impegno rapsodico dell'ormai già vecchio rock progressivo, e - mutuando qualcosa anche dalle sfumature "jazzy" di certe altre band più "rigorose" (IF ad esempio) - portandoli ad evolvere una scrittura di "canzoni" accattivanti ed orecchiabili (senza mai apparire troppo banali).

CRISIS? WHAT CRISIS? è davvero un pilastro importante del rock che cerca un disimpegno d'ascolto culturale dalle pompose atmosfere dell'egomaniacale tardo progressive e che riporta l'idea di canzone in un contesto credibile ed accettabile ... e non è poi un caso se l'album successivo EVEN IN THE QUIETEST MOMENTS sarà ancora più esplicito nell'operazione di transizione.

In questo disco - e più in generale nella musica dei SUPERTRAMP - è possibile ascoltare il motivo da fischiettare ("Sister Moonshine", "Lady") evitando allo stesso tempo ascolti più complessi ed articolati ("A soapbox opera") o aggressivi ("Ain't nobody but me", "Another man's woman") che però rappresentano viceversa una garanzia di un certo quale "impegno" e credibilità musicale per un pubblico non necessariamente interessato alle canzoni da fischiettare.

Come i leggendari 10.CC (ma con molti meno "meriti musicali") i SUPERTRAMP in questa fase creativa mid 70's sdoganano nuovamente l'idea che la comunicazione passi anche attraverso delle canzoni non troppo complicate, ma raffinate, spiritose, intelligenti ed accattivanti.

Il successo mondiale ottenuto poco dopo ... è poi stato per loro indubitabilmente un ottimo "incidente di percorso", ma opportunamente questo disco dimostra che il loro riconoscimento non è stato un frutto casuale, quanto una coerenza creativa che fortunatamente ha trovato terreno fertile al momento della loro massima maturità.


ALBERT MARCOEUR - Album a colorir (2002)



Difficilissimo rinchiudere la musica di Marcoeur in un qualche genere pre-definito, però vale davvero la pena ascoltarla!

Sgorga infatti da una potente vena creativa e - per certi aspetti - innovativa e per questo merita di essere apprezzata e fatta uscire dalla nicchia di appassionati che - per fortuna in aumento - contribuiscono a farla sopravvivere.

Questo album conferma la sostanzaiale caleidoscopica dimensione compositiva di Marcoeur, 11 brani frutto di un salutare frullato di QUALSIASI suggestione musicale possibile (o qualunque derivato immaginabile).

Il risultato finale è un impegnativo "ascolto ad ostacoli" che però alla fine lascia soddisfatti per la fatica fatta ed arricchiti di esperienza acustiche sicuramente inusuali.

Molto bello!



BATTLES - Mirrored (2007)



Nel mondo del cosìddetto "post-rock" ci sono stati fenomeni musicali di notevole interesse (come gli eccellenti TORTOISE ad esempio), però ultimamente è stato lo stesso "genere" a mostrare un po' la corda complice una certa sterilità creativa ed una sostanziale ripetitività nelle produzioni.

A scuotere dal torpore lo scenario "post-rock" nel 2007 è uscito questo sorprendente album di questa band statunitense capitanata dall' ex-Don Caballero IAN T WILLIAMS. e da TYONDAI BRAXTON (figlio di tale Anthony Braxton ... wow!) .

Gli immutabili dettami del classico "post-rock" che pretende ricami armonici ripetuti ed iterativi in ragnatele tematiche sostenute da una solida base ritmica vengono "contaminati" da presenze vocali di improbabili voci mutanti in un curioso tentativo di "song" davvero originale.

Un disco che probabilmente risulta squilibrato ai puristi e troppo "post-rock" per i non appassionati del genere, ma che in questo suo aspetto "ibrido" ritova la sua vera funzione innovativa e propositiva.



giovedì 19 novembre 2009

DAVE STEWART & BARBARA GASKIN - The TLG Collection (2009)



Che bello ... una nuova uscita musicale dall'archivio di due artisti che apprezzo tantissimo.

A distanza di pochi mesi dall'album e dall'ep che hanno rotto un esilio discografico durato quindici anni, DAVE STEWART e la sua compagna BARBARA GASKIN raccolgono alcune delle idee elaborate in questi anni di silenzio per compilare una sequenza di "canzoni per adulti" che mantengono inalterato il gusto e la sensibilità del loro lavoro.

