martedì 13 ottobre 2009

WILLIAM PENN - Crystal Rainbows (1978)



Altro disco semplicemente bellissimo ed altrettanto sconosciuto.

Il materiale contenuto in questo prezioso LP è stato registrato durante una performance dell'autore WILLIAM PENN data presso la Renwick Gallery di Washington ed intitolata significativamente ‘The Harmonious Craft: American Musical Instruments’.

Per provare a descrivere il contenuto sonoro di questo meraviglioso documento forse può essere utile citare il sottotitolo che compariva nel programma di sala ovvero:

"uno spettacolo realizzato con strumenti unici e stravaganti realizzati rigorosamente a mano"

.. i cui bizzarri nomi suggeriscono esoteriche audio-derive come per esempio "bolla della camera delle nuvole" (progettata da un certo ... ehm ... Harry Partch) oppure "violoncello ad una corda non di acciaio", "lo scacciapensieri elettronico", "ocarina tripla", "il tamburino di pelle di tacchino del bicentenario" a cui si aggiungono il "pianoforte di gomma" e il "vetro armonico".

Ad integrare questa bizzarra compagnia di suoni e suonatori un più "tradizionale" synth ARP2006, un pianoforte a coda ed un dulcimer tipico dei monti Appalachi.

Ma non si tratta di un'amalgama sonoro caotico e rumoristico, tutt'altro ... e la "ben-temperatura" è mantenuta con una discreta precisione. Piuttosto il risultato che ne emerge è un'incontro tra vibrazioni prodotte da materiali ed oggetti che insieme prendono vita/suono e raccontano di paesaggi improbabili e surreali.

Erano anni che non sentivo un disco di tanta sensibilità ed intelligenza ed il mio consiglio è quello di recuperare una qualsiasi testimonianza di questo squisito guazzetto sonoro.

STEVE MOORE - The return of the poet (1983)



Esempio luminoso di indipendenza creativa offerto da STEVE MOORE e proposto per la prima volta in questo nastro a cassetta prodotto in una tiratura limitata di 500 esemplari.

Oggettivamente non è possibile "descrivere" questa musica perchè (e questo è il suo PREGIO ASSOLUTO) per capirla è necessario ascoltarla ... nel senso che non basta "immaginare" una musica prodotta da livelli sovrapposti di sorgenti sonore che interagiscono tra loro perchè sapientemente amalgamati da suoni di strumenti guida perfettamente in grado di indicare una strada percorribile (sia dal compositore che dall'eventuale ascoltatore).

Frammenti e flussi si intersecano così in una serie di drones inafferrabili ma intensissimi.

La lungimirante intelligenza di un talento quale Chris Cutler (Henry Cow) ha voluto produrre successivamente alcune raccolte dedicate alla musica di Steve Moore e grazie alla sua pura abnegazione e missione culturale è ststo possibile recuperare alcune sue registrazioni anche in un formato meno "deteriorabile" quale la vecchia audiocassetta.

Eppure, il fascino dell'indipendenza e della sostanziale sincerità ed onestà creativa sono tutte contenute proprio in quell'oggetto di ormai antica tradizione e che all'epoca era il SOLO MEZZO, per un artista SENZA apppoggi nel mercato tradizionale, con cui veicolare - sebbene limitatamente - il proprio audio-pensiero indipendente.

Imperdibile!

VAN DER GRAAF GENERATOR - World record (1976)



Ancora 5 brani figli dello stesso medesimo periodo creativo (ed infatti registrati solo pochi mesi dopo le sedute per l'album precedente STILL LIFE) ma con un evidente fattore di maggiore "rigidità" ed "immobilismo", infatti - a mio modesto avviso - "When she comes", "A place to survive" e "Masks" non risultano certo tra le interpretazioni più riuscite ... e sottolineo il termine "interpretazioni" dato che in altri momenti la potenza della band avrebbe saputo rileggere con molte più sfumature e colori gli stessi medesimi brani.

