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lunedì 9 maggio 2022

Van Der Graaf Generator - Padova 8 maggio 2022 - Teatro Geox

... maggio 2022 ... ennesimo appuntamento con "il generatore" ... finalmente dopo un'attesa lunga oltre due anni Peter Hammill Hugh Banton e Guy Evans si affacciano al proscenio del Teatro Geox nel loro assetto triangolare ormai consueto da molti anni ... per me l'emozione è sempre la stessa perchè in loro non vedo semplicemente dei musicisti impegnati nel loro lavoro ... piuttosto nelle loro figure che invecchiano inesorabilmente vedo comunque un ruolo essenziale ... il ruolo di "messaggeri" di un qualcosa che mi è appartenuto, mi appartiene e che sarà con me fino alla conclusione del percorso (mio e loro) ... non posso parlare per chiunque, ma chi ha vissuto quella stagione musicale dove i dischi dei Van Der Graaf Generator (e non solo, ovviamente) erano tra i primi posti delle classifiche di vendita dei negozi di dischi sa benissimo di quale background culturale fosse intriso il mondo giovanile e di quali messaggi quella musica sia stata prodiga verso una generazione sufficientemente lontana da una guerra e (forse ingenuamente) convinta che fosse giunto il momento di intraprendere un viaggio nel "sè" più profondo guidata dalla poesia di cantori coerentemente e meritoriamente interessati al suggerimento introspettivo che e non all'intrattenimento meramente ludico

... oggi come allora (nonostante le numerose decadi che hanno lasciato sul campo vittime illustri) gli strumenti sul palco ininsieme generano scariche elettrostatiche in direzione della platea (principalmente) di nostalgici consapevoli - a vario titolo e misura - di essere parte essenziale della trasmissione emotiva ... come è sempre stato il pubblico dei VDGG ... e questo Peter Hammill dimostra di saperlo benissimo dato che tra brano e brano comunica verbalmente con i presenti in maniera molto informale e quasi familiare ... e chi lo segue da anni è (o dovrebbe esserlo) consapevole della assoluta "purezza d'artista" che il 74enne di Ealing (vicino Londra) ha sempre rappresentato durante le numerosissime fasi della sua lunga carriera (con e senza i "generatori" d'intorno)

... anche questo attesissimo concerto inizia e scorre nella tetra penombra emotiva di suoni e testi che straordinariamente contrastano con la meravigliosa - ma essenziale - illuminotecnica sul palco ... (a mia memoria) passano non indolori "Interference Pattern", "Every Bloody Emperor" e la splendida "Over the hill" ... poi il primo tuffo nel profondo passato ... quella "Lemmings" che emerge dal consueto caotico inizio improvvisato alla meglio dai tre ultrasettantenni acrobati (senza rete) del caos ... a 12 anni questa canzone già permeava il mio spazio vitale, suggerendomi riflessioni esistenziali capaci di provocarmi una forte inquietudine a loro volta però in grado di regalarmi una altrettanto forte consapevolezza emotiva ... e quindi mi chiedo, possibile che a distanza di oltre 50 anni l'impatto sia lo stesso? (se non addirittura più forte, considerando gli anni e le esperienze nel frattempo vissute?) ... negli anni io ho vissuto sempre intensamente QUELLA musica e guardando ancora una volta Hammill suonare questo brano feroce e sconnesso a pochissimi metri da me (con la sua consueta imprecisione e attitudine REALMENTE PUNK) comprendo come quella particolare stagione musicale sia potuta esistere anche grazie ad un pubblico che affidava le proprie emozioni ai cantori dell'inquietudine e delle metafore esistenziali per abbeverarsi alla loro fonte, rifiutando culturalmente la necessità della omologazione e del mero divertimento tribale generalizzato (oggi forse si direbbe più correttamente "globalizzato")

