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domenica 12 luglio 2020

2020 - BERT JANSCH - Live in Italy 1978


BERT JANSCH - Live in Italy
(Earth Records RSD 2020)





































Era il 1978 ed era fortunatamente una stagione di concerti in parziale ripresa dopo l'ostracismo internazionale a cui era stato condannato il pubblico italiano dopo le ben note intemperanze occorse in varie occasioni (memorabile il concerto di Lou Reed a Bologna nel 1973).
Nella ancora sonnacchiosa terraferma veneziana di fine anni settanta il Cinema Teatro Corso era tra i pochi veri baluardi della musica proposta dal vivo (assieme naturalmente al leggendario Cinema di Viale San Marco).

Capitò quindi che nella primavera inoltrata del 1978 la Barley Music aveva organizzato un concerto/evento per promuovere l'ultimo disco di Bert Jansch disponibile al momento sul mercato italiano (A Rare Conundrum).

In realtà Bert Jansch, dopo quello che sarebbe stato definito il suo "periodo americano", era di fatto alla ricerca di una nuova dimensione creativa che aveva già concretizzato nei primi mesi del 1978 registrando con Martin Jenkins e pubblicando in tiratura limitata per una piccola casa discografica danese (Exlibris) un nuovo album intitolato "Avocet".

Bert Jansch & Martin Jenkins - Avocet
(Exlibris records 1978) 
Di questo disco non c'erano tracce in Europa data la limitata quantità prodotta e l'inevitabilmente scarsa possibilità di distribuzione della piccola etichetta danese.

La serata del Teatro Corso era una specie di "night of the guitars" in versione rigorosamente acustica che vedeva sullo stesso palco appunto l'ex Pentangle Bert Jansch ed il suo preziosissimo collaboratore dell'epoca Martin Jenkins oltre a due opening acts proposti - nell'ordine - dal Liverpooliano Sam Mitchell (eccellente dobro-ista di Mississippi blues dal passato interessante con collaborazioni importanti al fianco di personaggi quali Kevin Ayers, Carol Grimes e - sorprendemente - Rod Stewart) e da Leo Wijnkamp Jr (straordinario "triplocrociato" talento olandese della chitarra rag a 12 corde).

il programma della serata (I)
Le due "spalle" appena citate facevano parte del rooster della Kicking Mule Records (una assoluta garanzia di qualità per gli appassionati della musica acustica) e quindi in "concept" della serata era davvero interessante e degno di essere considerato un "ghiotto" appuntamento sicuramente appagante.
Ed in effetti così è stato e ricordo di aver vissuto intensamente ogni singola nota di Leo Wijnkamp, Sam Mitchell ed ogni singola nota ed espressione di un oscuro  Bert (compresa la sua battaglia - ben presto perduta - con il suo guitar capo)

il programma della serata (II)

Ma la storia del "ritrovamento" (e della successiva pubblicazione) di questa testimonianza mestrina è piuttosto bizzarra per diversi motivi.

In primis ... la fortuna ha voluto che una emittente locale (ma non ricordo quale) avesse ottenuto il privilegio di registrare direttamente dal mixer il concerto (cosa non proprio rarissima in quei giorni, vista la fervente attività promozionale delle emittenti indipendenti di allora - ultimo esempio di resistenza culturale legata alla musica di cui ben presto si sarebbero perse le tracce, con i suoni riportati al "ritmo del potere discografico commerciale".

Altro fattore essenziale per l'esistenza di questo documento è stato il contributo del mio grande amico Vittorio che, con sapiente diplomazia, è riuscito a convincere "chi di dovere" a fargli una copia del nastro originale (che quindi esiste ancora - forse - da qualche parte).
La sua gentilezza è stata ulteriormente  impreziosita dalla disponibilità di farmene una eccellente copia direttamente dal master originale stesso.

i preziosi documenti presenti in archivio
Sfortunatamente le nostre vite hanno preso strade diverse e ci siamo persi di vista, ma il mio spiccato senso d'archivio mi ha spinto a conservare per tutti questi anni con gelosa cura quel prezioso (per me) documento assieme al foglio di sala in presentazione della serata.

Ricordo solo che poco tempo dopo quel concerto io stesso ho fatto copia del nastro a favore del mio amico (e compagno di innumerevoli avventure musicali) Alessandro Monti che ne ha fatto evidente tesoro.

