martedì 6 ottobre 2009

KING CRIMSON - Birchmere - Alexandria, VA (2003.03.04)



A farla da padrone in questa registrazione del 2003 è l'influenza del povero Belew che davvero con encomiabile professionalità porta a compimento il suo obbligo contrattuale. E lo fa con grande umorismo ed autoironia senza abbassare di granchè il suo (alto) standard abituale.
In effetti, il giorno prima era stato costretto dal medico a rimanere a letto in albergo, e quindi il previsto concerto dei King Crimson di fatto si era trasformato in un estemporanea performance del Projekct Three (come documentato nel KCcc 34).
Per quello che riguarda questa registrazione resa disponibile da pochissimo nell'archivio pubblico della DGMLive! sono da notare soprattutto le interpretazioni al fulmicotone di brani come "Prozakc blues", "Level five" e "Facts of life" nonostante qualche indecisione addirittura di sua Maestà "in-persona".
RF si rifà alla grande alla volta di "The World's My Oyster Soup Kitchen Floor Wax Museum" (mentre qui è Belew che per la prima volta ha una leggera indecisone) e "Dangerous curve", ma in sostanza è l'ennesima dimostrazione della solida dimensione live dell'ultimo quartetto della (per fortuna fin qui non ancora conclusa) storia della corte Reale.
E che questa formazione fosse "muscolare" risulta evidente nonostante le sbavature del sovrano questa volta grazie soprattutto alla potenza esplosiva del drumming "ibrido" del miglior Mastelotto.

Reperibile qui.

X-LEGGED SALLY - The land of the giant dwarfs (1995)



Se l'Europa continentale seguisse con maggiore attenzione le vicende della periferia dell'impero britannico nell'industria discografica scoprirebbe esempi di notevole valore tra le fila dei gruppi collocati "albione altrove" nello spazio del vecchio continente.

"Sally con le gambe storte" viene dal Belgio, ma chi ha la fortuna di incrociarne le gesta musicali viene inevitabilemente sopraffatto dalla qualità della proposta e dalla straordinaria bravura dei musicisti coinvolti nel progetto.
Una musica che attraversa trasversalmente la complessità concettuale propria dei più contorti momenti tipici del R.I.O coniugando la lezione Zappiana e l'imprevedibilità dei Doctor Nerve di Nick Didkowski, non dimenticando brandelli di improbabile "mekanik dancing" circense contemporanea.

E' una musica intelligente nel senso più pieno del termine, dove ogni singola nota, ogni singola ombra musicale è funzionale alla storia che viene raccontata, sia si tratti di grotteschi organetti distorti o sezioni di fiati dis-connesse dal contesto generale.
Anche la lezione dell'isteria dei Cardiacs o l'ordinato disordine dei Wizards of Twiddly sembra contaminare lo scenario generale, riducendo ogni singolo brano ad un crogiolo in ebollizione dove differenti, antitetici approcci musicali si fondono in un unico amalgama in cui diventa impossibile spesso distinguere il punto di partenza.

Ora Sally non esiste più, destino normale per le realtà troppo coraggiose ed incapaci di assoggettarsi alla massificazione del mercato, ma per fortuna i dischi prodotti sono reperibili abbastanza facilmente (in un modo o nell'altro), senza dimenticare che ci sta pensando una nuova banda come FES a portare avanti questo straordinario modo di interpretare la funzione progressiva della musica giovanile.

TELEVISION PERSONALITIES - And don't the kids just love it (1981)



Lo-fi predecessore di molto minimalismo loser anni '90, questo disco pubblicato in una prima tiratura indipendente nel 1981 è stato sicuramente tra i fenomeni musicali più incredibili della prima metà della decade, sebbene così lontano dai suoni allora emergenti.
Un bizzarro disco di debutto per la band di Daniel Treacy, sebbene sia difficile considerare l'album come un lavor davvero corale di un gruppo, quanto invece una concretizzazione di alcuni tra gli incubi quotidiani della gioventù contempranea, immersa nella rigida ricetta Thatcheriana.
Il buffo "cockney" con cui le canzoni vengono cantate rende tutto ancor più curioso e - per certi versi - anche divertente (per chi era abituato alla pronuncia retorica ed altisonante dei grandi cantati dell'era progressive).
Le canzoncine sembrano essere state registrate (e lo sono state effettivamente!!!) con mezzi di fortuna e riportano più ad una dimensione "garage". Sono tanti i momenti notevoli di questo disco "post-punk" anarcoide e potentissimo nella sua fragilità, ma tra tutti sicuramente emerge con un devastante impatto emotivo "I know where Syd Barret lives", commovente dedica naif alla figura seminale della psichedelia britannica con i suoi Pink Floyd ... dove il testo parla da solo:

