venerdì 27 febbraio 2009

HENRY COW - Vevey 1976 (dvd)




E' pur vero che la "naturale ruota" porta a compimento i cicli e rinnova prospettive ed aspettative per una cosìddetta "evoluzione" (almeno così mi hanno insegnato) del flusso cosmico.

Ed è quindi inevitabile che si debba annotare le "nuove perdite" (Ian Carr è solo l'ultimo in ordine di tempo").

Però la scomparsa di questo MAESTRO ignorato di una stagione musicale così intensa come fu quella in ... QUEGLI ANNI (si, gli anni settanta ... perchè?) mi ha fatto considerare che a fare da contrappasso a questa condizione effimera si è presentata - proprio in questi giorni - l'opportunità di squarciare la nebbia del tempo passato con un documento che definire STRAORDINARIO è semplicemente riduttivo.

Mi sto riferendo ad un DVD - da poco pubblicato all'interno di una raccolta antologica monumentale - che propone più di un'ora della preziosa presenza visiva di una band GIGANTESCA ed UNICA nel panorama musicale: HENRY COW.



Filmato nel 1976 a Vevey in Svizzera, il dvd (l'UNICO FILMATO PROFESSIONALE ESISTENTE SECONDO GLI STESSI PROTAGONISTI) fin dal suo inizio riporta - CHI C'ERA - a quell'aria di rivoluzione che si respirava in quei giorni ... a quell'ingenua ricerca di linguaggi possibili verso una GIUSTA evoluzione della comunicazione e del VALORE dell'arte.






I musicisti sono collocati su di un prato (nessun palco/simbolo di affermazione della differenza tra arte e pubblico) e sono solo vagamente illuminati da un impianto luci che nemmeno lontanamente può essere paragonato (forse) a quello che almeno cinque anni PRIMA i Floyd avevano utilizzato per la loro celeberrima incursione nel napoletano.

I suoni invece provengono dalla passione ... certo, controllata secondo una prassi ideologica, forse ... ma si sprigionano dalla voglia di nuova comunicazione e nuova visione compositiva.

Era una rivoluzione, ma - forse - non lo sapevamo.







Da quel momento in avanti la vera offensiva del mercato ci ha dato musiche multicolori, divertenti, disimpegnate, allineate con il "ritmo del potere" discografico ... condite di trasmissioni televisive zeppe di video stravaganti e nuove derive creative ... tutte però guidate ad un unico scopo: il controllo.

Invece questi fantasmi (adesso davvero sembrano esserlo sul serio) appoggiati sul manto erboso (quello verde...) invadono anima e corpo con suoni e frasi che non servono a controllare (gli altri), servono solo a far capire (proprio agli altri) che esiste una via differente, una via possibile dove per comunicare gioia non è indispensabile essere sorridenti ... la gioia dell'anima e della volontà di comunicare è meno effimera della risata o della ottusa celebrazione del virtuosismo fine a se stesso.

Era una rivoluzione, ma - forse - non lo avevamo capito.







E quando Dagmar canta rapita:

"Io combatterei contro la situazione che governa il vostro mondo
(contrariamente a quanto avete detto), ma le regole lo impediscono

E così brucio da sola nelle mie stesse idee alimentate da bandiere
fatte di libri e storie di marce unite ... insieme agli eroi ..
allora eravamo la RABBIA ... il FUOCO!

Ma a me è stato riservato un destino differente, relegata altrove.
(...)
Siamo nati per servire la nostra stessa vita sofferta
lavorando ed elaborando parole che generano deboli bugie
metafore sbagliate che ci portano a vivere la nostra condizione
disperata stando sul bilico della paura.
La luce del tramonto ci decompone.
Nei nostri uffici siamo imprigionati nella grande ruota delle città
che benchè densa e vicina manifesta la grande distanza,
disegnata per uccidere qualsiasi possibilità di incontro.
(...)
Ora è il momento di iniziare a muoversi, liberarsi dalla disperazione
dalla oscurità del singolo individuo che è incatenato a delle leggi
di mercato che non puù controllare, nel nome di una libertà che
penzola sulle nostre città come un sinistro simulacro di morte.
Dovremmo distruggere la loro torre di silenzio!

