giovedì 8 ottobre 2009

BLACKWATER PARK - Dirt box (1972)



Sano rock-blues tipico del periodo, riconducibile ad un gran numero di band dell'epoca. In questo caso, talvolta si intravvedono anche delle sfumature un po' più raffinate, (seppur a-la-Black Sabbath) ma in generale il sound rimane saldamente fedele alla tipica "attitudine" dei tempi andati.

Rimane da segnalare il fatto che la band è prodotto occidentale della Berlino divisa e che, a conferma di una certa imprevedibilità delle produzioni "kraut" a concludere l'album - dopo la mini-suite concettuale "Rock song" - viene proposta (quasi Hendrixiana-mente) una tra le più inusuali e bizzarre cover Beatlesiane possibili: "For no one".

In sostanza comunque il disco risulta godibile e meritevole di un ascolto senza pregiudizi.

KENNY WHEELER QUINTET - The widow in the window (1990)



Ennesima eccellente prova discografica per un gruppo di telenti che - presi da soli - meriterebbero ampio spazio nell'audioteca di qualsiasi appassionato di musica.
Kenny Wheeler (tromba, flicorno) qui si accompagna a quattro altri "mostri" quali Dave Holland (contrabbasso), John Taylor (pianoforte), Peter Erskine (batteria) e John Abercrombie (chitarra).
Inutile dire che il gusto con cui viene proposta questa musica è sorprendentemente in perfetto equilibrio tra tradizione e ricerca, dimostrando una lucidità di intenti forse inevitabile per una combo composto da musicisti che hanno suonato spessissimo tra loro.
Delle qualità di Wheeler e del suo modo originale di intepretare armonie e melodie, già si legge dappertutto ... io mi permetto solo di sottolineare l'impeccabile presenza chitarristica di Abercrombie che qui percorre sentieri musicali di indiscutibile magia.

mercoledì 7 ottobre 2009

GAVIN BRYARS - The sinking of the Titanic (1975)



... non ci sono parole per descrivere il contenuto di questo capolavoro (in assoluto uno dei dischi più sconvolgenti sia musicalmente che concettualmente) che ancora dopo tanti anni rimane un punto cardine attorno a cui ruotare (quando presente) la lucidità creativa disponibile.
Gli aneddoti a riguardo sono molti, ma il suono che si espande dai solchi di questo misero oggetto di PVC colpiscono e turbano, annullando lo spazio ed il tempo circostante per tutta la durata del suo concentrico duplice percorso.

"The sinking of the Titanic" (1969) e "Jesus' blood never failed me yet" (1972) rappresentano per me un irripetibile esempio di culmine creativo indiscutibile di una concettualità applicata all'arte del suono non più di moda ormai, ma che orgogliosamente a volte vale la pena di rivendicare e ricordare.

HARRY "SUNI" McGRATH - Cornflower Suite (1969)



Non ho idea di quante persone conoscano questo oscuro artista della chitarra (principalmente a 12 corde) le cui produzioni hanno trovato scarsa eco nel convulso panorama musicale a cavallo tra la fine degli anni sessanta ed i primi settanta.
Eppure questo talentuoso chitarrista irlandese di nascita, ha certamente contribuito a tracciare avventurose traiettorie nella musica acustica di derivazione "folk" sulla scia di un fenomeno innovatore quale è stato l'americano John Fahey. Armonie a volte paradossali e rigorose "scordature" naturali fanno costantemente capolino nel sound di Suni che acquisisce anche un carattere quasi visionario in alcuni momenti di questa raccolta pubblicata nel 1969.
Il suo stile di "fingerpicking" non è sempre preciso ed impeccabile (anzi, a volte è proprio soprendentemente "sconnesso") ma è anche questo un aspetto che lo rende "empatico" all'ascoltatore in una dimensione di audio-verità che risulta inevitabilmente umana e reale. Così come anche alcune digressioni chitarristiche "orientaleggianti" ed ingenue (Blue domes of Isfahan) contribuiscono al guazzabuglio generale di un suono curioso e volutamente rivolto alle innumerevoli possibili soluzioni/ripercussioni delle collisioni provocate da convergenti traiettorie musicali intraprese.

KAY GARDNER - Avalon (1988)



Suggestiva registrazione (effettuata con mezzi di fortuna durante una seduta di meditazione all'aperto presso l'abbazia di Glastonbury in Gran Bretagna) dove la virtuosa flautista statunitense "colora" l'ambiente circostante con le sue dolcissime evoluzioni strumentali.
Pubblicato in tiratura limitatissima per l'ultra-oltranzista etichetta femminista e catalogo musicale americano esclusivamente al femminile "Ladyslipper music" questo lavoro non ha più trovato una collocazione ufficiale nelle ristampe successive delle numerose composizioni e performances della Gardner.

