lunedì 16 novembre 2009

DAEVID ALLEN & EUTERPE - Studio Rehearsal tapes (1977)



In tempi recenti, Daevid Allen ha cominciato a rovistare nel suo magicko archivio ed ha iniziato a pubblicare di conseguenza documenti relativi alle sue differenti fasi creative in una collana parallela alle pubblicazioni ufficiali chiamata OBSCURA /in curiosa similitudine con la leggendaria OBSCURE di Eniana memoria).

Non sarà forse un caso che l'archivo si è aperto con una testimonianza della residenza creativa al cosiddetto Bananamoon Observatory di Maiorca ... una breve fase creativa che però è servita a dare ad Allen una ulteriore credibilità nel panorama musicale, anche se quanto riporta la copertina del disco fa riferimento a delle non bene identificate prove per la reunion dei Gong prevista per il 1977.

All'ascolto questa scelta risulta però doppiamente indovinata e particolarmente appetitosa per l'appassionato della produzione "acustica" del visionario australiano dato che si possono ascoltare subito alcune versioni "rivedute e corrette" di brani presenti nel primo album della coppia Allen/Smyth che rappresenta comunque un punto di partenza fondamentale. E a ben vedere poi, di brani alla fine realizzati con Euterpe nell'album ufficiale ce n'è solo uno in questa raccolta ("have you seen my friend"), segno che il laboratorio di ricerca musicale di Deya è partito da lontano.

Esiste altro materiale comunque delle sessioni di prova più riferito alla dimensione sonore proprio di Allen/Euterpe ... e vale la pena di ascoltarlo.

DAEVID ALLEN & EUTERPE - Good morning (1976)



E questo disco invece è proprio un capolavoro di fascino creativo, registrato in 4 tracce a casa, nella sua residenza di Maiorca nelle Baleari (chiamata suggestivamente per l'occasione "Bananamoon Observatory"), senza batteria e solo con strumenti acustici forniti da e suonati con impagabile obliqua maestria dal gruppo locale EUTERPE.

Una specie di folk psichedelico che offre ad Allen una perfetta occasione per raccontare le sue "canzoni storte" in una dimensione quasi fossero racconti tradizionali rendendo il tutto ancor più surreale del solito.

E' indubbiamente un disco rilassato e sereno, e proprio la serenità è l'ingrediente (forse straordinariamente al pari delle canne) che pervade tutto l'album, in evidente distanza dalle atmosfere e dallo stress creativo dei GONG (che aveva lasciato qualche tempo prima), anche se proprio un lungo brano di chiara tradizione elettrica Gong ("Wise man in your heart") viene inserito come per fornire un eco non troppo lontana della brillante stagione appena (momentaneamente) conclusa.

Un disco realizzato con il cuore di un hippie saldamente collegato alla mente di un artista.

DAEVID ALLEN/GILLI SMYTH/GONG - Magick Brother / Mystic Sister (1969)



Questo è uno dei dischi davvero importanti per la stagione musicale psichedelica europea.

Tra ballate allucinate e frammenti caotici l'album porta l'ascoltatore a raggiungere una specie di consapevolezza che permette di apprezzare quanto VIVA possa essere una musica libera da schemi e condizionamenti commerciali, e benchè lucidamente guidata della spregiudicata e sfrontata dichiarata "alterazione" offre comunque spunti di legittima riflessione sulla "percezione altra" di cui tutto l'impianto sonoro del disco è letteralmente pervaso.

E' una prova d'autore rara per intensità e naturalezza, che rappresenta un fortissimo segnale di vitalità per una personalità creativa che è solo all'inizio del suo percorso propositivo, ma che è già fortemente significativa sia musicalmente che culturalmente.

Sono state molte altre le uscite discografiche di Allen che negli anni si sono succedute (con innumerevoli collaborazioni) ma - a parte forse l'altro incredibile capitolo solista rappresentato da GOOD MORNING (realizzato con il gruppo spagnolo Euterpe) - nessuna ha più ripetuto l'equilibrio tra nuovo e "ancor-più-nuovo" presente in "Magick Brother/Mystic Sister".

DAEVID ALLEN - Bananamoon (1971)



Primo capitolo della carriera di Daevid Allen post Soft Machine, ma non necessariamente da considerare coerente con il percorso GONG ... già iniziato brillantemente nel 1969 con l'album "Magick Brother/Mystic Sister".