... "Alfa Berlina" e la struggente, intensissima "Go" rappresentano le due facce del generatore contemporaneo che magicamente comprendono la "cruditè" del periodo "Vital" e la delicatezza del solismo Hammilliano declinate tra le scariche elettrostatiche dell'umano pericoloso triangolo sonico sul palco ... "La Rossa" e soprattutto "A Louse Is Not A Home" (teoricamente un brano del solo Hammill originariamente incluso nel suo terzo album solista "The Silent Corner And The Empty Stage" del 1974, ma - come ricordato dallo stesso Hammill sul palco - già precedentemente suonato dal gruppo nelle ultime date italiane della prima metà degli anni settanta) fanno virare ancora una volta le emozioni in direzione "nostalgia" della stagione d'oro della band (ammesso che ce ne sia stata davvero "una" in particolare) e la tensione dell'atmosfera inizia a farsi piuttosto evidente, segno che l'intensità della forza elettrostatica sta per raggiungere il suo culmine ... "Room 1210" sembra invece andare in una direzione opposta ma è solo un'impressione perchè una gloriosa versione di "Man-Erg" raggiunge quello zenith che inevitabilmente era in attesa di manifestarsi ... per questo leggendario brano del VDGG 1971 la reazione del pubblico intorno è stata quella di una "hit" di classifica di vendita ... il brano che tutti sembravano aspettare ... è stato il momento in cui ho visto più telefonini accendersi intorno a me, segno che più di qualcuno aveva deciso di portarsi a casa un "pezzo", un ricordino visivo di quel momento così unico e forse così tanto atteso ... i nonni dal palco salutano e se ne vanno per qualche minuto ... non ci vuole molto perchè rientrino sul palco pronti per l'unico bis in programma ... dalla platea si sentono le richieste più improbabili ... "Killer"! ... "Lost"! ... "Undercover man"! ... "Still Life"! ... al che, guardando in basso verso l'accordatore della pedaliera della chitarra, un Hammill stentoreo grida "HO SENTITO !!!" suscitando l'ennesima percezione di sua sincera interazione con il pubblico

... nel silenzio dell'attesa per quale sarebbe stato l'ultimo brano ha iniziato ad insinuarsi la inconfondibile nota di basso profondo dell'organo di Hugh Banton che introduce uno dei brani più tristi e "sanguinacuore" del repertorio del generatore ... quella "Still life" che ha saputo regalare un ennesimo momento di intenso romantico furore capace di chiudere più che degnamente una meravigliosa serata ... mentre uscivo dal Teatro Geox accompagnato da una discretissima musica d'ambiente non sentivo molti commenti tra il pubblico segno evidente che sarebbe stato necessario per tutti un attimo di pausa prima di re-immergersi nel mondo di fuori, un mondo ed una realtà così sicuri di poter fare a meno del musica introspettiva di gruppi come il generatore (ed infatti i risultati si vedono quotidianamente) ...

venerdì 30 settembre 2016

Van Der Graaf Generator - Do Not Disturb (2016)

























... credo di aver capito una cosa dopo 45 anni ... quando nel 1971 uscì PAWN HEARTS le fulminanti intuizioni musicali e testuali contenute nella suite del secondo lato polimerico intitolata "A plague of lighthouse keeper" squarciavano la tela intonsa del mio immaginario adolescente con una benvenuta violenza addirittura consapevolmente cercata con infinita passione e continua sete di conoscenza (non ancora esaurita, peraltro) ... eppure non capivo perché qualcuno continuasse a sostenere che quel disco - si, QUEL DISCO che ai miei occhi era (ed è, sia chiaro) un capolavoro totale e definitivo - soffrisse di una sorta di eccessiva "frammentarietà" di idee mescolate con grande (troppo) vigore tra di loro creando un effetto complessivo troppo cervellotico. Immaginavo che questa osservazione fosse frutto di una posizione piuttosto retrograda, post-psichedelica e troppo rock-ignorante ...
bene, dopo 41 primavere (estati, autunni ed inverni) ho capito finalmente cosa significava percepire quelle sensazioni, provare quel senso di (eccessiva?) frammentarietà in un unicum rapsodico concept di musica giovanile ... ora posso dire che DO NOT DISTURB mi sta facendo lo stesso effetto che i "cuori impegnati" sortirono in quei critici "retrogradi, post-psichedelici e rock-ignoranti" ... l'unica differenza è che avendo ormai da anni il mio "cuore impegnato" e completamente assorbito e coinvolto  dalla caotica e al tempo stesso struggente poetica del "generatore" (e degli uomini che ne sono - e ne sono stati - parte integrante) questo effetto che si concretizza adesso, ascoltando questo loro tredicesimo album, mi riporta con nostalgia a quella tela del mio immaginario che in tutti questi anni ne ha visti di segni, lacerazioni, forme, colori ... e non è più intonsa ma anzi estremamente "sonic-experienced" (per dirla "a-la-Jimi") ... evidentemente il generatore continua a "generare" in me quel desiderio che ha educato (forse più dei libri) la mia anima ... grazie.