C'è un senso di "essenzialità" che riporta molto più direttamente al suono scarno del Peter Hammill di "Nadir's big chance" che non alle involuzioni rapsodiche del caotico sound-progressive classico del gruppo (basti pensare all'interminabile ingiustificato e stanco finale di "A place to survive" che a tutto fa riferimento tranne che ad una sola idea evolutiva del suono e dell'emozione, nel suo statico riproporre lo stesso riff cercando l'ipnosi di un elettro-groove che non c'è e non esiste proprio nel lessico musicale della band).

Anche l'immancabile "suite" del disco "Meurglys III" non decolla davvero e, benchè contenga uno dei testi più belli scritti da Peter Hammill, stenta a dare emozioni significative e sconvolgenti come quelle dei dischi precedenti.

La conclusiva "Wondering", scritta in coppia con Hugh Banton (esattamente come era stato per l'immortale "We go now" da PAWN HEARTS) offre occasione di qualche brivido grazie all'interpretazione vocale del malinconico testo (ironico nel contesto della imminente nuova e più duratura separazione dei musicisti della band).

WORLD RECORD è un disco che si può anche amare .. a patto di non aver ascoltato nulla della discografia precedente ad esso.

VAN DER GRAAF GENERATOR - Still life (1976)



STILL LIFE invece è un capolavoro.

In questo caso il lavoro si dipana in 5 lunghi brani con tutti gli ingredienti del suono del "generatore", solo che qui c'è una compattezza sonora che riporta più agli anni di "H to He" (1970), ad una band cioè assolutamente in equilibrio tra le pulsioni creative esistenziali del leader indiscusso Hammill e la completa maturità strumentale dei quattro compagni di viaggio.

E brani come "Pilgrims", "Still life" e "My Room" danno l'idea che l'equilibrio sia davvero compiuto mentre nei rimanenti due ("La Rossa" e "Childlike faith in Childhood's end") c'è un evidente ritorno alla vulcanica ed incontrastabile dimensione hammilliana del gruppo ... non che questo sia di per sè un difetto, ma la struttura dei brani si asciuga in maniera evidente, ed anticipa quella che sarà la fase successiva (cruda e muscolare) della band di fine decennio.

Parlando dei testi, invece, l'album è ancora più cupo e deprimente di quelli precedenti ed Hammill certo non fa nessuno sforzo per squarciare quel velo buio ed opprimente che avvolge le sue storie.
Però questo apparente limite in realtà permette all'autore pagine di lirismo inarrivabile e molto vicine alle intuizioni iniziali.

Forse il fatto che STILL LIFE sia a metà del guado della seconda vita dei Van Der Graaf consente di considerarlo comunque un nuovo capolavoro del gruppo (WORLD RECORD che lo seguirà di lì a poco avrà una selezione di brani non altrettanto equilibrati nei "colori").

VAN DER GRAAF GENERATOR - Godbluff (1975)



(Lo considerai una specie di "miracolo" all'epoca ... il generatore aveva inaspettatamente ripreso a produrre quell'energia di cui avevo così bisogno)

GODBLUFF è uno di quei dischi che chi ama i VDGG fa fatica a dimenticare indipendentemente dalla qualità intrinseca (a mio avviso notevole) del lavoro stesso.

GODBLUFF è infatti costituito da 4 lunghi brani oscuri, crudi, a volte violenti e a volte suadenti, disperati, gridati ed accerchiati dal solito buio caos dei sassofoni multipli e distorti di Jackson, dal drumming essenziale di Evans e dalle eccellenti tastiere visionarie di Banton.

Ma su tutti, ancora una volta QUELLA VOCE che grida la rassegnazione di "Undercover man", la profezia apocalittica di "Scorched earth", la cruda consapevolezza di "Arrow" e l'onirica "The Sleepwalkers".
Certo, può non piacere il modo clamorosamente drammatico con cui Peter Hammill propone le sue interpretazioni vocali, ma non può non essere evidente la straordinaria efficacia con cui racconta l'angoscia e le inquietudini del suo tempo.

E' stato il disco della (purtroppo breve) prima rinascita della band di Peter Hammill con David Jackson, Hugh Banton & Guy Evans, ma non per questo è stato un semplice (secondo) inizio, dal momento che la matura personalità compositiva presentata in questo album è semplicemente devastante ... proprio nell'accezione che ha reso UNICI i Van Der Graaf Generator nel panorama internazionale di quegli anni.

lunedì 12 ottobre 2009

AKA MOON - Invisible sun (2000)



Ancora uno straordinario esempio di espressione creativa proveniente dalla periferia dell'impero musicale britannico.
Complesse partiture orchestrali e solismi di altissimo livello mescolati a momenti di dinamico freejazz o free-form assolutamente efficaci ed entusiasmanti.