La bizzarria contenuta in questo album infatti è ancora lontana dalla dimensione ironico-visionaria che caratterizzerà tutti gli episodi della saga GONG. Qui si tratta di considerare BANANAMOON come l'album che i SOFT MACHINE avrebbero prodotto se Allen ne fosse stato il leader incontrastato, una circostanza evidentemente impossibile dati i suoi compagni di "viaggio" e ... come la storia poi ha ampiamente dimostrato.

Eppure alcune trovate contenute in questo disco (in realtà sottovalutato dai più) non sono da considerarsi meno sperimentali ed avanguardiste come alcune delle pagine memorabili dei primi Softs (il finale allucinante e de-stabilizzante di "White neck blooze" è probabilmente una esempio straordinario). Forse il problema è che la "seriosità" della Macchina Morbida andava in direzione della nuova musica giovanile più "formalmente impegnata" ad evitare la forma canzone come via di comunicazione, aspirando a qualcosa di più "impegnato" in grado di coniugare rock, jazz, psichedelia, classica a letteratura e mitologia in un unica forma compositiva più complessa ed articolata.

A ben ascoltare in BANANAMOON (emblematica in questo senso l'eccellente "Stoned Innocent Frankestein") tutti gli elementi di questo percorso in divenire sono in realtà effettivamente presenti e questo aspetto rende l'album ancora straordinariamente attuale da un punto di vista musicologico.

giovedì 12 novembre 2009

dEUS - Pocket revolution (2005)



Questa è una band che AMO fin dalla prima loro nota che mi è capitato di ascoltare per sbaglio quando ancora facevo il Dj radiofonico (quando c'era spazio per proporre dei ragionamenti di musica indipendentemente dai palinsesti commerciali).

Era il 1995 e dall'ombroso Belgio, improvvisamente, senza avvertire, ecco una esplosione di intelligenza, cattiveria e sensibilità tutte raccolte in un unico progetto ("Worst Case Scenario") proposto da una band dall'ambiziono nome di dEUS (con quella vezzosa "d" minuscola prima delle rimanenti lettere rigorosamente maiuscole).
E come se non bastasse ... nel suono della band frammenti di Beefheart e Zappa con improbabili lontani echi di Nick Drake ... una rivoluzione che non poteva rimanere inascoltata da chi aveva già esperienza d'ascolto superiori alla media ... troppi riferimenti e troppe citazioni più o meno nascoste ... tutto molto intrigante.

Ho avuto modo di vederli live (prima del concerto dei RESIDENTS ad Arezzo nel 1997!!!!) in una condizione d'ascolto pazzesca ... avevo il volume dell'intera band che mi strappava i vestiti di dosso ... una esperienza davvero interessante (ripetuta 'fisicamente' solo qualche anno dopo con i KRAFTWERK ... ma questa è un'altra storia).

Ho seguito con la passione del fan (nonostante le primavere) tutta la produzione del gruppo senza MAI rimanerne deluso ... anzi ... acquisendo sempre maggiore certezza che dEUS sia stato davvero il miglior prodotto della sonnacchiosa Europa post new wave.

POCKET REVOLUTION è di fatto un disco di una maturità addirittura "ingombrante" ... e sebbene non sia indicatissimo per rappresentare l'ideale "entry level" per un potenziale appassionato è un lavoro che non può non stupire per la quantità di "umori" presenti tra nota e nota, fin dall'iniziale ossessiva (ma intensissima) "Bad Timing" che ti stacca dalla sedia con un crescendo pari a ben pochi nella storia del rock (in studio).

In sostanza, a mio modestissimo avviso, un disco da avere, (per un gruppo da SEGUIRE) da proporre alle nuove generazioni, da conservare ma soprattutto ... DA ASCOLTARE SPESSO!!!!

AUNT SALLY - Aunt Sally (1979)



Non mi è stato facilissimo affrontare un disco di New Wave giapponese, ma non per una questione di una qualche personale antipatia - anzi - quanto piuttosto per una mia sostanziale difficoltà ad immaginare quale fosse la percezione di una musica come quella, in Europa così legata alla post distruzione del progressive egocratico e così (spesso chimicamente) depressa rispetto all'animalità del punk.