Ovviamente si può discutere sul fatto che l'originalissimo estro creativo di Stewart sia molto focalizzato su operazioni di reinterpretazione di "classici" altrui e per questo motivo non ci sia un effettivo incremento della quantità delle sue composizioni, però ad un attento ascoltatore non può non risultare chiarissimo il geniale compromesso tra la "visione creativa" dell'ex-Egg/Hatfield/National Health e Bruford ed il duttile rimodellamento della stessa intorno a brani nati in (e soprattutto "PER") contesti differenti ... essere in grado di reinventare e ricontestualizzare materiale pre-esistente riesce a RIACCENDERE UNA LUCE in qualcosa che era forse destinato al buio è dote propria di pochi "illuminati" (ascoltare per credere la cover della Motown-styled "Give me just a little more time" in origine proposta dal noto (?) gruppo Chairman of the Board).

Ad ogni modo il "peso" compositivo di Stewart è pienamente confortato da episodi come "The curve of the earth", "Henry and James" (la cui sezione centrale da sola varrebbe una menzione speciale nell'olimpo dei musicisti per il suo creatore) , la breve ma eternamente struggente "Your majesty is like a cream donut" e la relativamente nuova (datata infatti 1997) e curiosa "Ad infinitum".

Vista la ritrovata consuetudine di Stewart e Gaskin di condividere il proprio talento con i tanti appassionati della loro preziosa dimensione artistica, confido in nuove grandi sorprese nel prossimo futuro.


KING CRIMSON - 2001.08.15 San Diego (California)



Ovviamente dopo oltre un centinaio di uscite discografiche (perchè di TANTE stiamo parlando) è difficile pensare che sia ancora possibile trovare qualcosa di significativamente "nuovo" in una qualsiasi documentazione audio dei King Crimson. Eppure questa ennesima meritoria operazione di divulgazione del "verbo/suono" reale ad opera della dgmlive.com è perfettamente riuscita nell'intento.

Nelle note di presentazione si legge l'aggettivo ESSENZIALE ed è pur vero che con una encomiabile sobrietà ed onestà intellettuale tutte le proposte del catalogo dgmlive vengono descritte senza enfasi commerciale o senza accattivanti promesse di mirabilia ... le registrazioni vengono infatti presentate esattamente per quello che sono (e questo è un altro motivo di mio profondo apprezzamento per il lavoro che SID SMITH e tutto lo staff della dgmlive stanno facendo in questi anni).

Tornando all'aggettivo ESSENZIALE, un crimsomaniaco rischia anche di rimanere perplesso e diffidente ... eppure anche questa volta il giudizio non solo era discreto e understated ... ma il materiale ascoltabile in questa registrazione è semplicemente STRAORDINARIO!

Scenario: i KING CRIMSON sono usciti dalla prima fase creativa del nuovo quartetto (risultato dei vari Projekcts) e stanno lavorando a quello che diventerà (due anni dopo) l'album THE POWER TO BELIEVE. Evidenti segni di questa evoluzione sono l'uso della batteria acustica in un set ibridato con elementi elettronici (nel 2000 il set era COMPLETAMENTE elettronico) ed una evidente sferzata verso un suono più aggressivo e violento ... "intellettualmente animale".

Per testare questo step il gruppo accetta di fare una mini tournee promozionale con il ruolo di SPALLA (spalla ???) alla più famosa (PIU' FAMOSA??) band metal dei TOOL (eccellente paraltro ... e benchè all'epoca rimasi stupefatto da questa per me blasfema "inversione" di ruoli, è abbastanza evidente che per le nuove generazioni i King Crimson rappresentavano qualcosa di potenzialmente "vecchio" sic!).

Eppure mai scelta promozionale è stata più indovinata, visto che le crude sonorità in divenire del quasi sessantenne RF e dell'acrobatico Belew hanno sicuramente lasciato un segno indelebile proprio nell'animo dei più giovani astanti ... viste le vendite dell'album successivo e il nuovo interesse che si è riacceso sulle vicissitudini artistiche della corte cremisi in generale.