La dimensione spirituale della missione taumaturgica della musica della Gardner emerge in tutta la sua potenza con queste improvvisazioni al flauto registrate open-air tra le rovine dell'abbazia e sulle sponde di un ruscello vicino. E' uno scenario tipico della fenomenologia della "new Age" di fine anni '80, nel pieno del suo splendore mediatico (e commerciale).
Solo che per quello che riguarda Key Gardner, le sue notevoli qualità di compositrice - a prescindere dalla pulsione del movimento esoterico post-hippie del momento - le hanno permesso di spaziare con grandissima disinvoltura ed efficacia dalla musica improvvisata alla musica orchestrale .

Naturalmente - nello specifico - questo raro nastro è in realtà un "reperto" da ascoltare con la consapevolezza e la delicatezza che non solo di musica si tratta, quanto invece del manifesto di "un sogno", di un'illusione culturale che in pochi anni è stata spazzata via dal vecchio cinismo del nuovo millennio.

HAPPY THE MAN - Happy the man (1977)



Superbo debutto discografico per questo gruppo made in USA che ha saputo dare una eccellente dimostrazione di intelligenza e capacità nel declinare il rock sinfonico - o meglio il "prog europeo" - con accenti più enfatizzati, muscolari e soprattutto tecnicamente molto impegnativi.
Inutile dire che nel sound degli Happy The Man gli echi di gruppi come inglesi come Gentle Giant o Yes si mescolano efficacemente a suggestioni poliritmiche quasi zappiane.
Pochi e sintetici spazi per le brevi parti cantate (ed in effetti non si può parlare di grande interpretazione vocale in assoluto) ma tantissma qualità solistica e di organizzazione sonora generale.
Interessante ricordare come questa band sia stata pressochè ignorata all'epoca e - di conseguenza - destinata ad un inevitabile scioglimento in breve tempo, ma curiosamente rivalutata in maniera entusiastica due decadi dopo dalla nuova generazione di appassionati "progressive" planetari. Nel frattempo ovviamente i musicisti originariamente coinvolti nel progetto che si erano persi di vista tra carriere riuscite e fallite (e non necessariamente nell'ambito musicale) hanno trovato nuove motivazioni per una reunion che non ha fatto altro che rinverdire entusiasmi passati e lontani nel tempo per i pochi primi fans e contemporaneamente confermare quanto di buono era stato scoperto dalle nuove generazioni.

martedì 6 ottobre 2009

KING CRIMSON - Birchmere - Alexandria, VA (2003.03.04)



A farla da padrone in questa registrazione del 2003 è l'influenza del povero Belew che davvero con encomiabile professionalità porta a compimento il suo obbligo contrattuale. E lo fa con grande umorismo ed autoironia senza abbassare di granchè il suo (alto) standard abituale.
In effetti, il giorno prima era stato costretto dal medico a rimanere a letto in albergo, e quindi il previsto concerto dei King Crimson di fatto si era trasformato in un estemporanea performance del Projekct Three (come documentato nel KCcc 34).
Per quello che riguarda questa registrazione resa disponibile da pochissimo nell'archivio pubblico della DGMLive! sono da notare soprattutto le interpretazioni al fulmicotone di brani come "Prozakc blues", "Level five" e "Facts of life" nonostante qualche indecisione addirittura di sua Maestà "in-persona".
RF si rifà alla grande alla volta di "The World's My Oyster Soup Kitchen Floor Wax Museum" (mentre qui è Belew che per la prima volta ha una leggera indecisone) e "Dangerous curve", ma in sostanza è l'ennesima dimostrazione della solida dimensione live dell'ultimo quartetto della (per fortuna fin qui non ancora conclusa) storia della corte Reale.
E che questa formazione fosse "muscolare" risulta evidente nonostante le sbavature del sovrano questa volta grazie soprattutto alla potenza esplosiva del drumming "ibrido" del miglior Mastelotto.

Reperibile qui.

X-LEGGED SALLY - The land of the giant dwarfs (1995)



Se l'Europa continentale seguisse con maggiore attenzione le vicende della periferia dell'impero britannico nell'industria discografica scoprirebbe esempi di notevole valore tra le fila dei gruppi collocati "albione altrove" nello spazio del vecchio continente.

"Sally con le gambe storte" viene dal Belgio, ma chi ha la fortuna di incrociarne le gesta musicali viene inevitabilemente sopraffatto dalla qualità della proposta e dalla straordinaria bravura dei musicisti coinvolti nel progetto.
Una musica che attraversa trasversalmente la complessità concettuale propria dei più contorti momenti tipici del R.I.O coniugando la lezione Zappiana e l'imprevedibilità dei Doctor Nerve di Nick Didkowski, non dimenticando brandelli di improbabile "mekanik dancing" circense contemporanea.

E' una musica intelligente nel senso più pieno del termine, dove ogni singola nota, ogni singola ombra musicale è funzionale alla storia che viene raccontata, sia si tratti di grotteschi organetti distorti o sezioni di fiati dis-connesse dal contesto generale.
Anche la lezione dell'isteria dei Cardiacs o l'ordinato disordine dei Wizards of Twiddly sembra contaminare lo scenario generale, riducendo ogni singolo brano ad un crogiolo in ebollizione dove differenti, antitetici approcci musicali si fondono in un unico amalgama in cui diventa impossibile spesso distinguere il punto di partenza.