Ma la cosa sorprendente (non nuova in realtà dal momento che le isole del sol levante sono sempre state musicalmente imprevedibili) è che questo progetto della cantante PHEW di fatto mescola ed amalgama, sapientemente, una moltitudine di molecole di idee presenti nell'atmosfera terrestre in quella fine anni settanta producendo un disco estremamente interessante e stimolante.

E non deve suonare allora poi così improbabile prima la sua collaborazione con la star Ryuichi Sakamoto (nel 1980), e poi il fatto che due grandi della musica creativa europea (già abituati all'idioma) come Hoger Czuckay e Jaki Liebezeit poco tempo dopo (esattamente nel 1981) si sarebbero presi la briga di produrle un clamoroso album.

Ascoltare per esempio la finale, devastata/devastante "Frere Jacques" ... per credere.

CEDRIC 'IM' BROOKS - United Africa (1978)



Pubblicato ovviamente cercando di sfruttare la favorevole onda della popolarità riscossa da un certo afro-jazz dell'epoca, questo album del sassofonista CEDRIC BROOKS è però un ottimo esempio di "fusion" tra jazz e "Rastafarian" reggae in chiave popolare.

Non si può parlare certo di prodotto di grandissimo spessore, ma l'ascolto non è semplicemente piacevole perchè le lunghe composizioni, fluide ed avvolgenti mantengono sempre un entusiasmo musicale decisamente alto.

Il connubio tra le percussioni tribali ed una corposa sezione fiati (costantemente e rigorosamente ai limiti della stonatura bandistica ...) è il principale elemento sonoro che distingue questo disco per quanto anche il lavoro della chitarra - essenzialmente di sostegno ritmico - a volte aggiunge una certa quale originalità con brillanti brevi assoli o cesellature armoniche.

Un disco molto consigliabile per un ascolto non troppo impegnativo.

HOWARD ROBERTS - Spinning wheel (1969)



In questo caso la lucidità come produttore di David Axelrod giova in maniera esponenziale alla qualità della realizzazione di questo album datato 1969 del chitarrista HOWARD ROBERTS.

I suoni dell'album sono assolutamente perfetti, brillanti e soprattutto estremamente vivi e reali (ad esempio non ci sono parole per descrivere la chitarra acustica nel groovy-boogie "Country scuffle") e mantengono frizzante l'atmosfera del disco, anche quando di tanto in tanto l'atteggiamento dei musicisti è meno compiaciuto e gigione e diventa più "sperimentale" e free (come nella sezione centrale del ben noto standard "Cataloupe island").

Molto interessante il contributo creativo di John Guerin (con un suono di batteria così vicino a quello udibile nelle improvvisazioni di HOT RATS di Zappa e registrate nello stesso anno) e Chuck Domanico al basso oltrechè diventa inevitabile notare l'apporto di altri due tipi interessanti quali Dave Grusin (piano) e Tom Scott (fiati).

Un gran bel disco che si ascolta con grande piacere.

DAVID AXELROD - Songs of Innocence (1968)



Un disco straordinario per un autore/produttore altrettanto leggendario che ancora troppo pochi conoscono.

Dalle eccellenti produzioni jazz con JULIAN 'Cannonball' ADDERLEY alle produzioni psichedelche di ELECTRIC PRUNES il lavoro di Axelrod non è stato solamente quello di mentore o guida, ma il suo metodo di orchestrare ed arrangiare alcune parti e produzioni lo hanno reso di fatto fondamentale per la cifra stilistica delle sue stesse supervisioni artistiche.

Se poi - come in questo caso - si prendono in esame i lavori a suo nome diventa incredibilmente evidente la forza creativa di questo ex pugile dal gusto musicale innovativo e visionario. L'uso ampio e quasi-commerciale dell'orchestra a pieno regime, in un contesto caratterizzato allo stesso tempo da batterie "groovy" e fortemente "riverberate" (... e del resto David era nato musicalmente come batterista) e da chitarre elettriche piuttosto "acide" è stato uno degli elementi distintivi del suo suono rapsodico e multiforme.