martedì 23 marzo 2010

VAN DER GRAAF - Vital (1978)



Il senso di desolazione aumenta se per distorta ironia a generarlo è il suono oscuro e senza speranza di una band documentata nel momento che dovrebbe rappresentare l'attimo più "vivo" della propria stessa esistenza ... il palco.

Il perverso umorismo nichilista che pervade questo disco fin dal suo stesso titolo (VITAL) è l'ingrediente essenziale da sopportare per cimentarsi all'ascolto di una delle più straordinarie testimonianze dell'arte musicale degli anni settanta.

Significativamente anche la mutilazione dell'originale roboante nome del gruppo, l'omissione del termine "generator" sembra proprio congiurare verso la nenche tanto velata dimostrazione di totale perdita di energia e dinamismo nel pensiero sonoro di Peter Hammill ed i pochi, infami coorti. La band non "genera" ... ma "de-genera".

Il testo dell'iniziale "Ship of fool" sembra adattarsi perfettamente alla condizione forzatamente ai margini del gruppo e del suo leader indiscusso da sempre:

The captain's in a coma, the lieutenant's on a drunk;
the owner's in his cabin with his special friend, the monk;
the midget's on the bridge, dispensing platitudes and junk -
those wild and special places,
those strange and dangerous places,
those sad, sweet faces,
it's a Ship of Fools.

I quattro (di numero!) applausi che preludono all'oscurità cantautoriale elettrica del capitano comatoso da soli bastano a far venire un brivido di freddo lungo la schiena.

Eppure ...

già, eppure VITAL è invece un disco di straordinaria intensità, un grido deciso e coerente (ma non disperato) di una dichiarazione di intenti, di una rivendicazione orgogliosa di identità.

C'è più luce VERA in un disco così diretto e "senza rete" che non in qualsiasi meraviglioso (apparentemente) spettacolo fiabesco post-progressivo ... con le mille luci della nuova tecnologia a raccontare (in superficie) le storie che servono solo per "intrattenere" il pubblico astante.

Un concerto dei Van Der Graaf (con o senza "generatore") è sempre stata una sfida da entrambe le parti, musicista e pubblico si dividono le responsabilità "intellettuali" del risultato e il fattore di rischio per il pubblico è esattamente lo stesso (solo declinato diversamente) di quello che è presente sul palco.

Nello stile del travolgente momento musicale "a nervi tesi" contemporaneo dell'essenzialità nichilista punk questi Van Der Graaf si offrono ai pochi fedeli appassionati esattamente per quello che sono, alla deriva del mercato certo ... ma non altrettanto delle idee e dell'arte!!!

Nella inquietante solitudine del controluce sonoro caratterizzato principalmente da corde classiche intossicate e distorte (violino e violoncello) mescolate al greve suono di un basso quasi sempre elettricamente saturo e di una batteria spesso anarchica nel tipico stile del suo interprete (Guy Evans) la voce di Hammill non regala niente a nessuno, sputa il senso di solitudine, di prigionia intellettuale, urla e chiama alla riscossa l'armata dei pochi.

Non credo esista un disco più VIVO di "Vital" ...

martedì 13 ottobre 2009

VAN DER GRAAF GENERATOR - World record (1976)



Ancora 5 brani figli dello stesso medesimo periodo creativo (ed infatti registrati solo pochi mesi dopo le sedute per l'album precedente STILL LIFE) ma con un evidente fattore di maggiore "rigidità" ed "immobilismo", infatti - a mio modesto avviso - "When she comes", "A place to survive" e "Masks" non risultano certo tra le interpretazioni più riuscite ... e sottolineo il termine "interpretazioni" dato che in altri momenti la potenza della band avrebbe saputo rileggere con molte più sfumature e colori gli stessi medesimi brani.