"Level five" e "Dangerous curves" sono due dei brani in elaborazione e benchè ancora evidentemente in fieri sono eseguiti con una potenza ed una determinazione che ... alla fin fine ... quasi non è completamente riproposta nella versione finale. I brani aggrediscono il pubblico con una cattiveria ed una solidità davvero incredibile ed appare del tutto gustificata l'idea di denominare "nuovo metal" la nuova veste sonora del Re.

"Deception of the thrush" induce alle lacrime perchè in nessuna registrazione al momento disponibile di questa band esiste una esecuzione così SUBLIME e PERFETTA nella sua duplicità sostanziale del bene/male ... come dice Sid Smith "tra il terrificante ed il trascendente". Davvero!

"Lark's tongues in aspic pt IV" (benchè venga proposta mutilata del contenuto deprimente - a detta di Fripp - del cantato finale) raggiunge livelli di compattezza difficili da immaginare in una band evidentemente ancora in grande dinamismo espressivo,

Paradosso significativo: "Thela Hun Ginjeet", manifesto dell'innovazione crimsoniana degli anni '80 qui appare addirittura obsoleta ed "inutile" nel nuovo contesto ... e non tanti artisti possono permettersi di considerare creativamente superati episodi come quelli contenuti in album come DISCIPLINE!!!

Finale con sorpresa poi per l'immortale "Red" dove a metà del brano, sfruttando la ben nota pausa della parte di batteria, Danny Carey - all'insaputa di Fripp - prende il posto di Pat Mastelotto e conclude la performance coronando probabilmente un suo personalissimo sogno: suonare l'inno cremisi con il Re in persona.

Le cronache raccontano che alla fine un divertito Fripp annuisce sorridente dimostrando di aver comunque gradito l'imprevista corsara incursione.


mercoledì 18 novembre 2009

TIM BUCKLEY - Tim Buckley (1966)



DILEMMA: è ancora possibie ascoltare Tim Buckley dimenticando la sua vicenda umana?

Non sono sicuro di riuscire a farlo e quindi ogni volta che decido di ascoltare uno qualsiasi dei (troppo) pochi dischi da lui realizzati in vita mi sento sempre in balia di una sorta di atteggiamento pregiudiziale nei confronti della sua arte e a poco servono i tentativi di ricordare l'approccio mio personale ai suoi dischi AL MOMENTO della loro pubblicazione ... studiare la sua vita e le sua dis-avventure è stato illuminante ma al tempo stesso troppo condizionante per un ascolto sereno ex-post.

Questo primo album del 1966 è chiaramente un timido passo verso una personalità in divenire ... ma che però brucierà le tappe già a partire dal successivo GOODBYE AND HELLO.

Eppure sono già evidentissime le caratteristiche stilistiche dell'artista: una voce prorompente e straordinariamente evocativa ed una elaborazione musicale che pesca a piene mani da molteplici tradizioni popolari filtrandole e rinnovando con esse il ruolo del cantautore, liberandolo da una forma di quasi necessario impegno politico per riportarlo un modo dell'essere artista suo proprio.

Qui l'orchestra gioca ancora un ruolo importante e determinante per sottolineare le atmosfere volutamente più commerciali ed infatti gli episodi come la struggente "Song slowly song" sono l'eccezione e non la regola (anche se di lì a poco le cose sarebbero andate diversamente). In questo senso gli arrangiamenti in generale sono ovviamente molto mainstream ("Song for Jainie", "Grief in my soul") e permettono un approccio rassicurante alla creatività di questo giovanissimo talento (per gli esperti: ... provate a ricordare l'alieno Buckley di LORCA o STARSAILOR ... quasi non sembra la stessa persona!).

Il 1966 è l'anno di FREAK OUT (Zappa), BLONDE ON BLONDE (Dylan), REVOLVER (Beatles), AFTERMATH (Rolling Stones), PET SOUNDS (Beach Boys), MINA CANTA NAPOLI (Mina) ... oops questo è un refuso ... ehm ... insomma è già straordinario pensare che il giovanissimo Buckley sia presente con il suo primo tentativo artistico ... ed è decisamente confortante sapere che il suo 1966 sarà solo l'inizio di una (seppur troppo breve) brillante traiettoria musicale.



FRANK ZAPPA - Lather (1996)



La vera difficoltà nell'approccio a questo "non-album" della lunga lista che contraddistingue la discografia zappiana è proprio questo status di "mai nato".