Ora Sally non esiste più, destino normale per le realtà troppo coraggiose ed incapaci di assoggettarsi alla massificazione del mercato, ma per fortuna i dischi prodotti sono reperibili abbastanza facilmente (in un modo o nell'altro), senza dimenticare che ci sta pensando una nuova banda come FES a portare avanti questo straordinario modo di interpretare la funzione progressiva della musica giovanile.

TELEVISION PERSONALITIES - And don't the kids just love it (1981)



Lo-fi predecessore di molto minimalismo loser anni '90, questo disco pubblicato in una prima tiratura indipendente nel 1981 è stato sicuramente tra i fenomeni musicali più incredibili della prima metà della decade, sebbene così lontano dai suoni allora emergenti.
Un bizzarro disco di debutto per la band di Daniel Treacy, sebbene sia difficile considerare l'album come un lavor davvero corale di un gruppo, quanto invece una concretizzazione di alcuni tra gli incubi quotidiani della gioventù contempranea, immersa nella rigida ricetta Thatcheriana.
Il buffo "cockney" con cui le canzoni vengono cantate rende tutto ancor più curioso e - per certi versi - anche divertente (per chi era abituato alla pronuncia retorica ed altisonante dei grandi cantati dell'era progressive).
Le canzoncine sembrano essere state registrate (e lo sono state effettivamente!!!) con mezzi di fortuna e riportano più ad una dimensione "garage". Sono tanti i momenti notevoli di questo disco "post-punk" anarcoide e potentissimo nella sua fragilità, ma tra tutti sicuramente emerge con un devastante impatto emotivo "I know where Syd Barret lives", commovente dedica naif alla figura seminale della psichedelia britannica con i suoi Pink Floyd ... dove il testo parla da solo:

"There's a little man in a little house
With a little pet dog and a little pet mouse
I know where he lives and I visit him
We have sunday tea, sausages and beans
I know where he lives
Cause I know where Syd Barrett lives
He was very famous once upon a time
But no one knows even if he's alive
But I know where he lives and I visit him
In a little hut in Cambridge
I know where he lives
Cause I know where Syd Barrett lives
And the trees and the flowers are so pretty, aren't they?
He was very famous once upon a time
And no one cares even if he's alive (... WE DO!!!)
But I know where he lives and I visit him
In a little hut by the edge of the wood"

Ed i testi sembrano aprire stravaganti squarci poetici nell'abituale rabbioso grigiore del punk fine anni settanta, lasciando intravvedere crude toccanti verità come:

"I hear my father shouting at my mother
In the room next door
He's always threatening to pack his bags
'Cause he can't take it anymore
And my brother's anorexic
But no one seems to care about the state he's in
And my sister's in a club, she's a barmaid in a pub
And my mother's full of gin
Can you hear this angry silence?
I spend the days on my own
Writing silly poetry
Writing poems for the girl I love
But she doesn't love me
And I'm scared to go out at night
It's not safe on the streets
And it's hard to disagree in today's society
You can't trust anyone you meet
Can you hear this angry silence?
Listen, listen, listen... this angry silence"

o beffarde ed ironiche come:

'I telephoned God today, but all I got was the answering machine'.

La vita vera però ha messo a dura prova la fragilità emotiva dello stesso Treacy, sconvolto dall'uso costante di eroina, anfetamina ed alcol, ha trascorso gran parte di questi ultimi anni tra cliniche di riabilitazione mentale e patrie galere. Ha anche tentato di riprendere l'attività musicale nel 2006, ma senza grande risultato. Molte delle pubblicazioni uscite negli anni 90 sono composte da registrazioni senza troppe pretese e (forse) con il solo scopo di provare ad avere un qualche reddito extra grazie alla notevole fama raggiunta con i primi due album dei TVP.

Nonostante la malinconica vita reale che gravita intorno al suo creatore, comunque, "And don't the kids just love it" è disco da avere e da ascoltare con partecipazione e trasporto perchè è realmente una piccola luce nella tetra penombra di quei giorni.

THE KOOBAS - Koobas (1969)



Mentre i Beatles evolvevano il loro sound verso lo stadio creativo finale, dalle parti del Merseyside il terremoto causato dalla loro straordinaria ascesa cominciava a dare dei frutti laterali.
Sebbene fondati nel lontano 1962, messi sotto contratto da un certo Brian Epstein due anni dopo, compagni di "merende" dei Fab Four allo Star Club di Amburgo, ed opening act per una band chiamata The who nel 1966, solo nel 1967 convertono il loro suono con abbondanti dosi di psichedelia internazionale e danno alla luce il loro primo (e unico) album.
Qualcuno sottolinea il fatto che l'album sembri essere una sorta di "concept", ma essendo tutti dotati di indubbie qualità musicali ed abbondante personalità ecco che THE KOOBAS propongono un "pop psichedelico" di grande impatto e sicuramente troppo poco considerato all'epoca.
Ascoltando questi episodi "minori" del movimento giovanile musicale in marcia in quegli anni si capisce facilmente PERCHE' in pochi mesi il tutto si sia evoluto nella forma del "progressive", mettendo in risalto il grandissimo livello di elaborazione artistica che proprio quel genere ha portato alle nuove generazioni di musicisti.
Questo debutto dei Koobas comunque si ascolta con grande piacere e si fa apprezzare anche a distanza di così tanti anni. Opportuna la recente ristampa su CD (con Bonus) che ha dato una ulteriore vetrina a questa band pressochè dimenticata dai più (o citata per la militanza di Keith Ellis nelle prime formazioni dei Van Der Graaf Generator o - successivamente - negli interessanti Juicy Lucy).

