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giovedì 2 settembre 2010

LOTHAR & THE HAND PEOPLE - Space hymn (1968)



Tra i dischi della prima epoca elettronico-psichedelica, SPACE HYMN - secondo ed ultimo capitolo dell'avventura di di Lothar and the hand people - è sicuramente tra i più sorprendenti ed innovativi.

La band originaria di Denver (ma presto diventata operativa nella multiforme NYC) è qui prodotta da Nick Venet (lo stesso bizzarro produttore che volle Zappa alla Capitol per l'opera orchestrale Lumpy Gravy) e lo spirito psichedelico che ne pervade l'universo creativo viene portato in grandissima evidenza con un uso molto raffinato dei primi sintetizzatori che non tolgono però spazio alla più naturale dimensione sonora degli strumenti tradizionali (chitarre, basso batteria) con una particolarissima attenzione e cura per le parti vocali, sensibilissime e davvero molto ispirate.

Gli episodi più prettamente elettronici sono a dir poco stupendi, soprattutto la visionaria ed ancora oggi insuperata "Wedding night for those who love".

Semplicemente splendido.

giovedì 28 gennaio 2010

SOFT MACHINE - The Soft Machine turns on (1990)



L'imponente meraviglia di "Moon in June" inaugura l'ascolto di questo primo compendio dedicato alla dimensione radiofonica dei SOFT MACHINE nell'arco di tempo tra il 1969 ed il 1971.

Ed in fondo un c'è un buon motivo per inziare questa selezione proprio dalla "canzone appositamente customizzata" da Robert Wyatt ... e non è solamente quello del criterio cronologico dal momento che proprio "Moon in June" è l'unico brano anche cantato dell'intera raccolta ed è di fatto il testamento musicale che l'altrimenti inquieto batterista di Bristol ha poi definitivamente lasciato ad imperituro ricordo tra le passate pieghe di un suono sempre più in evoluzione strumentale, significativa svolta intrapresa con sempre più convinzione dal gruppo che lui stesso aveva contribuito a fondare.

La voglia di grande massa sonora (forse anche dettata dal desiderio di "collettivizzare" l'esperienza musicale tra giovani aspiranti musicisti emergenti) spinge il gruppo ad integrare il proprio essenziale line-up con un ambizioso quartetto di fiati formato dal già precedentemente "arruolato" Elton Dean oltre ai tre giovani talenti Lyn Dobson, Marc Charig e Nick Evans.

Il risultato che emerge immediatamente da queste registrazioni è davvero la dedizione alla scrittura collettiva che il gruppo stava portando avanti in piena coerenza con certe ultra-big band quasi contemporanee (vedi ad esempio il progetto "Centipede").

Ovviamente le qualità dei singoli muscisti componenti la band viene messa comunque in grandissima evidenza (inutile dire che il basso di Hopper e la tastiera di Ratledge non siano semplicemente clamorosi) e la sensazione che SOFT MACHINE come band sia la punta di diamante di una "nuova musica intelligente" giovanile è assolutamente innegabile.

Semmai è altresì curioso pensare che queste stesse registrazioni, altre alla radio-diffusione del momento, abbiano dovuto attendere fino al 1977 per essere apprezzate solo parzialmente su un supporto replicabile (l'album era il leggendario visionario ed immaginifico antologico triplo vinile "Triple Echo"), e addirittura attendere fino alla edizione su cd (a cui mi riferisco) datata 1990 (ad opera dell'indipendente Strange Fruit).

Ovvero ... per fortuna adesso abbiamo recuperato quasi tutti i tasselli di quel percorso artistico in atto, ma a ben pensare la "macchina morbida" era realmente in azione ad una differente velocità dal resto dei contemporanei. Magari QUEL PARTICOLARE MOMENTO di assoluta eccellenza non sarebbe durato poi molto perchè già il "Fourth" benchè pregevole non è più figlio della stessa intenzione comune (e poco dopo anche la pubblicazione di "Fifth" sancirà la definitiva direzione).


SOFT MACHINE - Spaced (1969)



Alla fine degli anni '60 essere parte emergente di una cultura musicale proiettata verso nuove frontiere espressive prevedeva anche degli "obblighi".