Curioso a dirsi, ma i tre originari fondatori del gruppo, il sassofonista Fabrizio Cassol, il bassista Michel Hatzigeorgiou ed il batterista Stéphane Galland, sono giunti a questa dimensione creativa con AKA MOON (da leggersi rigorosamente "AH-kah MOON") dopo un approfondito studio delle tradizioni musicali dei Pigmei della Repubblica Centrafricana, iniziando ad applicare a stilemi compositivi occidentali alcuni dettagli della prassi tribale studiata (come evidente nel primo loro album del 1992).

Il percorso che ne è seguito, ovviamente, ha portato il gruppo verso il risultato entusiasmante di un clamoroso crogiolo di stili musicali quali il jazz, rock, world music, avanguardia e classica contemporanea perfettamente assemblati e collocati nel lessico originalissimo e sempre cangiante di AKA MOON.

In precedenza, probabilmente il solo FRANK ZAPPA era riuscito nell'impresa difficile di "separare" e "catturare" stilemi musicali originali e reinventarne nuove ed inedite connessioni tra loro ad uso esclusivo della sua propria creatività.

Per questi motivi ... "INVISIBLE SUN" non è solo consigliato ... ma CONSIGLIATISSIMO!

SOFT BOUNDS - Live in Paris (2004.11.26)



Ennesima "morbida" ramificazione Canterburyana datata 2004 che vede protagonisti questa volta i compianti HUGH HOPPER ed ELTON DEAN in compagnia di SOPHIA DOMANCICH e SIMON GOUBERT.

Il copione della serata è ovviamente facilmente prevedibile, caratterizzato da vecchie tracce della macchina primigenia ("Kings and queens" o "Slightly all the time") e altre composizioni più "recenti" quali ad esempio "Spanish knee" di Hopper o "Gimlet Abides" di Dean.

Come di consueto anche Sofia Domancich contribuisce con sue le composizioni ordinate ed educate, mentre anche il meno noto batterista Goubert offre esempio delle sue indubbie capacità compositive e performantiche.

Benchè la registrazione di questo documento non sia così straordinaria per qualità audio, essa risulta comunque oltremodo interessante tra le tantissime diverse proposte del più classico old-styled jazz-rock britannico.

HENRY FLYNT - Back Porch Hillbilly blues (60's)



Ecco il filosofo per eccellenza dell'anti-arte o del "nichilismo cognitivo" impegnato a liberare l'uomo occidentale dalla prigionia dell'estetica e della bellezza artistica.

Alla ricerca della SUA nuova musica "etnica" (in questo specifico caso un guazzabuglio a stelle e strisce fatto di country music de-evoluta e blues mutante) il buon vecchio Henry si lancia in esperimenti che hanno davvero dell'inquietante se presi SERIAMENTE in considerazione.

In queste "danze" (im)popolari, non c'è ritmo logico, non c'è alcuna armonia e l'assoluta immobilità di alcune pseudo-jigs sono davvero devastanti per la straordinaria sconcertante dissociata espressione (non) artistica.

Come ovvio, il "caso" Flynt meriterebbe certo un maggiore approfondimento, qui vale solo la pena ricordare che fu proprio lui a coniare il termine "concept art" nell'accezione di arte affrancata dal criterio estetico della composizione formale e portata alla sola purezza dell'aspetto performantico.

RODNEY JONES - Articulation (1978)



... all'epoca chitarrista di Dizzy Gilespie, il giovane RODNEY JONES nel 1978 si lancia in questo debutto discografico ben riuscito e calibrato, grazie anche alla presenza di alcuni musicisti non ancora noti, ma destinati a far parlare di sè negli anni a venire quali Kenny Kirkland, Wallace Roney e Bob Mintzer.

Le atmosfere presenti sono molto differenti tra brano e brano ... e questo è un fattore che indica una grande versatilità e curiosità creativa.

giovedì 8 ottobre 2009

KILLING FLOOR - Killing floor (1970)



Che sound!