E il vero problema è capire cosa ne sarebbe stato del percorso creativo di Zappa se solo fosse riuscito in quel lontanissimo 1976 a far uscire un album di questa fattura, con queste molteplici caratteristiche.


martedì 17 novembre 2009

JEFF BUCKLEY - Grace (1994)



Un disco di rara potenza espressiva che giustamente è stato riconosciuto a livello mondiale come uno dei migliori prodotti degli ultimi cinquant'anni negli USA.

Alla memoria!

GONG - 1975.09.10 Marquee (1975)



Orfani del fondatore Allen, i GONG mantengono necessariamente fede agli impegni professionali contratti con la Virgin Records promuovendo diligentemente la loro uscita discografica del momento (SHAMAL) con una serie di concerti in formazione "ibrida" ovvero: Didier Malherbe, Steve Hillage, Pierre Moerlen, Mike Howlett, Mireille Bauer, Patrice Lemoine, Miquette Giraudy.

Il repertorio proposto qui è sostanzialmente quello che poi comparirà qualche mese dopo in "Fish rising" del solo Hillage, solo quattro brani del vecchio set GONG storico ("Oily way", "6/8", "The Isle of everywhere" e "Get it inner") e - curiosamente - solo due brani dall'album in promozione ("Bambooji" e "Wingful of eyes").

Inutile sottolineare che l'assenza di Allen lascia al solo Hillage la direzione dell'intero gioco e anche se il buon Steve fa del suo meglio, è evidente la mancanza della "genialità" tipica dell'imprevedibilità del vecchio Daevid. La band risulta così una buona formazione di prog-jazz-rock, eccellente nelle individualità ma molto meno coesa nella sua globalità ... tanto da sembrare più la prima vera band di Steve Hillage che non ciò che rimane della comune di freakoids a cui eravamo abituati dal 1971.



DAEVID ALLEN - Gong on acid 1973 (2006)



Questo è davvero un bizzarro documento (uscito solo recentemente per la collana BANANAMOON OBSCURA voluta e gestita autonomamente dallo stesso Allen).

Si tratta una pubblicazione di "archivio" dove Allen in pieno "acid trip" "manipola creativamente" nastri magnetici stratificando tra loro droni cupi e ossessivi, voci filtrate e misteriose (per lo più di conversazioni "acid-enhanced" e registrate durante le sedute di ANGEL's EGG), frammenti di esecuzioni musicali e di interviste incomplete, in una forma di cut-up continuo e maniacale che per oltre un'ora accompagna l'ascoltatore verso varie zone della psiche individuale stimolate dalle audio-acrobazie percepibili durante l'ardito ascolto.

Difficile giudicare questo esercizio concettuale di Allen come un documento davvero correttamente relato all'attività della band in sè (e non invece una rilettura deviata del suo protagonista e padre concettuale principale), ma è di innegabile fascino la sovrapposizione multipla degli elementi sonori, dell'innumerevole quantità di audio-frattali che, se ascoltati in questo contesto parcellizzato, mettono in chiara luce analitica le componenti essenziali di quel magicko suono.

Questo album è quindi una composizione "astratta" dove l'ormai maturo Allen ri-utilizza tutta la tavolozza di "audio-colori" che hanno reso unico il progetto GONG negli anni del suo massimo splendore onirico e creativo.

DAEVID ALLEN - N'exist pas! (1979)



E dopo la serenità del periodo di Deya, Daevid Allen ritorna sul mercato con un album dall'attitudine quasi ... "beefheartiana", spigoloso, isterico e con le sonorità di base anni luce distanti dalla quiete apparentemente generata al Bananamoon Observatory delle Baleari.

Suoni di batteria riconducibili allo stile del R.I.O, sassofoni in libertà e testi non propriamente "solari", fanno capire fin dai primi minuti che per il visionario menestrello e le sue teiere volanti, i tempi sono davvero cambiati, e sebbene l'ineffabile Professor Sharpstring dichiari che "è evidente ormai la veridicità dell'esistenza del Pianeta Gong, ora si tratta di capire se invece è l'Uomo ad esistere", ribadendo l'origine poetica della filosofia Gong, Allen si muove qui più nella convinta dimostrazione che è proprio LUI a non esistere, permettendosi in questo modo di lacerare il suono e le sue poesie con una libertà radicale mai concessasi fino a quel momento.