SPACED è di fatto un'operazione quasi obbligata - appunto - per i Soft Machine visto il ruolo "progressivo" che la loro musica andava guadagnando nell'ambiente artistico contemporaneo. Con ogni probabilità quanto registrato nelle fatiscenti strutture abbandonate sulle rive del Tamigi in quei giorni - e adesso miracolosamente resuscitato grazie alle moderne tecnologie - non sarebbe stato nemmeno lontanamente messo in produzione dal gruppo ormai impegnato nell'evolvere sempre di più il proprio sistema compositivo mescolando acrobaticamente rock e jazz conditi di minimalismo e suggestioni "aliene". Per cui questa volta bisogna "ringraziare" il sistema per aver forzato loro la mano, per aver dato ai tre ragazzotti inglesi un "compitino" sonoro da svolgere, ovvero produrre una determinata quantità di musica sperimentale per accompagnare SPACED, spettacolo multimediale dell'eccentrico artista londinese Peter Dockley in cartellone al Roundhouse della capitale britannica.

Quello che oggi abbiamo la possibilità di ascoltare è una versione abbondantemente "riveduta e corretta" (soprattutto nelle durate e nella scaletta) di quanto registrato con mezzi di fortuna da Bob Woolford, ma rappresenta uno degli episodi creativi più interessanti in assoluto della produzione musicale giovanile dell'epoca.

Le sette sezioni in cui il materiale è stato suddiviso per comodità d'ascolto, dimostrano con grande efficacia quanto forte fosse la voglia di superare certi confini del linguaggio musicale di allora (non dimentichiamoci che quello è anche l'anno di "Abbey Road" dei Fab Four!) e di quanta contaminazione intellettuale fosse presente nella nuova generazione di musicisti che si andava "progressiva-mente" allargando.

Vicino per certi versi a quello che poi sarà musicalmente presente (parzialmente) in "Third", il materiale contenuto in questa raccolta si presenta come una serie di "flussi creativi" sviluppati nella claustrofobica condizione del minimalismo formale, ma allo stesso tempo espansi alla massima possibilità caleidoscopiche dei timbri naturali (ma soprattutto NON NATURALI) della strumentazione usata.

Ed a proposito di cose "alterate", la moderna tecnologia ci permette adesso di scoprire la meravigliosa melodia nascosta nel "reversed" tape che costituisce l'intero brano conclusivo "Spaced Seven" ... invertendo il procedimento digitale la malinconica canzone sconosciuta prende forma da uno sgangherato Wurlitzer ... un gioiello estemporaneo nascosto ma davvero struggente.

Forse per alcuni è addirittura facile ritenere un disco come questo un semplice "narcisistico outing autocompiaciuto" che probabilmente non meritava nemmeno di essere diffuso pubblicamente perchè nato di per sé stesso senza una volontà realmente "artistica" del gruppo, invece - a leggere con attenzione tra la massa informe dei suoni che lo compongono - SPACED è di fatto una delle più lucide istantanee di un behaviour artistico che ha realmente costituito la base principale per l'emancipazione della musica (e di conseguenza dell'ascoltatore) dalle leggi di mercato dell'intrattenimento, portando all'estrema sintesi la volontà di CAMBIARE il concetto stesso di musica portandola ad indispensabile CIBO per il pensiero.


mercoledì 27 gennaio 2010

SOFT MACHINE - Volume 2 (1969)



Le cose si sono fatte terribilmente serie nel secondo capitolo della "macchina morbida" e la transizione verso una forma molto più complessa (ma nello stesso tempo autocompiaciuta) dimensione sonora è assolutamente evidente.

Come è immediatamente evidente che la quantità di energia creativa presente nei componenti la band sia debordante ed incontenibile, sospinta da una trance artistica destinata a trasportarli verso acrobatiche ibridazioni sonore di sicuro effetto nell'ascoltatore alla ricerca del "nuovo" e "progressivo" linguaggio giovanile proteso verso una prodigiosa emancipazione intellettuale dalle generazioni precedenti.

E meno male che il flusso creativo della macchina non si ferma nemmeno per un minuto proponendo questo Volume 2 come una insuperata esperienza d'ascolto totale, capace di muovere il cervello in una piacevolissima danza d'attenzione e concentrazione.

lunedì 28 dicembre 2009

MARY BUTTERWORTH - Mary Butterworth (1969)



Sconosciuta band di solido rock-blues a tratti psichedelico che non ha trovato abbastanza spazio nell'immanso mare magnum del genere.

Il disco, diventato da anni ormai una tra le più ambite prede per i più accaniti ed agguerriti collezionisti del vinile di fini anni sessanta, è stato più volte ristampato in CD da etichette clandestine riscuotendo sempre un discreto successo, tanto da offrire a questo gruppo dimenticato una inattesa (e per certi evrsi sicuramente immeritata) improvvisa popolarità.

Non è un lavoro dalle sublimi intuizioni, quanto piuttosto un disco di mediocre rock-blues suonato con discreta perizia e buone intenzioni. Ascoltabile e riascoltabile, al bisogno.

martedì 22 dicembre 2009

PEARLS BEFORE SWINE - One nation underground (1969)


TOM RAPP e la sua curiosa "esse" da Gatto Silvestro nel 1967 ha scelto questo bizzarro pseudonimo per proporsi al mondo musicale dei circuiti folk elettrici in grande fermento in quel periodo.