KISS MY JAZZ - Lost souls convention (1997)



Che disco!
L'operazione di "ibridare" i generi musicali è stata una delle caratteristiche che - per dirla zappianamente - rappresentano "the results of a higher education".
Indubbiamente una maggiore versatilità creativa dei musicisti delle ultime decadi (e parlo di musicisti veri, non ... "digitali") è stata la base di partenza per prodotti apparentemente anche "commerciali" (dEUS probabilmente à l'esempio più eclatante in Europa) ed ha portato inaspettate traiettorie musicali davvero stimolanti.
KISS MY JAZZ è una di queste "creature" difficile da etichettare ma assolutamente imperdibile per una collezione discografica completa e coerente per documentare la musica europea di fine anni 90.
RUDY TROUVE' (Anversa, Belgio) è l'animatore di questo progetto che si colloca a cavallo tra una musica che ha del "cantautoriale" ma che allo stesso tempo prende derive "quasi-jazz mutate" o addirittura si avventura in momenti "noisy-blues", in languide deviazioni "latin" e di "improvvisazione" decisamente più ... "avanti".
Si capisce che il Capitano Cuore-di-bue è sicuramente tra gli ascolti di riferimento (e del resto anche per gli stessi dEUS - di cui Trouvé è stato componente - le "storie" del capitano erano state sicuramente fondanti) ma si capisce anche che a ben vedere ci si ritrova ad ascoltare una forma di "prog" e "new wave" completamente de-evoluti e mutati, artatamente sbilanciati fino a sporgersi pericolosamente dallo strapiombo sonoro che sovrasta una terra (musicalmente) di nessuno ... o forse ... a ben guardare ... effettivamente abitata da anziani new wavers vestiti di stracci provenienti dalle boutique della Westwood e da vecchi marinai che indossano una sospetta copia di una maschera di trota.

Ascolto consigliato!

GARY BOYLE - The dancer (1977)



Il Jazz-rock inglese ha avuto una stagione straordinaria tra la fine degli anni sessanta e la prima metà della decade successiva, portando all'attenzione degli appassionati di nuove contaminazioni musicali interessanti talenti creativi ed eccellenti strumentisti.
Ogni stagione ovviamente ha i suoi punti fermi, di riferimento e soprattutto nella musica è quanto mai facile identificare in uno o due musicisti - per esempio - le "voci" principali di un particolare strumento musicale o di una particolare corrente compositiva. Per questo motivo la chitarra jazz-rock per eccellenza (o rock-jazz, come correttamente si tendeva a sotto-distinguere uno stile di per sè abbastanza controverso già all'epoca) è sempre stata identificata nella figura dell'inglese John McLaughlin che - a dire il vero - ha portato certamente una ventata innovativa ed estremamente stimolante nel campo in questione sia con la sua Mahavishnu Orchestra che con le sue opere soliste.
Ciò nonostante, altri interessanti virtuosi delle sei corde elettriche si sono messi in luce e tra questi non è per nulla fuori luogo indicare GARY BOYLE.
Indiano di nascita (24.11.1941 a Patna nel nordest dell'India nello stato del Bihar) dopo aver lavorato con musicisti quali Brian Auger, Keith Tippett e Stomu Yamash'ta, nel 1974 ha formato la band ISOTOPE con la quale ha poi prodotto solo due brillanti album: "Isotope" nel 1974 e "Illusion" l'anno successivo (in quest'ultimo con la collaborazione prestigiosa di Hugh Hopper).
Dopo lo scioglimento della band, Boyle ha intrapreso una carriera solista che non ha mai avuto l'attenzione che meritava probabilemnte per la sostanziale staticità del suo percorso creativo e del suo stile.
"The dancer" è l'album che di fatto inaugura questa sua carriera.
Prodotto da Robin Lumley (Brand X) e realizzato in compagnia alcuni "amici" di altissimo livello quali Rod Argent (tastiere), Morris Pert (percussioni) e Simon Phillips (batteria) il disco è uno spettacolare showcase delle doti chitarristiche di Boyle, che alternandosi tra l'elettrica pesantemente distorta e "phase-shifted" ed una acustica delicata ed emotiva riesce a proporre una gamma di colori davvero interessanti (compreso un omaggio al vecchi maestro Brian Auger con una bella versione della sua "Maiden Voyage").
Benchè sia condivisibile la tesi di chi sostiene che Boyle sia una sorta di McLaughlin "meno spirituale" a distanza di anni forse questa caratteristica non è poi da considerarsi propriamente un "limite".