Ora è il momento di determinare la propria direzione, e rifiutare
l'esistenza della regola del destino.
Dovremmo noi creare i nostri eroi, siano essi commercianti, lavoratori,
le nostre vite e la nostra prassi nella storia.
QUESTA NOSTRA SCELTA definisce da sola la verità di tutto ciò che facciamo."



... forse era davvero una rivoluzione, ma temo sia andata perduta.













tutte le immagini sono tratte dal DVD VEVEY 1976 che è parte del cofanetto pubblicato nel 40 anniversario della nascita del gruppo



acquistabile qui - BUY HERE!

giovedì 26 febbraio 2009

r.i.p IAN CARR (1933 - 2009)



Purtroppo un'altra figura storica della musica della fine del secolo scorso è partita per l'ultima tournee.

Fondamentale (quanto misconosciuta) nel suono del Jazz inglese moderno, Ian Carr ed i suoi NUCLEUS hanno contribuito in modo determinante a tracciare una precisa identità nella dimensione musicale "elettrica" ed europea di un jazz che andava naturalmente emancipandosi dagli stilemi classici d'oltreoceano.

Meno intransigenti (e sicuramente meno coraggiosi) dei contemporanei Soft Machine, i Nucleus hanno rappresentato comunque un naturale "vivaio" per la scena rockjazz o jazzrock europea ed internazionale accogliendo tra le varie formazioni personaggi quali Karl Jenkins, Roy Babbington, Jon Marshall, Allan Holdsworth (guarda caso tutti finiti poi a lavorare negli ingranaggi della "macchina morbida") ma anche Chris Spedding, Dave McRae, Trevor Tomkins, Brian Smith e molti altri.




L'archivista

mercoledì 18 febbraio 2009

THE RESIDENTS - BEST LEFT UNSPOKEN volume 1 (2006)



Prima di una serie di tre raccolte che contengono molto materiale inedito intrecciato ad altre produzioni più oscure che - sebbene ufficialmente effettivamente pubblicate - sono diventate nel tempo rarità contese dai collezionisti internazionali.

01 - 05
POLLEX CHRISTI
Una delle composizioni che hanno destato maggiore curiosità nel repertorio ascrivibile alla banda dell'occhio è stata in passato sicuramente questa pseudo-composizione di tale presunto musicologo dall'oscuro nome di N.Senada (nota figura di sostanzaile ispirazione per la band nelle sue composizioni più oscure e criptiche del primo periodo).
Poco si sa di N.Senada (sebbene leggendo quel nome "correttamente" risulta più che sospetta assonanza con "En se nada" ... il che probabilmente nasconderebbe forse una differente verità sulla sua identità!).
Invece di questo brano - diviso in cinque diversi movimenti - si sa che per esplicita volontà del compositore rappresenta una forma di "apologia del plagio" a danno della musica classica ed i suoi compositori. Questi ultimi accusati da Senada di aver a loro volta per primi plagiato vergognosamente le musiche popolari tradizionali per comporre ognuno il suo proprio repertorio, vengono qui "derubati" di frammenti della loro "ri-elaborazione" che vengono ri-assemblati e de-contestualizzati in nuove "unità composte", in nuovi puzzle di frasi musicali provenienti dalla "tradizione classica".
I Residents fecere loro questa teorizzazione anche in occasione della "composizione" dell'album THE THIRD REICH'N'ROLL utilizzando per il collage brano tratti dalla musica degli anni '50 e '60. In Pollex Cristi (il cui titolo significa, nella personale accezione di N.Senada IL GRANDE POLLICE DI CRISTO) si aggiunge una ulteriore fondamentale componente concettuale: la necessità dell'ERRORE. Nella "partitura" originale infatti si racconta che N.Senada abbia voluto a tutti i costi dare delle indicazione sulla necessità di "eseguire degli errori" in modo da rendere "umano" il contenuto musicale prodotto. A sua detta "... se un pubblico volesse ascoltare solo musica perfetta, allora dovrebbe imparare ad ascoltare gli ANGELI ... la musica dell'uomo deve miseramente crollare sotto la pressione delle naturali incapacità".
Un importante pezzo di storia musicale dei Residents torna quindi alla luce dopo la sua pubblicazione nel 1997 che fu caratterizzata da due differenti tirature limitate di 400 copie.