Il disco in sè ancora oggi assume un rilievo notevole se contestualizzato in quell'ambiente alla ricerca della proposta impegnata nei testi e di nuovi suoni da affiancare.

Rapp quindi inventa per le sue canzoni una dimensione onirica leggermente (ma non troppo) psichedelica unendo i suoni di chitarre acustiche filtrate a freddi registri di organo Farfisa davvero tanto inquietanti quanto originali nell'approccio minimale.

Rapp poi non esita a giocare poi con la beffarda ironia e la volontà dissacratoria dell'esuberanza tipica giovanile quando inserisce nella canzone "(oh dear) Miss Morse" il suono di un messaggio morse che trasmette distintamente le lettere F-U-C-K (che evidentemente qui non necessitano certo di traduzione)

Registrato in soli tre giorni di settembre del 1967 "One Nation Underground" viene pubblicato solo nel 1969 ma riscuote un successo di tutto rispetto, giungendo a vendere (sembra) quasi 250.000 copie, una cifra davvero notevole per l'epoca.

Memorabile.

lunedì 16 novembre 2009

DAEVID ALLEN/GILLI SMYTH/GONG - Magick Brother / Mystic Sister (1969)



Questo è uno dei dischi davvero importanti per la stagione musicale psichedelica europea.

Tra ballate allucinate e frammenti caotici l'album porta l'ascoltatore a raggiungere una specie di consapevolezza che permette di apprezzare quanto VIVA possa essere una musica libera da schemi e condizionamenti commerciali, e benchè lucidamente guidata della spregiudicata e sfrontata dichiarata "alterazione" offre comunque spunti di legittima riflessione sulla "percezione altra" di cui tutto l'impianto sonoro del disco è letteralmente pervaso.

E' una prova d'autore rara per intensità e naturalezza, che rappresenta un fortissimo segnale di vitalità per una personalità creativa che è solo all'inizio del suo percorso propositivo, ma che è già fortemente significativa sia musicalmente che culturalmente.

Sono state molte altre le uscite discografiche di Allen che negli anni si sono succedute (con innumerevoli collaborazioni) ma - a parte forse l'altro incredibile capitolo solista rappresentato da GOOD MORNING (realizzato con il gruppo spagnolo Euterpe) - nessuna ha più ripetuto l'equilibrio tra nuovo e "ancor-più-nuovo" presente in "Magick Brother/Mystic Sister".

giovedì 12 novembre 2009

HOWARD ROBERTS - Spinning wheel (1969)



In questo caso la lucidità come produttore di David Axelrod giova in maniera esponenziale alla qualità della realizzazione di questo album datato 1969 del chitarrista HOWARD ROBERTS.

I suoni dell'album sono assolutamente perfetti, brillanti e soprattutto estremamente vivi e reali (ad esempio non ci sono parole per descrivere la chitarra acustica nel groovy-boogie "Country scuffle") e mantengono frizzante l'atmosfera del disco, anche quando di tanto in tanto l'atteggiamento dei musicisti è meno compiaciuto e gigione e diventa più "sperimentale" e free (come nella sezione centrale del ben noto standard "Cataloupe island").

Molto interessante il contributo creativo di John Guerin (con un suono di batteria così vicino a quello udibile nelle improvvisazioni di HOT RATS di Zappa e registrate nello stesso anno) e Chuck Domanico al basso oltrechè diventa inevitabile notare l'apporto di altri due tipi interessanti quali Dave Grusin (piano) e Tom Scott (fiati).

Un gran bel disco che si ascolta con grande piacere.

venerdì 6 novembre 2009

TRAMLINE - Moves of vegetables centuries - (1969)



Sconosciuto gruppo inglese della fine anni sessanta in grado di produrre un rock-blues molto grintoso, dalle sane e potenti vibrazioni musicali.

Questo è il secondo (ed ultimo) disco prodotto da questa band che vede alla chitarra Micky Moody (ben lungi dall'immaginare ancora da diventare famoso a livello planetario con i Whitesnake di David Coverdale quasi un decennio dopo).

Per la produzione di questo album, il gruppo ospita anche due musicisti molto interessanti della scena musicale britannica di allora ovvero Ron Aspery e Colin Hodgkinson (Backdoor).

ROY HARPER - Folkjokeopus (1969)



Un disco bellissimo, dal sapore antico, protagonista un cantautore britannico alla ricerca di tutte le possibili sfumature del suo proprio linguaggio con un approccio tipico della protesta e nell'antagonismo naturale della generazione contemporanea ma che che affonda anche le radici nel folk più rurale della sua tradizione nazionale.