Potenza del blues declinata nel rock con grandissima sapienza in uno dei più belli ed intensi dischi del genere (che vede tra i suoi alfieri principali anche Ten Years After, Climax Blues Band, Chicken Shack, Savoy Brown, Groundhogs e molti altri - senza ovviamente scomodare i padri del BritBlues ... Alexis Corner e John Mayall) .

Uscito solo sei mesi DOPO il debutto della band di Page & Plant ex-post viene abbastanza naturale considerare che il destino di questo disco è un po' la dimostrazione di come all'epoca esistesse una vena rock-blues dalla forza dirompente e straripante.

Questo album - infatti - è potentissimo ed assolutamente interessante per alcune soluzioni (anche compositive) messe in essere dalla band del sud di Londra che tra le pieghe del classico stilema blues a volte inserisce qualche bizzarra variazione formale (cambi di tonalità multipli, improbabili clavicembali ed altre anomalie) che anche se non sono sempre evidentissime, danno un che di esotico nel solido impianto rock-blues del sound della band.

CHICKEN SHACK - Imagination lady (1972)



... good ol'rock!

Stan Webb è qui alle prese con un power-trio perfettamente riuscito grazie alla sapienza di John Glascock al basso (si, proprio quello che poi entrerà a far parte della corte andersoniana dei Tull) e Paul Hancox alla batteria.

E' un disco entusiasmante per gli amanti della traiettoria più propriamente rock del brit-blues e risulta freschissimo da ascoltare anche adesso.

Webb suona la chitarra con una passione ed una sicurezza davvero convincente, anche quando la "sporca" con effetti e manipolazioni elettriche, e non gli è da meno il sorprendente Glascock che sfodera una grinta notevolissima e prepotente nell'interagire con il drumming prog-blues di Hancox.

Non mancano le inevitabili derive naif che l'anno e lo "stato dell'arte del rock dell'epoca" suggeriscono, ma alla fine questo non è certo un aspetto del tutto negativo. Ad esempio, la versione muscolare di un brano arcinoto di Tim Hardin (If I were a carpenter) è il tentativo di rileggere con un suono più aggressivo una pagina popolare rendendola meno "educata" e più propriamente rock, mentre la super-suite- monstre-song "Tellin your fortune" che altro non è se non la classica dimensione-sfogo per i singoli musicisti ... ovvero un blues da 12 misure a cornice di vere e proprie "zone" dedicate ad assoli e gimmicks vari.

Disco da avere (e non solo da ascoltare)!!!

BLACKWATER PARK - Dirt box (1972)



Sano rock-blues tipico del periodo, riconducibile ad un gran numero di band dell'epoca. In questo caso, talvolta si intravvedono anche delle sfumature un po' più raffinate, (seppur a-la-Black Sabbath) ma in generale il sound rimane saldamente fedele alla tipica "attitudine" dei tempi andati.

Rimane da segnalare il fatto che la band è prodotto occidentale della Berlino divisa e che, a conferma di una certa imprevedibilità delle produzioni "kraut" a concludere l'album - dopo la mini-suite concettuale "Rock song" - viene proposta (quasi Hendrixiana-mente) una tra le più inusuali e bizzarre cover Beatlesiane possibili: "For no one".

In sostanza comunque il disco risulta godibile e meritevole di un ascolto senza pregiudizi.

KENNY WHEELER QUINTET - The widow in the window (1990)



Ennesima eccellente prova discografica per un gruppo di telenti che - presi da soli - meriterebbero ampio spazio nell'audioteca di qualsiasi appassionato di musica.
Kenny Wheeler (tromba, flicorno) qui si accompagna a quattro altri "mostri" quali Dave Holland (contrabbasso), John Taylor (pianoforte), Peter Erskine (batteria) e John Abercrombie (chitarra).
Inutile dire che il gusto con cui viene proposta questa musica è sorprendentemente in perfetto equilibrio tra tradizione e ricerca, dimostrando una lucidità di intenti forse inevitabile per una combo composto da musicisti che hanno suonato spessissimo tra loro.
Delle qualità di Wheeler e del suo modo originale di intepretare armonie e melodie, già si legge dappertutto ... io mi permetto solo di sottolineare l'impeccabile presenza chitarristica di Abercrombie che qui percorre sentieri musicali di indiscutibile magia.