06
HAECKEL'S TALE MAIN THEME
Intenso strumentale pensato come tema introduttivo di uno degli episodi radiofonici di "Masters of Horror", rifiutato dalla produzione e mai pubblicato prima. Da notare le vocalità smaganti di Carla Fabrizio.

07
THE MAD GASSER
Nolan Cook alla chitarra e Carla Fabrizio partecipano a questo inquietante brano, caratterizzato da un brillante riff di chitarre (a-la-oldfield) intervallato da un
momento di pericolosa instabilità musicale. Registrato durante le sessioni di ANIMAL LOVER (2004) è rimasto inedito fino a questa pubblicazione.

08
TIRED OLD MAN
Passo indietro nel tempo fino alla MOLE TRILOGY (inizio/metà anni ottanta) per questo breve strumentale teoricamente previsto nella terza parte delle trilogia (ma mai effettivamente pubblicata).

09
HIDDEN HAND
Già pubblicato nelle versione speciale di DEMONS DANCE ALONE

10
PICKLE
Registrato in occasione delle DEMONS DANCE ALONE sessions e pubblicato nel singolo dvd GOLDEN GOAT. A mio avviso questo brano è una delle migliori realizzazioni musicali dei Residents "attuali" che non meritava di rimanere confinato in un singolo a tiratura comunque limitata ed è stata una buona idea inserirlo in questa raccolta. In PICKLE sono presenti pressochè tutte le caratteristiche tipiche della scrittura (anche passata) della band, ma vengono proposte con l'ausilio vincente di una notevole varietà timbrica che di fatto rende più attuale il loro linguaggio.

11
DEAD MEN
Eccellente inedito tratto dalle sedute di registrazione di ANIMAL LOVER (2004). E' un tipico esempio della versione "elettrica" del gruppo, con la chitarra di Nolan Cook in evidenza. Chi ha visto il tour di WORMWOOD o ICKY FLICKS ha chiaro il riferimento.

12
MR SKULL'S NEW YEAR'S EVE SONG
Già pubblicato sul raro album STRANGER THAN SUPPER questa reintepretazione "senadiana" del VALZER DELLE CANDELE (AULD LANG SYNE) è perfettamente in linea con quanto già detto per Pollex Christi. La teoria dell'applicazione dell'imperfezione formale è più che evidente e stimolante.
Lo sviluppo vagamente ossessivo e cupo che ricorda echi dei Dark Day di Robin Crutchfield prelude ad una serie di improbabili evoluzioni "natalizie". Davvero notevole (anche se già conosciuto agli hardcore fanatics della band).

13
DAYDREAMS IN SPACE
Pubblicato in precedenza nel 1985 nell'ormai rarissimo compact disc DAYDREAM B-LIVER potrebbe essere considerata come una versione inquieta e de-evoluta degli europei Kraftwerk di Man Machine. Imperdibile il finale che riporta alle mai dimenticate atmosfere dei residents del MOLE SHOW.

14
DREAM WHEEL
Presente nella versione limitata di I MURDERED MOMMY. Improbabile modern-disco dal pianeta Residents con una chitarre che ricorda da vicino le incursioni ritmiche del grande Philip Lithman.

15
THE RUBBER ROBBER
Outtake recente ed inedito dalla sessioni del controverso album TWEEDLES (2006)

16
IN THROUGH THE OUT HOLE
Versione audio di uno dei brani contenuti nel dvd incluso in KETTLES OF FISH (2002).
Orchestrale e gigantesca rielaborazione quasi Hollywoodiana della musica dei Residents, ancora con influenze di "praxis Senadiana".