A questi elementi di base Harper mescola suggestioni di un vocalismo progressive ormai evidentemente in divenire e, talvolta, elementi dell'esotismo hippie/freak quali gli strumenti e/o melodie indiane (un "ingrediente" abbastanza "in voga" visto l'anno di pubblicazione).

FOLKJOKEOPUS è solamente il suo terzo album, ma la personalità creativa e la coerenza artistica di Harper lo pongono come una delle figure emergenti più interessanti della nuova musica giovanile uscita dalla tradizione folk inglese grazie a brani memorabili come la bellissima cavalcata acustica di "One for all" (dedicata ad Albert Ayler), la bellissima e barrettiana "Exercising some control" o la struggente melodia obliqua di "She's the one". Il definitivo omaggio alla tradizione popolare e alla canzone di protesta viene poi indelebilmente segnato dalla ballata "McGoohan Blues" (ben 18 minuti) con il suo climax in costante crescendo ... dalla sola chitarra acustica fino alla presenza della band al completo sul dylaniato finale.

In conclusione, non solo Folkjokeopus, ma l'intera discografia di ROY HARPER merita un ri-ascolto attento perchè non si è trattato di un caso se alcuni ben più famosi ed acclamati musicisti della generazione a lui contemporanea (su tutti Jimmy Page ad i Led Zep) lo abbiano considerato una figura fondamentale per la sua straordinaria capacità creativa ed evocativa.

Hats off to Roy Harper!

mercoledì 7 ottobre 2009

HARRY "SUNI" McGRATH - Cornflower Suite (1969)



Non ho idea di quante persone conoscano questo oscuro artista della chitarra (principalmente a 12 corde) le cui produzioni hanno trovato scarsa eco nel convulso panorama musicale a cavallo tra la fine degli anni sessanta ed i primi settanta.
Eppure questo talentuoso chitarrista irlandese di nascita, ha certamente contribuito a tracciare avventurose traiettorie nella musica acustica di derivazione "folk" sulla scia di un fenomeno innovatore quale è stato l'americano John Fahey. Armonie a volte paradossali e rigorose "scordature" naturali fanno costantemente capolino nel sound di Suni che acquisisce anche un carattere quasi visionario in alcuni momenti di questa raccolta pubblicata nel 1969.
Il suo stile di "fingerpicking" non è sempre preciso ed impeccabile (anzi, a volte è proprio soprendentemente "sconnesso") ma è anche questo un aspetto che lo rende "empatico" all'ascoltatore in una dimensione di audio-verità che risulta inevitabilmente umana e reale. Così come anche alcune digressioni chitarristiche "orientaleggianti" ed ingenue (Blue domes of Isfahan) contribuiscono al guazzabuglio generale di un suono curioso e volutamente rivolto alle innumerevoli possibili soluzioni/ripercussioni delle collisioni provocate da convergenti traiettorie musicali intraprese.

martedì 6 ottobre 2009

THE KOOBAS - Koobas (1969)



Mentre i Beatles evolvevano il loro sound verso lo stadio creativo finale, dalle parti del Merseyside il terremoto causato dalla loro straordinaria ascesa cominciava a dare dei frutti laterali.
Sebbene fondati nel lontano 1962, messi sotto contratto da un certo Brian Epstein due anni dopo, compagni di "merende" dei Fab Four allo Star Club di Amburgo, ed opening act per una band chiamata The who nel 1966, solo nel 1967 convertono il loro suono con abbondanti dosi di psichedelia internazionale e danno alla luce il loro primo (e unico) album.
Qualcuno sottolinea il fatto che l'album sembri essere una sorta di "concept", ma essendo tutti dotati di indubbie qualità musicali ed abbondante personalità ecco che THE KOOBAS propongono un "pop psichedelico" di grande impatto e sicuramente troppo poco considerato all'epoca.
Ascoltando questi episodi "minori" del movimento giovanile musicale in marcia in quegli anni si capisce facilmente PERCHE' in pochi mesi il tutto si sia evoluto nella forma del "progressive", mettendo in risalto il grandissimo livello di elaborazione artistica che proprio quel genere ha portato alle nuove generazioni di musicisti.
Questo debutto dei Koobas comunque si ascolta con grande piacere e si fa apprezzare anche a distanza di così tanti anni. Opportuna la recente ristampa su CD (con Bonus) che ha dato una ulteriore vetrina a questa band pressochè dimenticata dai più (o citata per la militanza di Keith Ellis nelle prime formazioni dei Van Der Graaf Generator o - successivamente - negli interessanti Juicy Lucy).