mercoledì 7 ottobre 2009

GAVIN BRYARS - The sinking of the Titanic (1975)



... non ci sono parole per descrivere il contenuto di questo capolavoro (in assoluto uno dei dischi più sconvolgenti sia musicalmente che concettualmente) che ancora dopo tanti anni rimane un punto cardine attorno a cui ruotare (quando presente) la lucidità creativa disponibile.
Gli aneddoti a riguardo sono molti, ma il suono che si espande dai solchi di questo misero oggetto di PVC colpiscono e turbano, annullando lo spazio ed il tempo circostante per tutta la durata del suo concentrico duplice percorso.

"The sinking of the Titanic" (1969) e "Jesus' blood never failed me yet" (1972) rappresentano per me un irripetibile esempio di culmine creativo indiscutibile di una concettualità applicata all'arte del suono non più di moda ormai, ma che orgogliosamente a volte vale la pena di rivendicare e ricordare.

HARRY "SUNI" McGRATH - Cornflower Suite (1969)



Non ho idea di quante persone conoscano questo oscuro artista della chitarra (principalmente a 12 corde) le cui produzioni hanno trovato scarsa eco nel convulso panorama musicale a cavallo tra la fine degli anni sessanta ed i primi settanta.
Eppure questo talentuoso chitarrista irlandese di nascita, ha certamente contribuito a tracciare avventurose traiettorie nella musica acustica di derivazione "folk" sulla scia di un fenomeno innovatore quale è stato l'americano John Fahey. Armonie a volte paradossali e rigorose "scordature" naturali fanno costantemente capolino nel sound di Suni che acquisisce anche un carattere quasi visionario in alcuni momenti di questa raccolta pubblicata nel 1969.
Il suo stile di "fingerpicking" non è sempre preciso ed impeccabile (anzi, a volte è proprio soprendentemente "sconnesso") ma è anche questo un aspetto che lo rende "empatico" all'ascoltatore in una dimensione di audio-verità che risulta inevitabilmente umana e reale. Così come anche alcune digressioni chitarristiche "orientaleggianti" ed ingenue (Blue domes of Isfahan) contribuiscono al guazzabuglio generale di un suono curioso e volutamente rivolto alle innumerevoli possibili soluzioni/ripercussioni delle collisioni provocate da convergenti traiettorie musicali intraprese.

KAY GARDNER - Avalon (1988)



Suggestiva registrazione (effettuata con mezzi di fortuna durante una seduta di meditazione all'aperto presso l'abbazia di Glastonbury in Gran Bretagna) dove la virtuosa flautista statunitense "colora" l'ambiente circostante con le sue dolcissime evoluzioni strumentali.
Pubblicato in tiratura limitatissima per l'ultra-oltranzista etichetta femminista e catalogo musicale americano esclusivamente al femminile "Ladyslipper music" questo lavoro non ha più trovato una collocazione ufficiale nelle ristampe successive delle numerose composizioni e performances della Gardner.

La dimensione spirituale della missione taumaturgica della musica della Gardner emerge in tutta la sua potenza con queste improvvisazioni al flauto registrate open-air tra le rovine dell'abbazia e sulle sponde di un ruscello vicino. E' uno scenario tipico della fenomenologia della "new Age" di fine anni '80, nel pieno del suo splendore mediatico (e commerciale).
Solo che per quello che riguarda Key Gardner, le sue notevoli qualità di compositrice - a prescindere dalla pulsione del movimento esoterico post-hippie del momento - le hanno permesso di spaziare con grandissima disinvoltura ed efficacia dalla musica improvvisata alla musica orchestrale .

Naturalmente - nello specifico - questo raro nastro è in realtà un "reperto" da ascoltare con la consapevolezza e la delicatezza che non solo di musica si tratta, quanto invece del manifesto di "un sogno", di un'illusione culturale che in pochi anni è stata spazzata via dal vecchio cinismo del nuovo millennio.