Per delle fortuite circostanze solo qualche mese fa Alessandro è entrato in contatto con la "Earth records" e con Adam Jansch (figlio di Bert) che evidentemente dopo aver saputo dell'esistenza di una testimonianza così particolare del lavoro del padre gli ha proposto di "contribuire" alla causa dell'archivio storico della famiglia.
Alessandro ha accettato preparando con cura il materiale per la pubblicazione, collaborando con la produzione per i dettagli ed alcune ricerche storiche.
Purtroppo, essendosi basato sul nastro originale di Vittorio (datato erroneamente 1977) Alessandro è stato tratto in inganno nel datare il concerto (e del resto anche la mia memoria era ormai abituata a considerarlo come uno dei miei concerti preferiti del 1977).



Quando di sorpresa Alessandro mi ha fatto avere copia della riedizione di "Avocet" (che comprendeva due brani bonus tratti da quella registrazione che rappresentavano a loro volta l'anteprima per la pubblicazione dell'intero "Live in Italy" prevista nel 2020 in occasione del RSD ... purtroppo perduto causa Covid19) sono rimasto piacevolmente stupito non solo per  l'inaspettato regalo, ma anche perchè in questo modo il mio lavoro di "archivista" aveva offerto - ancora una volta dopo King Crimson e Gentle Giant -  un ulteriore contributo alla musica che ho amato (e amo) da sempre.

i "credits" (accurati o meno che siano)




Evviva!!!

martedì 6 giugno 2017

WOLFGANG RIECHMANN - Wunderbar (1978)























... è già il 1978 quando si fa evidente l'influenza di certa elettronica "di casa" e non è un caso se iniziano a farsi vedere i primi "umanoidi", i primi post hippies elettronici (sulla scia dei Mensch Maschine di Dusseldorf, per capirci).

Riechmann utilizza molti strumenti per seguire una strada sonora molto diversa dalle "macchine" di cui sopra e molto ben inserita nello stile dell'etichetta che nel frattempo si è chiaramente indirizzata alla produzione cosmico-minimale elettronica sfornando dischi di indubbio interesse e valore artistico.

La dimensione "cosmica" rimane la cifra stilistica principale di questo "Wunderbar" che poco si discosta quindi da lavori di altri compagni di etichetta (quali ad esempio Nik Tyndall) ma il risultato qui proposto è assolutamente degno di ascolti dedicati (sempre che si sia interessati alla ben nota e già citata krautica cosmicità, ovviamente).



martedì 23 marzo 2010

VAN DER GRAAF - Vital (1978)



Il senso di desolazione aumenta se per distorta ironia a generarlo è il suono oscuro e senza speranza di una band documentata nel momento che dovrebbe rappresentare l'attimo più "vivo" della propria stessa esistenza ... il palco.

Il perverso umorismo nichilista che pervade questo disco fin dal suo stesso titolo (VITAL) è l'ingrediente essenziale da sopportare per cimentarsi all'ascolto di una delle più straordinarie testimonianze dell'arte musicale degli anni settanta.

Significativamente anche la mutilazione dell'originale roboante nome del gruppo, l'omissione del termine "generator" sembra proprio congiurare verso la nenche tanto velata dimostrazione di totale perdita di energia e dinamismo nel pensiero sonoro di Peter Hammill ed i pochi, infami coorti. La band non "genera" ... ma "de-genera".

Il testo dell'iniziale "Ship of fool" sembra adattarsi perfettamente alla condizione forzatamente ai margini del gruppo e del suo leader indiscusso da sempre:

The captain's in a coma, the lieutenant's on a drunk;
the owner's in his cabin with his special friend, the monk;
the midget's on the bridge, dispensing platitudes and junk -
those wild and special places,
those strange and dangerous places,
those sad, sweet faces,
it's a Ship of Fools.

I quattro (di numero!) applausi che preludono all'oscurità cantautoriale elettrica del capitano comatoso da soli bastano a far venire un brivido di freddo lungo la schiena.

Eppure ...

già, eppure VITAL è invece un disco di straordinaria intensità, un grido deciso e coerente (ma non disperato) di una dichiarazione di intenti, di una rivendicazione orgogliosa di identità.

C'è più luce VERA in un disco così diretto e "senza rete" che non in qualsiasi meraviglioso (apparentemente) spettacolo fiabesco post-progressivo ... con le mille luci della nuova tecnologia a raccontare (in superficie) le storie che servono solo per "intrattenere" il pubblico astante.