Ascolto consigliato.

martedì 18 agosto 2009

KING CRIMSON - Mr. Stormy Mundy' Selections


this image is not the "official" artwork
and has been here put just as a visual
comment on what follows ...


Il meritorio lavoro di ricerca compiuto da Alex "Stormy" Mundy nel vastissimo archivio magnetico delle produzioni dei King Crimson, ha dato una prima serie di risultati davvero entusiasmanti per un appassionato ascoltatore delle traiettorie musicale della band di Fripp & Co in pressochè tutte le incarnazioni (e derive ulteriori - vedi ProjeKCts - pure!).
Ciclicamente, con una discreta frequenza, dalla cantina del DGM HQ vengono messi a disposizione (GRATUITA) in download reperti audio di assoluto valore documentale, in grado di contribuire a comprendere meglio alcune "pieghe creative" del percorso intrapreso - e brillantemente portato avanti - in così tanti anni di lavoro.
Ecco che (in una prima ricostruzione cronologica di quanto proposto da Alex Mundy*) sono magicamente disponibili versioni alternative, incomplete o stravolte di brani che hanno contraddistinto la carriera dei King Crimson, a cui si aggiungono spunti, idee primitive ed esperimenti acustici di interesse assoluto per delimitare i contorni delle possibili traiettorie poi portate a compimento.
E' del febbraio del 1970 una "Cadence and cascade" cantata addirittura da GREG LAKE e rimasta dimenticata nello scantinato di Mr.Fripp per tutti questi anni. Sezione ritmica pressochè identica alla versione poi pubblicata, ma chitarra e piano completamente differenti (flauto assente perchè Collins non era ancora stato assunto dalla band). Nessuno ricordava di aver visto Lake cantare questa controversa canzone ... ed invece ...
L'apocalittica suite "The Devil's Triangle", sempre da IN THE WAKE OF POSEIDON, assume qui un tono ancora più greve e solenne, portando il buio dove il bagliore della versione definitiva aveva provato a squarciare la claustrofobica idea originale.
Gli estratti "in progress" dalle sedute di registrazione di "Lizard" sono un imperdibile chance per capire il "metodo" di lavoro piuttosto discutibile di quella particolare stagione del gruppo. La straordinaria testimonianza magnetica della registrazione "al buio" di Haskell e McCullough di "Last Skirmish Prince Rupert's Lament" permette di riscrivere l'elemento compositivo della potenziale in/e-voluzione della mente progressive di Robert Fripp.
Le anticipazioni di temi poi stupendamente sviluppati come "Islands" o parzialmente o completamente dimenticati come "Guitar Run", "Drums Guitar & Flute" o "How do you see it?" sono brevi istantanee di una squadra al lavoro in grado di optare per qualsiasi soluzione creativa (anche la più impervia).
Così come impervio sembra il percorso di avvicinamento al repertorio della band per una nuova formazione, nuovi elementi che devono confrontarsi con la personalità e la creatività di chi li ha preceduti, ed ecco che le sedute di preparazione per il disastroso (moralmente) tour americano del 1971/1972 mostrano in tutta la sua verità tanto lo spirito di adattamento dei musicisti alla musica preesistente quanto la voglia di personalizzarla e portarla sulle proprie corde.
Le più recenti esperienza dei KC anni 80 e 90 offrono maggiore compattezza e maggiore determinazione nella ricerca dell'impatto sonoro globale, ma sono anni di relativa stabilità nel gruppo e quindi il sound si fa più omogeneo (e in certi casi più avventuroso che mai).
Gli ultimi due documenti datati 2002 permettono di guardare ancora più da vicino il processo compositivo e l'attitudine SONORA dell'ultima stagione della band in una prospettiva quasi new metal che ragionevolmente non sembrerebbe adatta all'ultrasessantenne Fripp ... eppure il musicista capace di evaporare il suono della sua chitarra nelle nuvole evanescenti dei suoi più recenti "soundscapes" offre appoggio sonoro e combustibile per l'esplosione di una musica potente e massiccia come poche in giro.

E' inutile che sottolinei l'importanza documentale di questo materiale, imperdibile per chiunque volesse ascoltare per gioire
e provare a capire ulteriori sfaccettature dell'universo Crimsoniano.

01 - Cadence And Cascade (1970.02.03)
02 - The Devil's Triangle (1970.03.24)
03 - Cirkus (1970.09.11)
04 - Last Skirmish Prince Rupert's Lament (1970.09.12)
05 - Islands (1970.12.18)
06 - Guitar run (1970.12.18)
07 - Drums guitar and flute (1970.12.19)
08 - How Do You See It? (1970.12.20)
09 - Pictures Of A City (1971.03.15)
10 - Drop In (1971.03.16)
11 - Larks Tongues In Aspic US Ad (1973.03.23)
12 - Starless And Bible Black US Ad (1973.04.00)
13 - Starless And Bible Black UK Ad (1973.04.00)
14 - Sleepless / Larks Pt III (1983.06.09)
15 - Dinosaur Dub (1994.10.28)
16 - Conversation (1994.10.29)
17 - Super Slow (2002.07.15)
18 - Happy Nouveau Metal (2002.07.17)

Procuratevi il tutto all'indirizzo www.dgmlive.com

Il piacere di soddisfare la curiosità continua!