HAPPY THE MAN - Happy the man (1977)



Superbo debutto discografico per questo gruppo made in USA che ha saputo dare una eccellente dimostrazione di intelligenza e capacità nel declinare il rock sinfonico - o meglio il "prog europeo" - con accenti più enfatizzati, muscolari e soprattutto tecnicamente molto impegnativi.
Inutile dire che nel sound degli Happy The Man gli echi di gruppi come inglesi come Gentle Giant o Yes si mescolano efficacemente a suggestioni poliritmiche quasi zappiane.
Pochi e sintetici spazi per le brevi parti cantate (ed in effetti non si può parlare di grande interpretazione vocale in assoluto) ma tantissma qualità solistica e di organizzazione sonora generale.
Interessante ricordare come questa band sia stata pressochè ignorata all'epoca e - di conseguenza - destinata ad un inevitabile scioglimento in breve tempo, ma curiosamente rivalutata in maniera entusiastica due decadi dopo dalla nuova generazione di appassionati "progressive" planetari. Nel frattempo ovviamente i musicisti originariamente coinvolti nel progetto che si erano persi di vista tra carriere riuscite e fallite (e non necessariamente nell'ambito musicale) hanno trovato nuove motivazioni per una reunion che non ha fatto altro che rinverdire entusiasmi passati e lontani nel tempo per i pochi primi fans e contemporaneamente confermare quanto di buono era stato scoperto dalle nuove generazioni.

martedì 6 ottobre 2009

KING CRIMSON - Birchmere - Alexandria, VA (2003.03.04)



A farla da padrone in questa registrazione del 2003 è l'influenza del povero Belew che davvero con encomiabile professionalità porta a compimento il suo obbligo contrattuale. E lo fa con grande umorismo ed autoironia senza abbassare di granchè il suo (alto) standard abituale.
In effetti, il giorno prima era stato costretto dal medico a rimanere a letto in albergo, e quindi il previsto concerto dei King Crimson di fatto si era trasformato in un estemporanea performance del Projekct Three (come documentato nel KCcc 34).
Per quello che riguarda questa registrazione resa disponibile da pochissimo nell'archivio pubblico della DGMLive! sono da notare soprattutto le interpretazioni al fulmicotone di brani come "Prozakc blues", "Level five" e "Facts of life" nonostante qualche indecisione addirittura di sua Maestà "in-persona".
RF si rifà alla grande alla volta di "The World's My Oyster Soup Kitchen Floor Wax Museum" (mentre qui è Belew che per la prima volta ha una leggera indecisone) e "Dangerous curve", ma in sostanza è l'ennesima dimostrazione della solida dimensione live dell'ultimo quartetto della (per fortuna fin qui non ancora conclusa) storia della corte Reale.
E che questa formazione fosse "muscolare" risulta evidente nonostante le sbavature del sovrano questa volta grazie soprattutto alla potenza esplosiva del drumming "ibrido" del miglior Mastelotto.

Reperibile qui.

X-LEGGED SALLY - The land of the giant dwarfs (1995)



Se l'Europa continentale seguisse con maggiore attenzione le vicende della periferia dell'impero britannico nell'industria discografica scoprirebbe esempi di notevole valore tra le fila dei gruppi collocati "albione altrove" nello spazio del vecchio continente.

"Sally con le gambe storte" viene dal Belgio, ma chi ha la fortuna di incrociarne le gesta musicali viene inevitabilemente sopraffatto dalla qualità della proposta e dalla straordinaria bravura dei musicisti coinvolti nel progetto.
Una musica che attraversa trasversalmente la complessità concettuale propria dei più contorti momenti tipici del R.I.O coniugando la lezione Zappiana e l'imprevedibilità dei Doctor Nerve di Nick Didkowski, non dimenticando brandelli di improbabile "mekanik dancing" circense contemporanea.

E' una musica intelligente nel senso più pieno del termine, dove ogni singola nota, ogni singola ombra musicale è funzionale alla storia che viene raccontata, sia si tratti di grotteschi organetti distorti o sezioni di fiati dis-connesse dal contesto generale.
Anche la lezione dell'isteria dei Cardiacs o l'ordinato disordine dei Wizards of Twiddly sembra contaminare lo scenario generale, riducendo ogni singolo brano ad un crogiolo in ebollizione dove differenti, antitetici approcci musicali si fondono in un unico amalgama in cui diventa impossibile spesso distinguere il punto di partenza.