Un concerto dei Van Der Graaf (con o senza "generatore") è sempre stata una sfida da entrambe le parti, musicista e pubblico si dividono le responsabilità "intellettuali" del risultato e il fattore di rischio per il pubblico è esattamente lo stesso (solo declinato diversamente) di quello che è presente sul palco.

Nello stile del travolgente momento musicale "a nervi tesi" contemporaneo dell'essenzialità nichilista punk questi Van Der Graaf si offrono ai pochi fedeli appassionati esattamente per quello che sono, alla deriva del mercato certo ... ma non altrettanto delle idee e dell'arte!!!

Nella inquietante solitudine del controluce sonoro caratterizzato principalmente da corde classiche intossicate e distorte (violino e violoncello) mescolate al greve suono di un basso quasi sempre elettricamente saturo e di una batteria spesso anarchica nel tipico stile del suo interprete (Guy Evans) la voce di Hammill non regala niente a nessuno, sputa il senso di solitudine, di prigionia intellettuale, urla e chiama alla riscossa l'armata dei pochi.

Non credo esista un disco più VIVO di "Vital" ...

mercoledì 25 novembre 2009

NATIONAL HEALTH - Of queues and cures (1978)



Secondo capitolo ... qualche piccolo aggiustamento necessario al line-up, ma stessa debordante carica creativa.

Anzi.

Già, anzi ... perchè questo disco è anche più clamoroso per la qualità delle composizioni che diventano improvvisamente collegiali e quasi equamente suddivise tra tutti (benchè manchino le eleganti pagine di Alan Gowen e la voce della Parsons, non è di poco conto l'apporto della penna dell' ex-Henry Cow JOHN GREAVES e la sua splendida 'Squarer for Maud' o l'eccellente 'Binoculars" - già nel repertorio degli Hatfield & The North, peraltro - del grande PIP PYLE o la mirabilmente double-faced 'Dreams wide awake' di PHIL MILLER).

Meno spazio per le evoluzioni soliste (che rimangono comunque sempre memorabili con PHIL MILLER e DAVE STEWART) e una maggiore compattezza e rigore più tipico di una vera band rock.

Ma è LA MUSICA che è realmente la protagonista della scena, spesso svincolata dal solito V postulato euclideo (ascoltare per credere il "Gengis Khan-like attack organ solo" di STEWART in apertura del secondo lato del vinile ... o provate a chiedere a MILLER .. la "logica" dei suoi assoli e ... rimarrete stupefatti).

Disco ... ASSOLUTO!


PHIL MANZANERA - K-scope (1978)



Probabilmente il migliore disco extra Roxy Music di Manzanera, assimilabile per qualità all'esordio di DIAMOND HEAD qualche anno prima.

Vi sono parecchi elementi che possono creare entusiasmo all'ascolto di questa raccolta di canzoni, ma il primo - in un evidente personalissimo ordine di gradimento - (oltre alla performance dello stesso Manzanera) la presenza delle eccellenti voci di TIM e NEIL FINN (cantanti della band neozelandese SPLIT ENZ) e del virtuoso e vulcanico pianista EDDIE RAYNER (sempre SPLIT ENZ). Ad onor del vero poi, le presenze illustri in questo album sono anche rappresentate dal solido e compassato John Wetton, il funky inaspettato di Bill McCormick, un gigionissimo ed istrionico Simon Phillips, l'ex Roxy Music Paul Thompson, il sempre presente Mel Collins, l'assistenza armonica delle voci di Kevin Godley e Lol Creme nonchè l'assistenza dell'intero set 801 Simon Ainley, Dave Skinner e Francis Monkman.

Per non dire che l'intero album è stato registrato nello studio casalingo di un certo Chris Squire.

Il materiale musicale qui contenuto è comunque estremamente compatto e non sembra frutto solo di "sessions" generiche tra ottimi musicisti, probabilmente grazie all'esperienza appena conclusa della off-shoot band di Manzanera 801.


giovedì 12 novembre 2009

CEDRIC 'IM' BROOKS - United Africa (1978)



Pubblicato ovviamente cercando di sfruttare la favorevole onda della popolarità riscossa da un certo afro-jazz dell'epoca, questo album del sassofonista CEDRIC BROOKS è però un ottimo esempio di "fusion" tra jazz e "Rastafarian" reggae in chiave popolare.

Non si può parlare certo di prodotto di grandissimo spessore, ma l'ascolto non è semplicemente piacevole perchè le lunghe composizioni, fluide ed avvolgenti mantengono sempre un entusiasmo musicale decisamente alto.