PS:
(*) In questo ultimo periodo, sempre DGMLive ha esso a disposizione altre preziose perle sonore dell'archivio magnetico KC (memorabile una "Indoor games" in progress oppure un soundcheck del 2003 dove Belew quasi "costringe" Fripp ad intonare le immortali note di "In the court of the Crimson King ... brividi!!!) ed altre gemme laterali (sedute di EXPOSURE con improvvisazioni su temi abbozzati di formazioni estemporanee come Fripp/Wetton/Collins (Phil) o Fripp/Bruford/Berlin).
Naturalmente, quanto qui sopra indicato è quindi SOLO UNA PARTE del materiale effettivamente disponibile online.



venerdì 17 luglio 2009

STEVE TILSTON - An acoustic confusion (1971)




Tra il 1970 ed il 1973 nel Regno Unito operava THE VILLAGE THING, un'etichetta indipendente dedicata esclusivamente alla musica folk "alternativa" (ovvero come sinonimo di "originale" benchè ricca di elementi della tradizione popolare passata).
In quell'arco di tempo, l'etichetta è riuscita a pubblicare 25 albums e solo 3 singoli (una volta si chiamavano così i "45 giri") tutti in tiratura evidentemente limitata e artigianale.

Tra questi album, adesso pressochè tutti di difficile reperibilità, nel 1971 venne pubblicato "An acoustic confusion" di Steve Tilston. La straordinaria asfittica distribuzione dell'epoca non riuscì certo a far veicolare opportunamente quell'album, nascondendo così alle generazioni contemporanee un capolavoro di proporzioni difficili da descrivere senza provare un certo quale rammarico, se non addirittura "rabbia".

Steve Tilston (Liverpool 1950) proponeva una miscela originale di tradizione e stile chitarristico ben noto agli appassionati della scena illuminata allora da personaggi quali Bert Jansch (con cui ha anche gestito addirittura un club folk a Londra), Donovan, Wizz Jones e Davy Graham per dirne solo alcuni. Ma a questo tratto stilistico lo stesso Tilston aveva aggiunto anche quel modo di cantare malinconico del primo Nick Drake e anche del John Martyn più intimista e riflessivo.
Pensando bene a questo contesto, e soprattutto ASCOLTANDO questo capolavoro, risulta adesso troppo clamorosa la "voragine" in cui questo disco è stato inghiottito ingiustamente per anni.

In tempi più recenti, qualcuno si era effettivamente preso la briga di ristampare questo preziosissimo documento in un formato tecnologicamente moderno ed affidabile ... ma con un perverso e sottile dubbio gusto di farlo in EDIZIONE LIMITATA A 500 COPIE solamente.
E così la voce, la chitarra e le emozioni contenute in questo capolavoro sono state destinate nuovamente a rientrare in una bruma densa e fitta foschia che solo pochi avveduti collezionisti di tanto in tanto hanno avuto la possibilità di squarciare.

La buona notizia però è che nuovamente qualcuno - questa volta più accorto - ha definitivamente riproposto sul mercato questa preziosa registrazione ... che vi consiglio di prendere in considerazione se amate una certa musicalità cantautoriale d'albione.

Inevitabile - a questo punto - il link ... nella speranza di contribuire a mantenere vivo il ricordo di quella preziosa stagione.

martedì 14 luglio 2009

NEIL SADLER - Theory of forms (1999)



Quando mi capita di sfogliare le note di copertina di un disco prodotto da un compositore per me sconosciuto e mi trovo davanti ospiti del calibro di Mike Keneally, Bruce Fowler, Walt Fowler, Albert Wing e Kurt McGettrick credo sia automatico decidere di ascoltarne il risultato, con l’auspicio – non sempre confortato- di trovarsi di fronte ad un prodotto musicalmente di buona qualità.

In questo caso la mia aspettativa non è stata disattesa e questo album di Neil Sadler, tastierista americano che ha voluto accanto a sè personaggi del calibro di quelli sopracitati per realizzare questo ambizioso progetto definibile new-progressive-contemporary-jazz, è proprio bello.

Intendiamoci subito, se tra di voi c’è qualche estimatore di Miles Davis, magari di quelli che ritengono che dopo Miles si sia persa la strada della sperimentazione nel jazz moderno, allora questo disco potrà permettervi di elencare le numerose influenze compositivo strutturali tipiche di Davis a cui in misura maggior o minore tutti i moderni compositori o performer jazz sono riconducibili.

Ma se invece apprezzate una radice rock europea venata da scomposte incursioni free-form di moderni solisti quali Zorn, Skopelitis o Didkowsky (per citare alcuni “neurockers”...) allora questo è il disco che fa per voi. All’ascolto poi riaffiora spesso la composizione moderna tipicamente nordamericana (David Borden, Birdsongs of the mesozoic, Doctor Nerve), con l’aggiunta però in questo caso di una potentissima sezione fiati che travolge tutto e tutti.