17
IN AN UGLY MOOD
Anche questo è un outtake recente ed inedito dalla sessioni del controverso album TWEEDLES (2006). E' una sorta di "normal song" (cercando ovviamente di capire l'accezione "normale" nel contesto di questo combo).

18
JACK'S LAMENT
Registrato durante le sessioni di ANIMAL LOVER (2004) è rimasto inedito fino a questa pubblicazione. Ancora sezioni d'archi quasi tradizionali "minacciate" da una specie di cupo drone elettronico ed una chitarra schizo-frippiana. Breve sicuramente, ma intenso ed interessante.

venerdì 13 febbraio 2009

THIRD EAR BAND - The Magus (1972)




E' cosa abbastanza acclarata che la Banda del Terzo Orecchio abbia dato il meglio di sè con i primi tre album (e non sarà certo io ad esprimere un parere contrario a questa saggia diffusa convinzione).

Quando uscì "Macbeth", sorprendente colonna sonora per il truculento omonimo film di Roman Polanski, era il 1972 ed il gruppo era forse arrivato al proprio capolinea creativo. Per questo motivo nonostante si sapesse che proprio alla fine di quell'anno il gruppo aveva effettuato delle registrazioni rimaste inedite, negli anni, è stata alimentata dagli appassionati di quella stagione musicale la leggenda di queste introvabili testimonianze dell'ultima dimensione creativa di Glen Sweeney, Mike Marchant, Simon House, Paul Minns e Ron Kort.

Quando nel 2005 finalmente l'indie label Angel Air ha dato proprio a Kort (custode del prezioso reperto per tutti questi anni) un budget ritenuto sufficiente per produrre finalmente un disco ufficiale, gli amanti del gruppo si sono immediatamente divisi in merito al giudizio da dare all'operazione.

Pur condividendo molte delle osservazioni negative che riguardano questo "non lavoro" (mancanza di vera originalità, dimensione creativa forse confusa ed evidente non completa cura nella produzione sonora) in questi anni, riascoltandolo con una certa disponibilità mi sono fatta un'opinione molto più benevola e favorevole nei confronti di questo materiale.
Alcune delle atmosfere contenute in The Magus sono davvero inquietanti, così a cavallo tra una psichedelia ormai esausta ed una volontà di approdare alla filosofia dell'elettronica applicata, in grado di offrire una possibile alternativa sonora all'acusticità tradizionale del sound della Third Ear Band.

C'è del "gotico" nelle oscure narrazioni presenti nell'album e in particolare le ossessionanti percussioni rappresentano una interessante chiave di lettura per una possibile (ma non realizzata) prospettata deriva creativa del gruppo.

Magici riverberi e improbabili "tremolo" si alternano nel definire la generale atmosfera sonica che a volte raggiunge una ipnotica e convincente ripetitività espressiva.

Io, una riascoltatina, gliela darei ...

JOHN OSWALD - Plunderphonics 69/96



Non so ve vi sia mai capitato di sentire parlare di un progetto chiamato PLUNDERPHONICS, ma se non avete mai avuto l'opportunità di confrontarvi con il paradosso musicale opera di JOHN OSWALD, vi consiglio una ricerca in rete o - meglio - un regalo da farvi nel nome della possibile deriva moderna creatività.
All'apparenza, è abbastanza semplice individuare l'origine del progetto Plunderphonics, ovvero la de-strutturazione di precedenti oggetti creativi completi, smembrati, de-composti e ri-composti con una mentalità da moderno musicista contemporaneo, dove l'unità di base della stesura musicale non è LA SINGOLA NOTA, quanto piuttosto un EVENTO MUSICALE (facilmente gestibile grazie alla tecnica del "campionamento").

In questo modo elementi UNICI di un determinato brano musicale vengono assemblati e riproposti insieme ad altri elementi UNICI di altri brani in un procedimento che si pone a metà strada tra la "concréte musique" ed il "cut-up" sonoro dei primi sperimentatori magnetici.
Il risultato è un DISTILLATO UNICO (ma non IL SOLO POSSIBILE) dell'interazione/collisione di unità sonore differenti per anni, stili e filosofie.