Axelrod crea con questi ingredienti sonori i presupposti per una musica unica e difficilmente riproponibile ad un pubblico o troppo "concettuoso" o troppo "devastato" socialmente, ed infatti per almeno 15 anni (tra il 1975 ed il 1990) quella stessa musica viene colpevolmente dimenticata e lasciata ad un apparentemente inesorabile oblio.

Ma fortunatamente a resuscitare questo stile unico arrivano in soccorso le nuove generazioni di musicisti/DJ che negli anni 90 iniziano a rovistare nel passato in formato pvc per scovare interessanti eventuali possibili vecchie combinazioni ritmico-acustiche per creare un nuovo "hip sound". Ed infatti sono soprattutto le ritmiche a colpire alcuni nuovi "talenti" della produzione e della musica emergente (DJ Shadow o Lauryn Hill tra i tanti) che in questo modo vengono ampiamente campionate/saccheggiate creando un notevole impatto su un pubblico (soprattutto quello degli Hip-hoppers) totalmente ignaro di quelle particolari colte combinazioni sonore.

mercoledì 11 novembre 2009

MIKE OLDFIELD - Tubular bells (1973)



... ovvero la favola del brutto anatroccolo.

PINK FLOYD - The wall (1979)



... aka Pink nel Punk ...

Ammesso che sia possibile dire qualcosa di nuovo in merito ad uno dei monumenti della discografia dei PINK FLOYD, di per certo questo non accadrà in questa paginetta cavernosa. Anche perchè è talmente impossibile cercare di reinterpretare la genesi e la realizzazione stessa di questo "concept" senza tornare nel risaputo.

Sappiamo tutti infatti della fortissima impronta paranoica di Waters che permea tutta la vicenda raccontata nell'avventura di Pink (almeno così è chiamato nella versione cinematografica) con il suo proprio disagio interiore ed i suoi traumi psicologici irrisolti.
Ma questa conoscenza così largamente condivisa del tema non dovrebbe distogliere l'ascoltatore dall'apprezzare in toto l'ambiziosa operazione artistica messa in atto in quel 1979, archiviato negli annali per la inevitabile "estinzione" dei dinosauri rock con l'esplosione definitiva del devastante fenomeno punk.

Eppure, se un album come THE WALL, doppio, ponderoso, verboso e per niente alla moda è riuscito a ritagliarsi un suo proprio spazio nella cultura giovanile dell'epoca non credo lo debba solo all'accattivante singolo massificante di "Another brick in the wall" ... in fondo sono solo poco più di tre minuti estratti da un lavoro globale di oltre 70 minuti complessivi.
No, c'è dell'altro alla base del successo planetario di un disco così.
E se anche volessimo ragionare sulla pressione che l'industria discografica ha saputo esercitare sul giornalismo musicale di competenza dell'epoca, a conti fatti non risponderebbe alla domanda del PERCHE' un disco come THE WALL sia diventato così popolare.

La risposta sta invece nella matura magia musicale del "suono floyd" ... languido quando necessario ed inquietante quando inevitabilmente tale ... semplice nella sua essenzialità (basta ricordare l'esecuzione di batteria di Nick Mason nell'introduttiva "In the flesh" così caratterizzata da incredibili "silenzi ritmici nel pattern di base" da risultare semplicemente PERFETTA nel suo essere fin troppo elementare) o l'arpeggio suadente di "Goodbye blue sky" con i suoi intramontabili echi della antica psichedelia di "Grandchester meadow".

In questo CAPOLAVORO nulla è fuori posto (nemmeno la pantomima verbale del processo nella quarta facciata dell'album) e TUTTO risulta prepotentemente immaginifico nello scorrere della puntina sui solchi (o del raggio laser sulla superfice del CD) ... ogni singolo elemento sonoro racconta una storia allontanando il brano precedente od introducendo il successivo in un continuum che impedisce una qualsiasi soluzione di continuità ... almeno fino alla scena della caduta del muro dopo il processo.

Qualunque sia il percorso che un artista intraprende per arrivare a simile straordinaria potenza evocativa è da considerare con grande rispetto ed ammirazione, soprattutto in un caso come questo dove non sono poi così nascoste le paure, i vizi e le pessime componenti autobiografiche.