Il connubio tra le percussioni tribali ed una corposa sezione fiati (costantemente e rigorosamente ai limiti della stonatura bandistica ...) è il principale elemento sonoro che distingue questo disco per quanto anche il lavoro della chitarra - essenzialmente di sostegno ritmico - a volte aggiunge una certa quale originalità con brillanti brevi assoli o cesellature armoniche.

Un disco molto consigliabile per un ascolto non troppo impegnativo.

martedì 10 novembre 2009

UK - Uk (1978)



Esperimento a cavallo tra un progressive destinato (almeno momentaneamente) a morire , un jazzrock alla ricerca di consensi più ampi ed un pop dalle velleità (o meglio, aspirazioni) più "intelligenti ed ambiziose".

A ciò è bastato aggiungere un pizzico di sciovinismo artistico (dato dal nome scelto:UK) e quattro talenti veri per ottenere così una calibrata produzione destinata (purtroppo) a rimanere isolata nel panorama culturale di una generazione in estinzione (gli originali prog-fans), ma a diventare indispensabile documento audio per il suo contenuto musicale.

mercoledì 4 novembre 2009

JOHN WHITE / GAVIN BRYARS - Machine music (1978)



L'ottavo volume della collana OBSCURE (piccolo gioiello della lungimirante visione artistica di Brian Eno) esce nel 1978 e contiene le composizioni di due autori - JOHN WHITE e GAVIN BRYARS - all'epoca impegnati nella ricerca pura nell'ambito della musica "seriale" o "a sequenze stablite".

Il contributo di White è rappresentato da quattro splendide esemplificazioni del risultato sonoro possibile con l'uso concatenato di sequenze preordinate e generate strumenti minimali (scacciapensieri, bottiglie) o invece con costrizioni di estensione armonica e ritmo per strumenti tradizionali (pianoforte o violoncello).
Le composizioni (esperimenti concettuali) sono databili tra il 1967 ed il 1972 ad indicazione che mentre il mondo giovanile inseguiva la psichedelia ed il rock progressivo, altrove le sfide erano più "formali" e "concettuali".

Gavin Bryars invece offre una nuova versione di sua "composizione" datata addirittura 1971 ed originariamente eseguita da DEREK BAILEY, uno dei mostri sacri dell'improvvisazione chitarristica free-form inglese.
In questo caso, ad affiancare la "chitarra" di Bailey vengono chiamati a raccolta due musicisti (FRED FRITH - erede naturale di Bailey - e lo stesso compositore Gavin Bryars) ed un non-musicista (guarda caso ... BRAN ENO) i quali agiscono in totale (apparente) anarchia sullo strumento a corde utilizzando solamente la tecnica di "tapping".
L'andamento "puntiforme" del suono suggerisce grande disponibilità nell'approccio all'ascolto che non può essere semplicemente affrontato con un criterio "estetico" ma deve essere supportato da grande e consapevole ironia.

Comunque complimenti a Brian Eno ed alla sua "in-coscienza creativa" che ha utilizzato la sua popolarità acquisita con la sua presenza nei ROXY MUSIC per permettere una (relativa) maggiore diffusione di questi esperimenti resi così disponibili anche ad un pubblico potenzialmente più vasto.

venerdì 30 ottobre 2009

HAPPY THE MAN - Crafty hands (1978)



Relegata ingiustamente all'oblio durante la sua stagione iniziale più creativa, la band americana ha fortunatamente riscosso un discreto successo a posteriori, quando qualcuno si è reso conto che davvero meritava una attenzione pari a quella riservata per i maggiori esponenti della musica progressive internazionale degli anni settanta.

Appare evidente che alcune scelte musicali presenti nel sound del gruppo sono marcatamente non-europee e figlie quindi di una certa "muscolarità" esagerata tipica dell'american way of proggin', ma è altrettanto chiaro che la stragrande maggioranza del prodotto proposto da Happy the Man sia tra le migliori cose uscite dal nuovo continente.