Non che questa idea sia frutto di assoluta originalità, dal momento che altri prima di Oswald hanno percorsa la strada dello "sfregamento da pietra focaia" di differenti musiche tra loro (Charles Ives, Ferruccio Busoni, The Residents, Frank Zappa per citarne alcuni) ma nel progetto PLUNDERPHONICS il nuovo contesto generale del mercato in cui questa operazione si va a compiere (siamo spesso nella metà dei rutilanti anni 80) offre implicazioni che vanno dal "rispetto" del diritto d'autore alla dignità del nuovo manufatto come "elaborazione e prodotto" della pura realtà sonica contemporanea.

Una filosofia che ha creato nuove interessanti prospettiva della potenziale funzione della comunicazione artistica (non ovviamente dell'intrattenimento audio) e che promette ulteriori sviluppi nel prossimo futuro sperimentale.

Limitandomi solo all'aspetto della "prassi" artistica mi viene spontaneo segnalare come l'ascolto di queste NUOVE COMPOSIZIONI talvolta si presenta davvero complesso e molto esigente in termini di concentrazione, soprattutto perchè si ci si ritrova costretti a seguire (INEVITABILMENTE inconsciamente) un dato frammento sonoro magari a noi ben noto e ritrovarlo nel suo nuovo contesto compositivo ... pur rimanendo legati contemporaneamente al ricordo della sua originaria collocazione nel NOSTRO passato d'ascolto e nel nostro relato immaginario musicale.

Con questa fatica l'ascolto pluri-elaborato in tempo reale diventa davvero un'impresa, foriera di potenziale mal di testa, ma anche di nuove e suggestive dinamiche creative.

Consigliato quasi esclusivamente ad ascoltatori ardimentosi e curiosi.

lunedì 2 febbraio 2009

ESPERANTO - Danse Macabre (1974)



Disco forse addirittura troppo presuntuoso per incontrare anche il gusto della platea giovanile europea dell'epoca, ma che a distanza di anni permette di rileggere in manera assolutamente definitiva l'idea "progressive" diq uei giorni, con tutte le sue possibili e molteplici sfaccettature.

DANSE MACABRE è di fatto il secondo album dell'ensemble ESPERANTO ROCK ORCHESTRA, ambizioso progetto nato da un'idea dei due fratelli Gino e Tony Malisan. Caratteristica principale di questo ensemble era il fatto di avere tra le fila musicisti provenienti da molte parti del mondo in grado di riunire in una singola identità sonora le proprie esperienze ed il proprio gusto musicale creando un unico potenziale vocabolario universale (l'esperanto, appunto).

Guidati dall'esperienza e dalla vis innovativa e visionaria di PETE SINFIELD, il gruppo si sbizzarisce in sinfonie progressive dove le influenze musicali del lessico contemporaneo trovano piena applicazione ed interazione con l'attitudine sperimentale della band.

Ovviamente questo disco non si fa apprezzare per la "simpatia-a-pelle", piuttosto si nota una certa opulente ponderosità nella presunzione neoclassica degli arrangiamenti, eppure questo era uno dei lati più straordinari di una musica giovane che aveva ripudiato (almeno per qualche anno) la forca caudina della forma canzone "strofa-ritornello" a vantaggio di una dimensione molto più rapsodica e complessa.

Timbricamente, i violini dominano il suono generale, mentre la voce sembra essere l'anello debole della (lunga) catena. Questo condizionamento dagli strumenti a corda forse fa sembrare troppo neo-classico l'incedere delle composizioni e probabilmente non avrebbe guastato una sezione ritmica più creativa e meno "pop" (basti pensare - per esempio - a quali batteristi calcavano le scene in quei giorni ... Michael Giles, Guy Evans, Carl Palmer, Bill Bruford ... tra i tanti, per capire che forse sarebbe stato sicuramente possibile trovare una più originale impostazione ritmica dei brani)

Io comunque credo che DANSE MACABRE sia un disco di alto profilo "storico" nel panorama musicale europeo, sebbene in quei giorni sia stato recepito molto poco e piuttosto male.


venerdì 30 gennaio 2009

TALK TALK - Spirit of eden (1988)



Uno dei dischi a cui sono più legato in assoluto nella mia personale collezione è SPIRIT OF EDEN dei Talk Talk.