Quando poi, arriva la TERZA FACCIATA di questo album ... e la sequenza drammatica fino all'inarrivabile "Confortably numb" allora posso dire di esser davvero contento di aver vissuto quelle emozioni in tempo reale ... e di non averle recuperate dal cassetto del fratello maggiore.

L'avevo scritto all'inizio ... qui niente di nuovo ... solo la consapevolezza di aver potuto apprezzare un grande momento d'arte della mia generazione.

BIRDSONGS OF THE MESOZOIC - Faultline (1989)



Combo americano ben conosciuto (ai più attenti indagatori sonori) per le sue rigorose tessiture armonico-melodiche, inquadrate in ossessive marziali ritmiche matematico-minimali (nonostante spesso si presentino in destabilizzanti tempi dispari) e per improvvise, liberatorie incursioni free tutto in un contesto esclusivamente strumentale.

Il lavoro di ricerca dei BOM nasce alla fine degli anni settanta e si incunea subito in uno scenario immediatamente riconoscibile, apparentemente freddo e controllato, squadrato in massicci blocchi di composizione dalla parvenza asettica (direi Kraftwerkiana ... se il suono non fosse diametralmente opposto). La formazione sembrerebbe quasi un quartetto da camera classico (per attitudine) ma moderno (per approccio musicale) nel repertorio acustico abilmente preparato.

Eppure, una volta sintonizzati sulle frequenze questa specie di macchina intonarumori, si cominciano ad intrasentire le straordinarie caratteristiche che rendono unica questa realtà musicale americana, e molto presto ci si rende conto che l'andamento marziale delle composizioni nasconde invece spesso molte piccole sfumature interpretative che di volta in volta costellano le singole composizioni, permeandone le strette maglie sonore con piccole significative microvariazioni emotive.

Da quando poi è presente il sassofono di KEN FIELD, il fattore "umano" è molto aumentato offrendo al contesto sonoro un confortante presidio a 37 gradi centigradi.
Ed è anche per questo motivo che il terzo album FAULTLINE diventa anche il lavoro più ispirato che conclude la primissima stagione creativa della band di Boston ed apre quella che a tutt'oggi è rimasta la definitiva cifra stilistica del gruppo.

Probabilmente il miglior approccio per un neofita del sound dei Birdsongs.

TODD RUNDGREN - A wizard / A true star (1973)

Ci risiamo con il periodo d'oro (sebbene per ammissione dello stesso protagonista troppo "chimico") di Todd Rundgren.

Difficile giudicare con il senso "estetico" le spinte creative indotte dal "behaviour" psichedelico perchè al comune ascoltatore si presenta una tale rivoluzione sonora da lasciare sconcertato e - cosa più importante - "stupefatto" (sic!).

La travolgente magia di AWATS sta proprio tutta in questo elemento dello stupore in cui ci si trova nel sentire accostate tra loro suadenti melodie innocenti della tradizione - commerciale - made in USA ad apparenti demenziali vertigini sonore in un contesto filtrato da continue manomissioni elettroniche. Un case emblematico è proprio una delle canzoni simbolo dell'innocenza Disneyana ("Never never land" di Peter Pan) letteralmente imprigionata da una cornice di suoni malati e troppo artificialmente variopinti per rappresentare uno scenario "stabile" in cui inserire le certezze (benchè comunque visionarie) di un qualsiasi anche improbabile Peter Pan.

Ma questa sostanziale schizofrenica condizione accompagna l'ascoltatore per tutto l'album (soprattutto durante la prima facciate, caratterizzata dalla "suite" intitolata 'International feel') costringendolo a passare attraverso concrezioni sonore clautrofobiche ed ansiogene ("Dogfight giggle") a canzoncine apparentemente più "normali" ("You don't have to camp around") che comunque ricordano l'allora ancora recente trascorso "pastiche/glam" del Rundgren di SOMETHING/ANYTHING.

In realtà però ogni singola canzone di questo disco è un universo a sè stante, fatto di mille colori ed emozioni ("Flamingo" con la sua costruzione alienata ed elettronica nasconde in poco più di 2 minuti e mezzo una poesia che ben pochi avrebbero saputo creare).