Nonostante la cifrà impegnativa dell'opera, che non può essere ascoltato poche volte per essere pienamente compreso, "N'exist pas!" è un album straordinariamente evocativo che va a scandagliare forse nel lato più "oscuro" di ognuno di noi, ma che anche per questo risulta un nuovo ennesimo capitolo riuscitissimo del percorso artistico del suo protagonista principale (aiutato qui anche da un sorprendente CHRIS CUTLER - Henry Cow - in veste di percussionista e consulente alla produzione).

DAEVID ALLEN - Now is the happiest time of your life (1977)



Altro capitolo essenzialmente acustico del visionario post-prog Daevid Allen, con la consueta efficace alternanza di follia ed imprevedibilità misti a serenità ed ironia, un mix reso ancora più suggestivo in questa occasione grazie al maggiore uso di strumenti provenienti da tradizioni musicali differenti (le tabla di Sam Gopal, il sarod o l'arpa di Marianne Oberascher) che si mettono "a disposizione" della scrittura cantautorale del visionario australiano.

Frammenti narrativi della trilogia Gong dei Pot Head Pixies vengono sapientemente alternati ad altre considerazioni e pensieri creativi di Allen che lasciano indelebile una sensazione di realtà parallela verosimile. A volte sembra prevalere uno spirito essenzialmente infantile di gioco fantasioso e divertito (come nella dolcissima "Tally & Orlando meet the Cockpot Pixie"), ma il più delle volte è evidente che dietro la struttura naif delle varie canzoni si nasconde una mente "oltre".

Siamo nel 1977, il punk sta dando le prime picconate al mondo della "certezza della cultura" nella musica (e qualcosa si intuisce anche qui nel brano "See you on the moontower") per cui le fragili surreali ironie di Allen fanno fatica ad interessare le nuove generazioni decise a ridurre in poltiglia l'idea che l'arte giovanile sia ANCHE affermazione culturale e non solo semplice BEHAVIOUR e fisicità.

E' invece significativo il verso che Allen recita nel brano "Why do we treat ourselves like we do?":

"muovi il cervello ... il resto seguirà di conseguenza!"

(forse a ironica parafrasi di quello che nel 1970 era stato l'invito dei FUNKADELIC ovvero "muovi il culo ... il resto verrà di conseguenza!") che però rimarrà evidentemente generalmente disatteso ormai negli anni a seguire da un pubblico che via via è andato perdendo il gusto per la complessità, della ricerca e del piacere della scoperta.

Anche la stessa copertina non è "in linea" con il momento turbolento in divenire ... quel viso sorridente di Allen che invita contemporaneamente a restare in silenzio ed ascoltare non è di sicuro un'iconografia che possa destare anche un minimo interesse nella nuova generazione di punk-freakoids diretti quasi come ipnotizzati al civico 460 di King's Road (il negozio di Vivienne Westwood).

Poi, magari, a ben guardare ... Allen è di gran lunga molto più "punk" dentro di tanti altri ... leggendo con attenzione il testo al vetriolo di "Poet for sale" ... ma comunque un ultima riflessione merita anche "I am", una digressione ambient della durata di oltre 11 minuti e di grande forza meditativa, una dimensione musicale che sembra essere puro suono/pensiero.

lunedì 16 novembre 2009

DAEVID ALLEN - Studio Folies (bootleg)



A partire da alcune uscite esclusive su musicassetta disponibili qualche anno fa sul mercato indipendente (alimentato proprio dagli stessi musicisti facenti parte dell'entourage) questo bootleg raccoglie differente materiale che compila insieme alcuni momenti della carriera professionale di Daevid Allen.

Dedicata principalmente all'avventura con i GONG - ovviamente - questa carrellata (non)-autorizzata permette di scoprire alcune ulteriori sfumature del già tanto caleidoscopico universo sonoro (esempio significativo l'improvvisazione live dove la band suona molto più vicina ai MOTHERS OF INVENTION di una qualsiasi versione late 60's di "King Kong" che non alla solita banda di freakoids).