Possibile che una band che è stata al top delle classifiche internazionali nella metà degli anni 80 con canzoni (apparentemente) banali e scontate possa annoverare tra i suoi lavori un'opera che meriti tanto riguardo per un'ascoltatore (credo) svezzato come il sottoscritto?

Certo, potrei non essere affidabile, non lo metto in dubbio, ed i miei gusti sono sicuramente discutibili come quelli di chiunque e quindi lungi da me l'idea di voler sembrare una sorta di "guru dell'ascolto" illuminato.

Ma ...

... se per caso non avete mai incrociato sulla vostra strada questo supporto digitale, cercatelo per dargli una chance ... e provate ad ascoltarlo.

Potrà rendervi interminabili e noiosi i successivi quaranta minuti circa, oppure potrà aprirvi delle "vie musicali" davvero nuove ed impensabili fino al momento prima di selezionare il tasto PLAY del vostro lettore cd.

Non esiste un disco altrettanto sconnesso in grado di attirare l'attenzione e capace di dare forma quasi fisica alle emozioni, in grado di catturare frammenti di qualsiasi minimo pensiero e di riportarli alla superfice, facendovi confrontare con emozioni quali rabbia, solitudine, gioia, dubbio, rassegnazione, euforia, delusione e tristezza con una sequenza imprevedibile di cangianti successioni musicali.

La lunga iniziale THE RAINBOW ed i suoi due successivi movimenti EDEN e DESIRE è una inaspettata suite che non lascia scampo e benchè le liriche estremamente ermetiche di Mark Hollis risultino a volte disturbanti nella loro voluta incomprensibilità, il senso di non rassegnata delusione verso qualcosa o qualcuno ti si attacca all'anima e non ti molla più per 23 minuti.
Le chitarre elettrificate pesantemente e al limite della saturazione sanciscono territori dove il "ritmo" delle percussioni è solo un velato scandire del tempo ed i colori sono acustici e prodigiosamente "veri". Uno struggente organo Hammond travolge la scena di tanto in tanto, e le tastiere fanno sentire la loro presenza che è fonte di serenità e mai di tensione (quest'ultima emozione è affidata sempre al colore della chitarra).
E quando alla fine la voce finalmente grida e prende la responsabilità di farsi sentire tutto lo scenario musicale cambia di conseguenza e tutti gli strumenti aggrediscono l'attimo. La rabbia prende il sopravvento sulle mille possibili emozioni fino allora vissute.

La successiva INHERITANCE è una song nella più improbabile delle accezioni, ma in effetti è una bellissima canzone lasciata sospesa sui suoni "che non ci sono" ... ciò che sorregge il tutto sembra essere solo un fragile appiglio per tutti gli strumenti coinvolti che si aggrappano alle tastiere che offrono qualche momento di stabilità. Ma un incerto pianoforte, un oboe, un sax, qualche violino insieme, senza un sostegno solido, creano momenti di una nuova musica da camera totalmente aliena ed eterea. La batteria sussurra il tempo, o forse anche in questo caso scandisce un tempo che NON C'E'e vaga alla ricerca di qualcosa di stabile comunque.
E quando Hollis chiude il sipario con la frase
"Che il cielo ti benedica nella tua pace
Mio gentile amico
Che il cielo ti benedica"
si capisce che è una "dedica all'assenza" e tutto diventa limpido e chiaro.