Crafty Hands prosegue lungo il solco tracciato dal primo formidabile album uscito solo un anno prima, mantenendone la freschezza e l'originalità dell'impasto sonoro (e del resto anche questo secondo capitolo è stato realizzato dallo stesso line-up e prodotto sempre da Ken Scott). Unica differenza (relativa) la presenza di un solo brano cantato (a differenza dei due già in HAPPY THE MAN) ma dal momento che non è certo la parte cantata l'elemento distintivo del gruppo, la ulteriore limitazione dello spazio vocale non sembra poi fare troppo la differenza ... sebbene ... a distanza di anni però varrebbe la pena chiedersi se è stata proprio la mancanza di comunicazione verbale a condizionare il risultato commerciale (davvero devastante in negativo) che la band ha dovuto subire nei primi (ed unici) tre anni di esistenza in attività.

Ad ogni modo la scrittura poliritmica e politimbrica di Wyatt e Watkins rimane la caratteristica più stimolante del suono di questo gruppo ed il materiale proprosto in CRAFTY HANDS è sicuramente all'altezza di quello pubblicato precedentemente.

Purtroppo l'avvenuta contemporanea affermazione internazionale del punk e della new wave ha reso poco interessanti gli esercizi di composizione virtuosa del gruppo che è stato quindi troppo velocemente dimenticato portando i suoi dischi a rimanere sepolti ed invenduti per anni.

lunedì 26 ottobre 2009

MIKE WESTBROOK BRASS BAND - Goose sauce (1978)



Disco d'altri tempi ... con una banda formata essenzialmente da strumenti a fiato e di voci con il solo piano (quando presente) e la batteria ad offrire un qualsiasi appoggio ritmico melodico.

Un esempio di virtuosismo compositivo e d'arrangiamento per Mike Westbrook realizzato nel periodo della collaborazione con la cult-band HENRY COW del 1977 (senza però la collaborazione dei componenti della band di Frith & co).

GOOSE SAUCE è stato registrato tra Dicembre 1977 ed il Gennaio 1978 con la collaborazione di Paul Rutherford (trombone, euphonium e voce), Phil Minton (tromba, voce), Nisar Ahmad Khan (sax baritono, soprano e flauto), Dave Chambers (sax tenore, soprano e flauto), Kate Westbrook (sax tenore, flauto e voce) e di Trevor Tomkins (batteria).

E' un disco d'altri tempi perchè alterna momenti di pregevole esercizio orchestrale, ad altri di puro spirito free-jazz ad altri ancora di concettuoso quasi-cabaret di spirito tutto britannico (difficile da apprezzare appieno).

Comunque è un lavoro oltremodo interessante che fotografa una meritevole prospettiva innovativa e contaminata nel paludato ambiente di estrazione jazzistica inglese ed europea.

martedì 13 ottobre 2009

WILLIAM PENN - Crystal Rainbows (1978)



Altro disco semplicemente bellissimo ed altrettanto sconosciuto.

Il materiale contenuto in questo prezioso LP è stato registrato durante una performance dell'autore WILLIAM PENN data presso la Renwick Gallery di Washington ed intitolata significativamente ‘The Harmonious Craft: American Musical Instruments’.

Per provare a descrivere il contenuto sonoro di questo meraviglioso documento forse può essere utile citare il sottotitolo che compariva nel programma di sala ovvero:

"uno spettacolo realizzato con strumenti unici e stravaganti realizzati rigorosamente a mano"

.. i cui bizzarri nomi suggeriscono esoteriche audio-derive come per esempio "bolla della camera delle nuvole" (progettata da un certo ... ehm ... Harry Partch) oppure "violoncello ad una corda non di acciaio", "lo scacciapensieri elettronico", "ocarina tripla", "il tamburino di pelle di tacchino del bicentenario" a cui si aggiungono il "pianoforte di gomma" e il "vetro armonico".

Ad integrare questa bizzarra compagnia di suoni e suonatori un più "tradizionale" synth ARP2006, un pianoforte a coda ed un dulcimer tipico dei monti Appalachi.

Ma non si tratta di un'amalgama sonoro caotico e rumoristico, tutt'altro ... e la "ben-temperatura" è mantenuta con una discreta precisione. Piuttosto il risultato che ne emerge è un'incontro tra vibrazioni prodotte da materiali ed oggetti che insieme prendono vita/suono e raccontano di paesaggi improbabili e surreali.

Erano anni che non sentivo un disco di tanta sensibilità ed intelligenza ed il mio consiglio è quello di recuperare una qualsiasi testimonianza di questo squisito guazzetto sonoro.

lunedì 12 ottobre 2009

RODNEY JONES - Articulation (1978)



... all'epoca chitarrista di Dizzy Gilespie, il giovane RODNEY JONES nel 1978 si lancia in questo debutto discografico ben riuscito e calibrato, grazie anche alla presenza di alcuni musicisti non ancora noti, ma destinati a far parlare di sè negli anni a venire quali Kenny Kirkland, Wallace Roney e Bob Mintzer.