Un ulteriore elemento di interesse è dato dal fatto che le canzoni sono essenzialmente tante brevi cangianti digressioni acustiche, mentre i brani più "corposi", ovvero quelli che superano in modo convincente la durata di 3 minuti, sono alla fine solamente cinque ed in un contesto così caleidoscopico sembrano esse stesse delle interminabili splendide suite (tra tutte la memorabile "Zen Archer", vero e proprio manifesto di QUEL Todd capace di lasciare la scena al suono globale presenziando il tutto con poco - ma eccellente - lavoro chitarristico).

L'inevitabile influenza della musica soul ritorna prepotentemente nella seconda facciata dell'album con l'elaborata e super arrangiata "Sometimes i don't know what to feel" ed il raffinato medley "I'm so proud / Ooh Baby / La La means I love you / Cool jerk" fino al definitvo memorabile finale del manifesto toddiano "Just one victory":


"We've been waiting so long,
we've been waiting for the sun to rise and shine
Shining still to give us the will
Can you hear me, the sound of my voice?
I am here to tell you I have made my choice
I've been listening to what's been going down
There's just too much talk and gossip going 'round
You may think that I'm a fool, but I know the answer
Words become a tool, anyone can use them
Take the golden rule, as the best example
Eyes that have seen will know what I mean

The time has come to take the bull by the horns
We've been so downhearted, we've been so forlorn
We get weak and we want to give in
But we still need each other if we want to win

Hold that line, baby hold that line
Get up boys and hit 'em one more time
We may be losing now but we can't stop trying
So hold that line, baby hold that line

If you don't know what to do about a world of trouble
You can pull it through if you need to and if
You believe it's true, it will surely happen
Shining still, to give us the will
Bright as the day, to show us the way
Somehow, someday,

we need just one victory and we're on our way
Prayin' for it all day and fightin' for it all night
Give us just one victory, it will be all right
We may feel about to fall but we go down fighting
You will hear the call if you only listen
Underneath it all we are here together shining still"


...ovvero una lucida, moderna (forse ingenua) preghiera che ha una significativa valenza di contenuto indipendente da un qualsiasi eventuale stato di alterazione "chimica" della creativita indotto nel suo straordinario autore.

A WIZARD A TRUE STAR è un altro disco destinato a cambiare la percezione musicale (soprattutto se incontrato in fase adolescenziale), mettendo l'ascoltatore in condizione di percepire una lettura trasversale del concetto di "canzone" moderna senza per questo diventare vittima della spesso troppo abusata "incomunicabilità d'autore" tipica di una certa "artistry" con atteggiamento snob.

Insomma ... un disco che AMO!

martedì 10 novembre 2009

TEARS FOR FEARS - Everybody loves a happy ending (2004)



...permettetemi di aggiungere un'immagine tratta dal materiale promo di questo STUPENDO album ... e sia chiaro, lo faccio essenzialmente per la meritevole maglietta di Roland...


... chi ha occhi per occhiare, occhieggi ...

TEARS FOR FEARS - Raoul and the kings of Spain (1995)



Benchè questa volta un po' meno convincente con i testi (forse a causa dell'idea "concept" - comprensibile al solo autore - che sovrasta l'intero progetto e di un evidentissimo pessimismo depressivo) Orzabal inventa al contrario un disco musicalmente potentissimo, con una super produzione attenta ad ogni minimo dettaglio emotivo.

TEARS FOR FEARS - Elemental (1993)


Disco di grandissima personalità e grinta per il solo Orzabal.

TEARS FOR FEARS - The seeds of love (1989)

TEARS FOR FEARS - Songs from the big chair (1985)



Disco chiave per capire le potenzialità straordinarie di una generazione di musicisti non solo attratta dai scintillanti e modaioli anni ottanta e disco altrettanto fondamentale per capire quanto fosse difficile pensare ad "evolvere" il lunguaggio pop in un momento in cui, ottenuta una maggiore diffusione delle possibilità creative, si è iniziato a non tenere nella giusta considerazione il VALORE artistico di una qualsiasi operazione, ma tutto si è concentrato nelle forza di penetrazione dei sistemi di vendita A PRESCINDERE dalla qualità del prodotto.

SONGS FOR THE BIG CHAIR è stato l'ultimo treno del possibile transfer evolutivo tra moda e cultura per quella generazione ... un viaggio andato evidentemente praticamente pressochè deserto.