Il "singolo" I BELIEVE IN YOU fortemente voluto dalla casa discografica, ma altrettanto fortemente osteggiato da Mark Hollis, è un'altra canzone più tradizionale. Una melodia sospesa, appoggiata ad un tappeto di tastiere che miracolosamente si dirada quando appare il "ritornello", rappresentato solo dalle parole sussurrate "spirit" e "how long" con un coro femminile che provene da un altrove (sicuramente più ... "alto").
L'instabilità riprende il sopravvento e rumori e suoni sconnessi ci ricordano che è questo il contesto dove si nasconde la straordinaria poesia di questa canzone. Il video per questo brano rispecchia perfettamente il senso di immobilità e di totale rifiuto commerciale da parte del gruppo (o di Hollis?).
I musicisti sono sovrapposti l'uno sull'altro quasi fossero una sola cosa e quando sul finale Hollis guarda verso un indecifrabile infinito sorridendo verso qualcosa che a noi sfugge ... ecco il senso del genio.

http://www.youtube.com/watch?v=_cIWsQuYVeg


(e le cose non cambiano nemmeno quando loro malgrado vengono chiamati alla esposizione
televisiva promozionale ... ed il documento
http://www.youtube.com/watch?v=Lr0TOwvM0fc&NR=1
lo dimostra)

A concludere questo disco il VERO CAPOLAVORO assoluto di QUESTI Talk Talk ... un brano intitolato semplicemente WEALTH che è insieme una richiesta di aiuto ed una sussurrata canzone d'amore.
Non ci sono esempi simili nella musica rock (ammesso che valga questo termine di riferimento) degli ultimi 50 anni, davvero.
Organo, piano, qualche chitarra ed una voce sommessa raccontano la bellezza e la malinconia del valore della libertà nel sentimento d'amore. Non esiste nulla come l'assolo centrale di organo, che non si può descrivere, posso solo provare ad immaginare come se fosse stato eseguito con ... le dita "spezzate" ... con il dolore e la difficoltà di una simile circostanza perchè quello che emerge da quel momento musicale è solo difficoltà e tensione verso una gioia superiore ... percepita, ma non ancora vinta. L'organo ed un basso accompagnano il finale, in una nuova dimensione quasi sacra, mentre la chitarra acustica solo ogni tanto si fa sentire con qualche nota o accordo che sembrano non voler disturbare il lungo abbandono.

Non vi sarà facile sostenere ancora una nota dopo l'ascolto di un disco simile, se anche solo per un momento sarete stati catturati da una dimensione musicale UNICA, IRRIPETIBILE.

Non sono sicuramente stato in grado di darvi una visione esaustiva di questo disco, ma almeno ho provato a segnalarvi un qualcosa che non può non essere stato ascoltato almeno una volta nella vita di un appassionato di musica.

Davvero.

Questo è sicuramente un disco da portarsi in un'isola deserta SOLO se non si ha paura di sè stessi.

Scusate la lunghezza e la passione.

r.i.p JOHN MARTYN (1948 - 2009)



Non c'è forse molto da dire a proposito ...
ma (per fortuna) resta ancora tanto da ascoltare!

Da adesso però ... siamo tutti un po' più soli.




L'archivista

venerdì 23 gennaio 2009

BRUFORD - Old grey whistle test (1976)



E' proprio vero che non tutte le ciambelle riescono con il buco, e nonostante i nomi coinvolti, qualche volta la performance sembra davvero non decollare.
E' il caso della esibizione della BRUFORD BAND avvenuta negli studi della BBC durante la registrazione dello storico programma musicale televisivo OLD GREY WHISTLE TEST.
Vale la pena sottolineare il fatto che la formazione sul palco non è esattamente quella che poi avrebbe registrato l'eccellente album d'esordio FEELS GOOD TO ME. Quattro quinti dei musicisti coinvolti sono in effetti gli stessi (Bill Bruford, Allan Holdsworth, Dave Stewart e Annette Peacock) mentre il basso è suonato da Neil Murray. Ma non è certo a quest'ultimo che deve attribuirsi la responsabilità della deludente esibizione.



Il gruppo infatti sembra davvero impreparato all'occasione (ed io onestamente non ho fatto ricerche per sapere se partecipare all'OGWT fosse stata una scelta in qualche modo "forzata" o "improvvisa") però sicuramente non è da musicisti come quelli citati rischiare di fare delle figure non all'altezza della loro fama.