Maiuscola veramente la prova di Keneally, tanto visionario ed imprevedibile come non mai quanto a volte capace di ridurre in brandelli il tipico chitarrismo super tecnico di musicisti quali Steve Vai e ricontestualizzarsi con un pesante suono rock (pedale wha-wha compreso...) in uno scenario assolutamente ricco di intrecci, patterns, moduli e drive rigorosamente previsti. Del resto, questo è il contesto sonoro in cui il compositore Neil Sadler li ha valorosamente costretti (si fa per dire ovviamente) a destreggiarsi.

Anche i fratelli Fowler (ah, dimenticavo, c’è anche Steve al sax ...) che danno vita ad una performance di alto virtuosismo e gusto, con una particolare meritoria citazione per un intramontabile, inossidabile Bruce in grandissimo spolvero. Tra i titoli in scaletta vi segnalo l’iniziale Jazz bastards o Dna for beginners, quest’ultima con una splendida introduzione sorprendentemente Frippiana (soundscapes ...per capirci), la lunga e complessa Theory of forms e la pirotecnica esasperazione di wFb.

Un’ultima doverosa citazione la meritano anche i due bassisti, validissimi comprimari (ma poi nemmeno tanto comprimari) degli altri nomi già citati: Bryan Beller e Joel Woods. Per ulteriori informazioni il mio consiglio è di visitare il sito della Immune Records o provare a contattare direttamente il compositore via email all’indirizzo: nsadler@apc.net

mercoledì 8 luglio 2009

mercoledì 1 luglio 2009

BOB BELL - Necropolis (1978)



FERMI TUTTI!

Ricominciamo ad ascoltare questo tizio ... questo tale BOB BELL, chitarrista (forse polistrumentista) sta per mettere in crisi anni di ascolto progressivo e post-prog (specie USA) in pochissimi secondi.
Forse è il caso di riflettere un momento ... e di cercare di capire COSA sto ascoltando.

Trattasi di una specie di kraut-rock evoluto, venato di schizofonie fripp-crimsoniane pre-Henry Cow ... o forse addirittura una chitarra che anticipa la NO-Wave della grande mela o il noise-rock degli improvvisatori folli a-la-Henry-Kaiser (e del suo collega e "amico" Fred Frith).

Non so cosa succede, ma datando questo reperto 1978 devo rileggere alcuni decenni dei parametri "creatività e coraggio" fin qui da me conosciuti.

L'aroma delle lingue di allodole in salsa si sprigiona in tutto il fuoco di fila di questa specie di chitarra di Bob Bell totalmente priva di controllo ... ma fissare qualcosa di questo imprendibile caotico andamento sonoro è come cercare di fissare dei particolari precisi di paesaggio guardando fuori dal finestrino di un treno in corsa.

Nella seconda facciata del disco viene fatta sparire la chitarra (forse letteralmente "disintegrata" nelle esecuzioni del primo lato) ... ed il terrorismo sonoro è appannaggio di un rutilante pianoforte free ed un sax in continuo "preset snork generator" ad opera dello stesso Bell.

Smetto di riflettere ... e ascolto.

Un capolavoro ... un vero respiro di ... anidride carbonica ... ma "pura" però!

......... aargh!

nota informativa:
BOB BELL, canadese. di Vancouver, B.C.
Nel 1978 ha stampato autonoma-mente una tiratura privata in pochissime copie di questo clamoroso evento musicale a cavallo tra la psycho-schizoponia fripp-crimsoniana ed il free jazz di Ornette Coleman come se interpretati da rigorosi musicisti della colonia degli Inner Space studio.

Line up:
BOB BELL - chitarra (lato 1)
Mark Franklin - basso (lato 1)
Paul Franklin - percussioni (lato 1)

BOB BELL - alto sax (lato 2)
Paul Plimley - pianoforte (lato 2)
Lyle Ellis - contrabbasso (lato 2)



lunedì 22 giugno 2009

ODISSEA - Teatro S.Marco (Mestre) 4.12.1973



Il ricordo di una musica capace di cancellare una freddissima serata dicembrina delle terraferma veneziana è riaffiorato integro dopo tutto questo tempo al solo fruscio iniziale del nastro c60 da me registrata con un piccolo rudimentale Sony a cassetta.

Certo che la mia personale adolescente dimensione di quattordicenne mi aiuta a seppellire con l'ingenuità e la voglia di essere partecipe di un "qualcosa di importante e significativo" tutte le evidenti ragionevoli manchevolezze di una musica derivativa e tutt'altro che originale in senso assoluto ... ma tant'è ... e la mia posizione in seconda fila centrale (guadagnata a spintoni nell'imbuto soffocante dell'ingresso dell'ormai "supermercato" Teatro San Marco) è ricordata anche adesso come una grande impresa eroica!