Ci sono almeno una trentina di buoni motivi (alcuni addirittura rivoluzionari ... come il crash "sul 2 o sul levare del 4" per un genio assoluto della batteria pop quale Manny Elias) per considerare questo duo di "fighetti" più all'avanguardia di qualsiasi altro fenomeno musicale dell'epoca e, benchè possa capire l'imbarazzo di una certa "intellighenzia musicologa", rimane innegabile il loro prezioso apporto di "cervello" nella musica di intrattenimento.

Ma parlando di "cervello", per capire la grandezza di questa musica, è (purtroppo?) indispensabile la sua presenza in entrambi i capi della linea ... trasmettitore e ricevente devono lasciare la materia pensante a presidiare (non annullare!) le emozioni, solo così alcune sfumature diventano la SOSTANZA della qualità creativa di questi due ragazzotti adolescenti affascinati dalle teorie della prima terapia di Janov.

Sempre a proposito di "cervello" ... perchè non considerarne l'applicazione nei testi a partire dal manifesto (ingenuo, forse, ma sincero) all'inizio di una delle canzoni più famose

"In violent times you shouldn't have to sell your soul"

già, appare chiaro che il "dinamico duo" aveva smesso di cantare canzoncine per turbe adolescenziali e primi evanescenti amori per rivolgere la propria attenzione al sociale fino a riuscire a vendere milioni di copie di una canzone politica DI PROTESTA (SHOUT) che veniva cantata e ballata in tutto il mondo e che chiedeva di ripensare alla filosofia "nucleare" in una chiave politica umanistico-ecologica.

Avevano poi proseguito a vendere milioni di copie con la più criptica (ma non per questo meno centrata) contestazione dell'individualismo sfrenato nella spensierata (?) EVERYBODY WANTS TO RULE THE WORLD.

E come se non bastasse i due "fighetti" avevano pure messo in discussione l'emergente ed alienante filosofia produttiva della new economy in THE WORKING HOUR ...

These things that I've been told can rearrange my world, my doubt, in time ... but inside out

This is the working hour,
we are paid by those who learn by our mistake

This day and age for all and not for one
All lies and secrets put on put on and on

This is the working hour
we are paid by those who learn by our mistake

And fear is such a vicious thing, it wraps me up in chains
Find out ... Find out ... What this fear is about
Find out ... Find out ... What this fear is about

Insomma ... il fenomeno TFF - se ben analizzato - forse va ben oltre il semplice ascolto superficiale.

Questo loro atteggiamento (anche presuntuoso, dati i tempi) è costato loro molto caro, la coerenza ed una ritrovata "purezza" di intenti fin troppo intransigente tenuto nei confronti del music business (unita ad un inevitabile flessione delle vendite provocata da un pubblico diventato - grazie ai nuovi media - in breve tempo insensibile ai contenuti e all'evoluzione della forma, ma solo stimolabile dall'elemento "estetico" e presenzialista) li ha resi vulnerabili e facili prede dello "squalismo" imperante nel mondo del music-biz.
L'episodio del LIVE AID e la conseguente feroce polemica con il "furbone" Geldof è stata solo la punta di un iceberg che ha incrociato la strada dei TFF (diventati inesorabilmente fragili proprio come il Titanic).

Il bello è che i dischi successivi ... le polemiche dopo lo scioglimento ... le paranoiche dichiarazioni reciproche ... il silenzio di anni ... la malata reunion ed il vergognoso boicottaggio subito necessiterebbero di altre considerazioni ... ma, per il momento mi fermo qui (in fondo l'archivista ... archivia).

PINK FLOYD - The dark side of the moon (1973)



... non male ... bravini ... faranno strada!

UK - Uk (1978)



Esperimento a cavallo tra un progressive destinato (almeno momentaneamente) a morire , un jazzrock alla ricerca di consensi più ampi ed un pop dalle velleità (o meglio, aspirazioni) più "intelligenti ed ambiziose".

A ciò è bastato aggiungere un pizzico di sciovinismo artistico (dato dal nome scelto:UK) e quattro talenti veri per ottenere così una calibrata produzione destinata (purtroppo) a rimanere isolata nel panorama culturale di una generazione in estinzione (gli originali prog-fans), ma a diventare indispensabile documento audio per il suo contenuto musicale.