Il gruppo ha il compito di chiudere con la propria esibizione la puntata della trasmissione e lo fa eseguendo due brani del primo album: l'omonimo FEELS GOOD TO ME e BACK TO THE BEGINNING.
Nel primo, a parte un (apparentemente, almeno) svogliatissimo Holdsworth seduto su un amplificatore che si limita a ritmare la sua chitarra senza alcuna determinazione e senza addirittura un qualche suono (magari questo è imputabile alla fonia palco ... però l'atteggiamento del chitarrista non lascia intendere un grande entusiasmo),



un grossolano errore dell'altrove eccellente Dave Stewart compromette di fatto l'utilizzo della registrazione per una diffusione televisiva (o almeno la sconsiglierebbe). Soprattutto perchè lo stesso Stewart si manda eloquentemente a quel paese da solo in modo decisamente plateale (che proprio non sarebbe suggerito dalla consuetudine professionistica dell'ambiente) che semmai rende simpatica giustizia alla apprezzabile spontaneità della situazione.



Non va meglio nel secondo brano, con una buona interpretazione vocale (anche se incerta a volte) della Peacock (forse troppo "esuberante" nelle mossette "accattivanti")



che non riesce a nascondere le incertezze continue della band, manifeste durante il lungo solo centrale di Holdsworth. I musicisti si guardano, si cercano continuamente nella necessità di segni d'intesa. Ovvio che ad una visione appassionata quelli citati sono particolari che non diventato determinanti per escludere il documento dalla propria collezione, ed è altrettanto evidente che una brutta performance non inficia minimamente il valore dell'operazione in corso, però resta significativo il fatto che di questa registrazione mal riuscita esistono in giro solamente delle copie non ufficiali perchè censurata probabilmente dallo stesso management degli artisti.
A volte capita anche questo.

A parziale "risarcimento" suggerisco la visione del DVD ufficiale dedicato a Bruford e pubblicato recentemente nella serie ROCK GOES TO COLLEGE (con Jeff Berlin al basso) che almeno dal punto di vista generale non vede condizionata da evidenti errori l'intera performance.

lunedì 19 gennaio 2009

BRIAN DAVISON - Every Which Way (1970)



Alla fine del 1969, dopo le scoglimento dei NICE, BRIAN "Blinky" DAVISON (batterista della formazione con Jackson ed Emerson) ha dato vita ad un nuvo gruppo chiamato EVERY WHICH WAY, pubblicando poi nel 1970 l'unico omonimo album.

In compagnia di Alan Cartwright al basso (che dopo la registrazioene del disco si unirà ai ben più famosi Procolo Harum), Graham Bell (Piano, chitarra e voce), John Hedley (chitarra solista) e Geoff Peach (fiati e cori) Davidson crea un suono molto figlio dell'epoca, ma sufficientemente originale grazie soprattutto alla buona voce di Bell e soprattutto al lavoro di sax e flauto di Peach che inevitabilmente porta il sound del gruppo ad avvicinarsi all'ondata progressive che stava montando in quell'inizio di decade.

Sorprende comunque l'atmosfera sempre abbastanza sommessa dell'intero lavoro, che raramente si lascia attrarre da episodi sonori dirompenti o di grande energia. E' un disco meditato, riflessivo e davvero lontanissimo dalla dimensione esuberante dei trascorsi "carini".
Nonostante l'atmosfera controllata, è apprezzabile il lavoro raffinato di arrangiamenti che permettono a tutti gli strumenti di dare il proprio valido contributo al risultato finale, in questo modo nessuno strumento emerge troppo rispetto agli altri ed il suono risulta oltremodo compatto e coerente.
Una curiosità: incredibile la somiglianza TOTALE del riff di chitarra presente nel brano di apertura con il ben più famoso Shine On You Crazy Diamond di una band inglese di discreto successo internazionale di cui non ricordo il nome .... ;-)

Certo, questo disco degli EVERY WHICH WAY non sarà un "capolavoro prog", ma nemmeno un disco da dimenticare del tutto.

Con l'occasione, sembra anche corretto ricordare proprio la recente scomparsa di Davidson avvenuta lo scorso Aprile 2008.