Dopo gli inquietanti (ma molto più avanti musicalmente) ROCKY'S FILJ e prima dei fenomeni del BANCO DEL MUTUO SOCCORSO, questa band originaria di Biella ha saputo raccontare il suono progressive d'oltremanica con ricercato e sofisticato italico idioma.

A distanza di anni fa sorridere la perentoria richiesta iniziale di Roberto Zola ad un pubblico voglioso di ascoltare della buona musica ("innanzitutto prima di cominciare volevo dirvi di fare silenzio!") ma probabilmente già pronto ai momenti di grande disordine, tensione e caos comportamentale che si faranno tristemente avanti solo qualche mese dopo, relegando l'Italia ad un paese "off-limit" per i musicisti della creatività continentale contemporanea.

Rimane questa registrazione amatoriale a ricordo documentale di quattro brani, due già presenti nell'unico album del gruppo ("Giochi nuovi, carte nuove" e "Domanda") e due inediti - ancora oggi, secondo me - di cui uno "Senza titolo" e un secondo (eccellente!) intitolato "Prima donna".

Un concerto che racconta davvero una stagione di grande potenziale creativo per quella generazione, ma che impietosamente riporta anche alla luce l'incapacità dell'industria musicale italiana nel coltivare talenti e promuovere un vero movimento culturale ... ma per questa lacuna vergognosa, forse le motivazioni reali bisognerebbe ricercarle altrove.

Grandi memorie, comunque.

lunedì 8 giugno 2009

giovedì 19 marzo 2009

LINDA PERHACS - Parallelograms (1970)



Altro capolavoro assoluto fortunatamente recuperato dall'oblio a cui è stato relegato per oltre trent'anni è PARALLELOGRAMS di LINDA PERHACS che ha trovato finalmente una nuova vita grazie alla pubblicazione su Compact Disc nel 2005.

Ma soprattutto è un pubblico potenzialmente più vasto che ha la preziosa opportunita di incontrare questo straordinario esempio di coscienza musicale sicuramente facilmente databile ad una stagione musicale tanto utopica quanto naive ed ingenua, ma struggente nella sua emotiva natura e generosità.

Alla fine degli anni sessanta la californiana Linda Arnold è impiegata in uno studio dentistico in qualità di igienista orale. Si occupa cioè di rendere ancora più smaglianti e convincenti i sorrisi di attori di Hollywood quali Cary Grant e Paul Newman (solo per citarne due tra i tanti).

E' lei stessa a non considerare la sua passione per la musica in modo serio per il futuro, sebbene la sua propensione all'arte sia evidente anche nelle scelte di vita.
Ha sposato ancora durante le scuole superiori lo scultore Les Perhacs che le ha fatto conoscere la musica dell'emergente movimento folk ed acid/folk californiano di straordinari artisti quali Crosby, Stills and Nash, Tim Buckley, the Doors e Joni Mitchell.
Con queste suggestioni Linda inizia a scrivere le sue canzoni, nella timida dimensione della propria casa senza velleità di alcun tipo.

Eppure durante una seduta di igiene dentale allo studio entra in conversazione con Leonard Rosenman (compositore di colonne sonore famose - oscar per "Barry Lyndon" di Stanley Kubrick qualche anno dopo - e musicista di grande sensibilità) raccontandogli delle sue passioni musicali e nel manifestare la sua propria passione per la musica, timidamente gli regala una audio-cassetta delle sue composizioni registrate amatorialmente.

Rosenman, tornato a casa, dopo aver ascoltato il nastro richiama Linda per proporle un incontro progettuale proprio su QUELLA musica così fantastica.

La cruda storia racconta che il disco viene pubblicato qualche mese dopo ma a causa di una sbagliata equalizzazione viene penalizzato e praticamente diventa impossibile da proporre alle emittenti radiofoniche che ovviamente rappresentano una importante occasione promozionale.
La stessa storia racconta anche che poco dopo la produzione del disco finisce il matrimonio con Les Perhacs creando una profonda frattura nella sua personale dimensione emozionale, scrivendo così la parola fine sulle sue aspirazioni artistiche.

Rimanendo a lavorare come igienista dentale, Linda Perhacs inizia un suo percorso filososfico spirituale che la porta a priviliegiare la meditazione nelle caratteristiche che qualche anno dopo avrebbero dato origine al movimento New Age.

Per fortuna però, quel fragile seme musicale contenuto nella miserabile stampa originale del suo disco viene conservato da pochi cultori e tramandato negli anni come una rara reliquia di una stagione musicale inarrivabile.

Michael Piper, uno dei primi appassionati ed amanti del suo oscuro lavoro musicale, riesce ad arrivare a recuperare i nastri originali e dopo averli rielaborati degnamente grazie alle moderne tecnologie nel 2005 appunto li ripubblica in Compact Disc.

Il velo di anonimato si squarcia e l'algida figura di Linda Perhacs finalmente riprende a raccontare le sue storie evanescenti a cavallo tra la sperimentazione elettronica e vocale e le ballate acustiche del mondo folk americano.

Non ci sono molte altre parole per definire questo disco, l'unica è CAPOLAVORO a cui aggiungo convinto l'aggettivo IMPERDIBILE!