Quando poi il materiale si sposta "altrove" è possibile scoprire una divertente e divertita di-versione del classico Andersoniano per antonomasia ovvero "Thick as a brick" (e chi l'avrebbe mai detto?) ed una splendida "Euterpe song" davvero incredibile per la sua originale rilettura vocale in chiave quasi-floydiana (ma ... sarà poi davvero Daevid Allen?)

In conclusione un bootleg divertente ed imperdibile per gli amanti non solo della dimensione "ironiconirica" della band.

DAEVID ALLEN & EUTERPE - Studio Rehearsal tapes (1977)



In tempi recenti, Daevid Allen ha cominciato a rovistare nel suo magicko archivio ed ha iniziato a pubblicare di conseguenza documenti relativi alle sue differenti fasi creative in una collana parallela alle pubblicazioni ufficiali chiamata OBSCURA /in curiosa similitudine con la leggendaria OBSCURE di Eniana memoria).

Non sarà forse un caso che l'archivo si è aperto con una testimonianza della residenza creativa al cosiddetto Bananamoon Observatory di Maiorca ... una breve fase creativa che però è servita a dare ad Allen una ulteriore credibilità nel panorama musicale, anche se quanto riporta la copertina del disco fa riferimento a delle non bene identificate prove per la reunion dei Gong prevista per il 1977.

All'ascolto questa scelta risulta però doppiamente indovinata e particolarmente appetitosa per l'appassionato della produzione "acustica" del visionario australiano dato che si possono ascoltare subito alcune versioni "rivedute e corrette" di brani presenti nel primo album della coppia Allen/Smyth che rappresenta comunque un punto di partenza fondamentale. E a ben vedere poi, di brani alla fine realizzati con Euterpe nell'album ufficiale ce n'è solo uno in questa raccolta ("have you seen my friend"), segno che il laboratorio di ricerca musicale di Deya è partito da lontano.

Esiste altro materiale comunque delle sessioni di prova più riferito alla dimensione sonore proprio di Allen/Euterpe ... e vale la pena di ascoltarlo.

DAEVID ALLEN & EUTERPE - Good morning (1976)



E questo disco invece è proprio un capolavoro di fascino creativo, registrato in 4 tracce a casa, nella sua residenza di Maiorca nelle Baleari (chiamata suggestivamente per l'occasione "Bananamoon Observatory"), senza batteria e solo con strumenti acustici forniti da e suonati con impagabile obliqua maestria dal gruppo locale EUTERPE.

Una specie di folk psichedelico che offre ad Allen una perfetta occasione per raccontare le sue "canzoni storte" in una dimensione quasi fossero racconti tradizionali rendendo il tutto ancor più surreale del solito.

E' indubbiamente un disco rilassato e sereno, e proprio la serenità è l'ingrediente (forse straordinariamente al pari delle canne) che pervade tutto l'album, in evidente distanza dalle atmosfere e dallo stress creativo dei GONG (che aveva lasciato qualche tempo prima), anche se proprio un lungo brano di chiara tradizione elettrica Gong ("Wise man in your heart") viene inserito come per fornire un eco non troppo lontana della brillante stagione appena (momentaneamente) conclusa.

Un disco realizzato con il cuore di un hippie saldamente collegato alla mente di un artista.

DAEVID ALLEN/GILLI SMYTH/GONG - Magick Brother / Mystic Sister (1969)



Questo è uno dei dischi davvero importanti per la stagione musicale psichedelica europea.

Tra ballate allucinate e frammenti caotici l'album porta l'ascoltatore a raggiungere una specie di consapevolezza che permette di apprezzare quanto VIVA possa essere una musica libera da schemi e condizionamenti commerciali, e benchè lucidamente guidata della spregiudicata e sfrontata dichiarata "alterazione" offre comunque spunti di legittima riflessione sulla "percezione altra" di cui tutto l'impianto sonoro del disco è letteralmente pervaso.

E' una prova d'autore rara per intensità e naturalezza, che rappresenta un fortissimo segnale di vitalità per una personalità creativa che è solo all'inizio del suo percorso propositivo, ma che è già fortemente significativa sia musicalmente che culturalmente.