C'è un senso di "essenzialità" che riporta molto più direttamente al suono scarno del Peter Hammill di "Nadir's big chance" che non alle involuzioni rapsodiche del caotico sound-progressive classico del gruppo (basti pensare all'interminabile ingiustificato e stanco finale di "A place to survive" che a tutto fa riferimento tranne che ad una sola idea evolutiva del suono e dell'emozione, nel suo statico riproporre lo stesso riff cercando l'ipnosi di un elettro-groove che non c'è e non esiste proprio nel lessico musicale della band).

Anche l'immancabile "suite" del disco "Meurglys III" non decolla davvero e, benchè contenga uno dei testi più belli scritti da Peter Hammill, stenta a dare emozioni significative e sconvolgenti come quelle dei dischi precedenti.

La conclusiva "Wondering", scritta in coppia con Hugh Banton (esattamente come era stato per l'immortale "We go now" da PAWN HEARTS) offre occasione di qualche brivido grazie all'interpretazione vocale del malinconico testo (ironico nel contesto della imminente nuova e più duratura separazione dei musicisti della band).

WORLD RECORD è un disco che si può anche amare .. a patto di non aver ascoltato nulla della discografia precedente ad esso.

VAN DER GRAAF GENERATOR - Still life (1976)



STILL LIFE invece è un capolavoro.

In questo caso il lavoro si dipana in 5 lunghi brani con tutti gli ingredienti del suono del "generatore", solo che qui c'è una compattezza sonora che riporta più agli anni di "H to He" (1970), ad una band cioè assolutamente in equilibrio tra le pulsioni creative esistenziali del leader indiscusso Hammill e la completa maturità strumentale dei quattro compagni di viaggio.

E brani come "Pilgrims", "Still life" e "My Room" danno l'idea che l'equilibrio sia davvero compiuto mentre nei rimanenti due ("La Rossa" e "Childlike faith in Childhood's end") c'è un evidente ritorno alla vulcanica ed incontrastabile dimensione hammilliana del gruppo ... non che questo sia di per sè un difetto, ma la struttura dei brani si asciuga in maniera evidente, ed anticipa quella che sarà la fase successiva (cruda e muscolare) della band di fine decennio.

Parlando dei testi, invece, l'album è ancora più cupo e deprimente di quelli precedenti ed Hammill certo non fa nessuno sforzo per squarciare quel velo buio ed opprimente che avvolge le sue storie.
Però questo apparente limite in realtà permette all'autore pagine di lirismo inarrivabile e molto vicine alle intuizioni iniziali.

Forse il fatto che STILL LIFE sia a metà del guado della seconda vita dei Van Der Graaf consente di considerarlo comunque un nuovo capolavoro del gruppo (WORLD RECORD che lo seguirà di lì a poco avrà una selezione di brani non altrettanto equilibrati nei "colori").

VAN DER GRAAF GENERATOR - Godbluff (1975)



(Lo considerai una specie di "miracolo" all'epoca ... il generatore aveva inaspettatamente ripreso a produrre quell'energia di cui avevo così bisogno)

GODBLUFF è uno di quei dischi che chi ama i VDGG fa fatica a dimenticare indipendentemente dalla qualità intrinseca (a mio avviso notevole) del lavoro stesso.

GODBLUFF è infatti costituito da 4 lunghi brani oscuri, crudi, a volte violenti e a volte suadenti, disperati, gridati ed accerchiati dal solito buio caos dei sassofoni multipli e distorti di Jackson, dal drumming essenziale di Evans e dalle eccellenti tastiere visionarie di Banton.

Ma su tutti, ancora una volta QUELLA VOCE che grida la rassegnazione di "Undercover man", la profezia apocalittica di "Scorched earth", la cruda consapevolezza di "Arrow" e l'onirica "The Sleepwalkers".
Certo, può non piacere il modo clamorosamente drammatico con cui Peter Hammill propone le sue interpretazioni vocali, ma non può non essere evidente la straordinaria efficacia con cui racconta l'angoscia e le inquietudini del suo tempo.

E' stato il disco della (purtroppo breve) prima rinascita della band di Peter Hammill con David Jackson, Hugh Banton & Guy Evans, ma non per questo è stato un semplice (secondo) inizio, dal momento che la matura personalità compositiva presentata in questo album è semplicemente devastante ... proprio nell'accezione che ha reso UNICI i Van Der Graaf Generator nel panorama internazionale di quegli anni.