Le atmosfere presenti sono molto differenti tra brano e brano ... e questo è un fattore che indica una grande versatilità e curiosità creativa.

mercoledì 1 luglio 2009

BOB BELL - Necropolis (1978)



FERMI TUTTI!

Ricominciamo ad ascoltare questo tizio ... questo tale BOB BELL, chitarrista (forse polistrumentista) sta per mettere in crisi anni di ascolto progressivo e post-prog (specie USA) in pochissimi secondi.
Forse è il caso di riflettere un momento ... e di cercare di capire COSA sto ascoltando.

Trattasi di una specie di kraut-rock evoluto, venato di schizofonie fripp-crimsoniane pre-Henry Cow ... o forse addirittura una chitarra che anticipa la NO-Wave della grande mela o il noise-rock degli improvvisatori folli a-la-Henry-Kaiser (e del suo collega e "amico" Fred Frith).

Non so cosa succede, ma datando questo reperto 1978 devo rileggere alcuni decenni dei parametri "creatività e coraggio" fin qui da me conosciuti.

L'aroma delle lingue di allodole in salsa si sprigiona in tutto il fuoco di fila di questa specie di chitarra di Bob Bell totalmente priva di controllo ... ma fissare qualcosa di questo imprendibile caotico andamento sonoro è come cercare di fissare dei particolari precisi di paesaggio guardando fuori dal finestrino di un treno in corsa.

Nella seconda facciata del disco viene fatta sparire la chitarra (forse letteralmente "disintegrata" nelle esecuzioni del primo lato) ... ed il terrorismo sonoro è appannaggio di un rutilante pianoforte free ed un sax in continuo "preset snork generator" ad opera dello stesso Bell.

Smetto di riflettere ... e ascolto.

Un capolavoro ... un vero respiro di ... anidride carbonica ... ma "pura" però!

......... aargh!

nota informativa:
BOB BELL, canadese. di Vancouver, B.C.
Nel 1978 ha stampato autonoma-mente una tiratura privata in pochissime copie di questo clamoroso evento musicale a cavallo tra la psycho-schizoponia fripp-crimsoniana ed il free jazz di Ornette Coleman come se interpretati da rigorosi musicisti della colonia degli Inner Space studio.

Line up:
BOB BELL - chitarra (lato 1)
Mark Franklin - basso (lato 1)
Paul Franklin - percussioni (lato 1)

BOB BELL - alto sax (lato 2)
Paul Plimley - pianoforte (lato 2)
Lyle Ellis - contrabbasso (lato 2)



giovedì 8 gennaio 2009

DAVID FANSHAWE - Flambards (1978)




"Flambards è una fattoria dell'Essex dove l'orfana Christina Parsons viene mandata a vivere sotto tutela del perfido zio Russell ... ma la sua sarà una vita vissuta TOTALMENTE ED INTENSAMENTE"

FLAMBARDS è una emozionante storia del primo novecento (a cavallo della prima guerra mondiale, con i suoi laceranti drammi e le commoventi gioie) raccontata dalle pagine del romanzo di Kathleen Wendy Herald Peyton e pubblicata nel 1967. Nel 1978 la Yorkshire Television acquisisce l'incarico di realizzarne una serie televisiva per conto della ITV (Independent Television). Vengono prodotti 13 episodi che vedono come protagonisti Christine MacKenna e Alan Parnaby e vengono trasmessi nel 1979.

La musica di questo eccellente british serial viene affidata al compositore ed etnomusicologo DAVID FANSHAWE che, con grandissima esperienza e competenza, ne tira fuori un affresco musicale di rara bellezza per gusto e perfettamente coerente con l'ovattata e crepuscolare atmosfera della regia televisiva.

Io personalmente sono un grande appassionato dei telefilm made in UK degli anni settanta e FLAMBARDS è sempre stato uno dei miei preferiti (assiema all'inarrivabile saga di POLDARK).

Dal 2001 David Fanshawe ha riproposto in un CD a tiratura limitata il contenuto musicale dell'originale disco pubblicato dalla Philips nel 1979, ma mai ristampato fino a quel momento.

La colonna sonora de FLAMBARDS è reperibile presso il sito ufficiale del compositore qui.