Sono state molte altre le uscite discografiche di Allen che negli anni si sono succedute (con innumerevoli collaborazioni) ma - a parte forse l'altro incredibile capitolo solista rappresentato da GOOD MORNING (realizzato con il gruppo spagnolo Euterpe) - nessuna ha più ripetuto l'equilibrio tra nuovo e "ancor-più-nuovo" presente in "Magick Brother/Mystic Sister".

DAEVID ALLEN - Bananamoon (1971)



Primo capitolo della carriera di Daevid Allen post Soft Machine, ma non necessariamente da considerare coerente con il percorso GONG ... già iniziato brillantemente nel 1969 con l'album "Magick Brother/Mystic Sister".

La bizzarria contenuta in questo album infatti è ancora lontana dalla dimensione ironico-visionaria che caratterizzerà tutti gli episodi della saga GONG. Qui si tratta di considerare BANANAMOON come l'album che i SOFT MACHINE avrebbero prodotto se Allen ne fosse stato il leader incontrastato, una circostanza evidentemente impossibile dati i suoi compagni di "viaggio" e ... come la storia poi ha ampiamente dimostrato.

Eppure alcune trovate contenute in questo disco (in realtà sottovalutato dai più) non sono da considerarsi meno sperimentali ed avanguardiste come alcune delle pagine memorabili dei primi Softs (il finale allucinante e de-stabilizzante di "White neck blooze" è probabilmente una esempio straordinario). Forse il problema è che la "seriosità" della Macchina Morbida andava in direzione della nuova musica giovanile più "formalmente impegnata" ad evitare la forma canzone come via di comunicazione, aspirando a qualcosa di più "impegnato" in grado di coniugare rock, jazz, psichedelia, classica a letteratura e mitologia in un unica forma compositiva più complessa ed articolata.

A ben ascoltare in BANANAMOON (emblematica in questo senso l'eccellente "Stoned Innocent Frankestein") tutti gli elementi di questo percorso in divenire sono in realtà effettivamente presenti e questo aspetto rende l'album ancora straordinariamente attuale da un punto di vista musicologico.

giovedì 12 novembre 2009

dEUS - Pocket revolution (2005)



Questa è una band che AMO fin dalla prima loro nota che mi è capitato di ascoltare per sbaglio quando ancora facevo il Dj radiofonico (quando c'era spazio per proporre dei ragionamenti di musica indipendentemente dai palinsesti commerciali).

Era il 1995 e dall'ombroso Belgio, improvvisamente, senza avvertire, ecco una esplosione di intelligenza, cattiveria e sensibilità tutte raccolte in un unico progetto ("Worst Case Scenario") proposto da una band dall'ambiziono nome di dEUS (con quella vezzosa "d" minuscola prima delle rimanenti lettere rigorosamente maiuscole).
E come se non bastasse ... nel suono della band frammenti di Beefheart e Zappa con improbabili lontani echi di Nick Drake ... una rivoluzione che non poteva rimanere inascoltata da chi aveva già esperienza d'ascolto superiori alla media ... troppi riferimenti e troppe citazioni più o meno nascoste ... tutto molto intrigante.

Ho avuto modo di vederli live (prima del concerto dei RESIDENTS ad Arezzo nel 1997!!!!) in una condizione d'ascolto pazzesca ... avevo il volume dell'intera band che mi strappava i vestiti di dosso ... una esperienza davvero interessante (ripetuta 'fisicamente' solo qualche anno dopo con i KRAFTWERK ... ma questa è un'altra storia).

Ho seguito con la passione del fan (nonostante le primavere) tutta la produzione del gruppo senza MAI rimanerne deluso ... anzi ... acquisendo sempre maggiore certezza che dEUS sia stato davvero il miglior prodotto della sonnacchiosa Europa post new wave.

POCKET REVOLUTION è di fatto un disco di una maturità addirittura "ingombrante" ... e sebbene non sia indicatissimo per rappresentare l'ideale "entry level" per un potenziale appassionato è un lavoro che non può non stupire per la quantità di "umori" presenti tra nota e nota, fin dall'iniziale ossessiva (ma intensissima) "Bad Timing" che ti stacca dalla sedia con un crescendo pari a ben pochi nella storia del rock (in studio).

In sostanza, a mio modestissimo avviso, un disco da avere, (per un gruppo da SEGUIRE) da proporre alle nuove generazioni, da conservare ma soprattutto ... DA ASCOLTARE SPESSO!!!!