Ora Sally non esiste più, destino normale per le realtà troppo coraggiose ed incapaci di assoggettarsi alla massificazione del mercato, ma per fortuna i dischi prodotti sono reperibili abbastanza facilmente (in un modo o nell'altro), senza dimenticare che ci sta pensando una nuova banda come FES a portare avanti questo straordinario modo di interpretare la funzione progressiva della musica giovanile.

TELEVISION PERSONALITIES - And don't the kids just love it (1981)



Lo-fi predecessore di molto minimalismo loser anni '90, questo disco pubblicato in una prima tiratura indipendente nel 1981 è stato sicuramente tra i fenomeni musicali più incredibili della prima metà della decade, sebbene così lontano dai suoni allora emergenti.
Un bizzarro disco di debutto per la band di Daniel Treacy, sebbene sia difficile considerare l'album come un lavor davvero corale di un gruppo, quanto invece una concretizzazione di alcuni tra gli incubi quotidiani della gioventù contempranea, immersa nella rigida ricetta Thatcheriana.
Il buffo "cockney" con cui le canzoni vengono cantate rende tutto ancor più curioso e - per certi versi - anche divertente (per chi era abituato alla pronuncia retorica ed altisonante dei grandi cantati dell'era progressive).
Le canzoncine sembrano essere state registrate (e lo sono state effettivamente!!!) con mezzi di fortuna e riportano più ad una dimensione "garage". Sono tanti i momenti notevoli di questo disco "post-punk" anarcoide e potentissimo nella sua fragilità, ma tra tutti sicuramente emerge con un devastante impatto emotivo "I know where Syd Barret lives", commovente dedica naif alla figura seminale della psichedelia britannica con i suoi Pink Floyd ... dove il testo parla da solo:

"There's a little man in a little house
With a little pet dog and a little pet mouse
I know where he lives and I visit him
We have sunday tea, sausages and beans
I know where he lives
Cause I know where Syd Barrett lives
He was very famous once upon a time
But no one knows even if he's alive
But I know where he lives and I visit him
In a little hut in Cambridge
I know where he lives
Cause I know where Syd Barrett lives
And the trees and the flowers are so pretty, aren't they?
He was very famous once upon a time
And no one cares even if he's alive (... WE DO!!!)
But I know where he lives and I visit him
In a little hut by the edge of the wood"

Ed i testi sembrano aprire stravaganti squarci poetici nell'abituale rabbioso grigiore del punk fine anni settanta, lasciando intravvedere crude toccanti verità come:

"I hear my father shouting at my mother
In the room next door
He's always threatening to pack his bags
'Cause he can't take it anymore
And my brother's anorexic
But no one seems to care about the state he's in
And my sister's in a club, she's a barmaid in a pub
And my mother's full of gin
Can you hear this angry silence?
I spend the days on my own
Writing silly poetry
Writing poems for the girl I love
But she doesn't love me
And I'm scared to go out at night
It's not safe on the streets
And it's hard to disagree in today's society
You can't trust anyone you meet
Can you hear this angry silence?
Listen, listen, listen... this angry silence"

o beffarde ed ironiche come:

'I telephoned God today, but all I got was the answering machine'.

La vita vera però ha messo a dura prova la fragilità emotiva dello stesso Treacy, sconvolto dall'uso costante di eroina, anfetamina ed alcol, ha trascorso gran parte di questi ultimi anni tra cliniche di riabilitazione mentale e patrie galere. Ha anche tentato di riprendere l'attività musicale nel 2006, ma senza grande risultato. Molte delle pubblicazioni uscite negli anni 90 sono composte da registrazioni senza troppe pretese e (forse) con il solo scopo di provare ad avere un qualche reddito extra grazie alla notevole fama raggiunta con i primi due album dei TVP.

Nonostante la malinconica vita reale che gravita intorno al suo creatore, comunque, "And don't the kids just love it" è disco da avere e da ascoltare con partecipazione e trasporto perchè è realmente una piccola luce nella tetra penombra di quei giorni.