"There's a little man in a little house
With a little pet dog and a little pet mouse
I know where he lives and I visit him
We have sunday tea, sausages and beans
I know where he lives
Cause I know where Syd Barrett lives
He was very famous once upon a time
But no one knows even if he's alive
But I know where he lives and I visit him
In a little hut in Cambridge
I know where he lives
Cause I know where Syd Barrett lives
And the trees and the flowers are so pretty, aren't they?
He was very famous once upon a time
And no one cares even if he's alive (... WE DO!!!)
But I know where he lives and I visit him
In a little hut by the edge of the wood"

Ed i testi sembrano aprire stravaganti squarci poetici nell'abituale rabbioso grigiore del punk fine anni settanta, lasciando intravvedere crude toccanti verità come:

"I hear my father shouting at my mother
In the room next door
He's always threatening to pack his bags
'Cause he can't take it anymore
And my brother's anorexic
But no one seems to care about the state he's in
And my sister's in a club, she's a barmaid in a pub
And my mother's full of gin
Can you hear this angry silence?
I spend the days on my own
Writing silly poetry
Writing poems for the girl I love
But she doesn't love me
And I'm scared to go out at night
It's not safe on the streets
And it's hard to disagree in today's society
You can't trust anyone you meet
Can you hear this angry silence?
Listen, listen, listen... this angry silence"

o beffarde ed ironiche come:

'I telephoned God today, but all I got was the answering machine'.

La vita vera però ha messo a dura prova la fragilità emotiva dello stesso Treacy, sconvolto dall'uso costante di eroina, anfetamina ed alcol, ha trascorso gran parte di questi ultimi anni tra cliniche di riabilitazione mentale e patrie galere. Ha anche tentato di riprendere l'attività musicale nel 2006, ma senza grande risultato. Molte delle pubblicazioni uscite negli anni 90 sono composte da registrazioni senza troppe pretese e (forse) con il solo scopo di provare ad avere un qualche reddito extra grazie alla notevole fama raggiunta con i primi due album dei TVP.

Nonostante la malinconica vita reale che gravita intorno al suo creatore, comunque, "And don't the kids just love it" è disco da avere e da ascoltare con partecipazione e trasporto perchè è realmente una piccola luce nella tetra penombra di quei giorni.

THE KOOBAS - Koobas (1969)



Mentre i Beatles evolvevano il loro sound verso lo stadio creativo finale, dalle parti del Merseyside il terremoto causato dalla loro straordinaria ascesa cominciava a dare dei frutti laterali.
Sebbene fondati nel lontano 1962, messi sotto contratto da un certo Brian Epstein due anni dopo, compagni di "merende" dei Fab Four allo Star Club di Amburgo, ed opening act per una band chiamata The who nel 1966, solo nel 1967 convertono il loro suono con abbondanti dosi di psichedelia internazionale e danno alla luce il loro primo (e unico) album.
Qualcuno sottolinea il fatto che l'album sembri essere una sorta di "concept", ma essendo tutti dotati di indubbie qualità musicali ed abbondante personalità ecco che THE KOOBAS propongono un "pop psichedelico" di grande impatto e sicuramente troppo poco considerato all'epoca.
Ascoltando questi episodi "minori" del movimento giovanile musicale in marcia in quegli anni si capisce facilmente PERCHE' in pochi mesi il tutto si sia evoluto nella forma del "progressive", mettendo in risalto il grandissimo livello di elaborazione artistica che proprio quel genere ha portato alle nuove generazioni di musicisti.
Questo debutto dei Koobas comunque si ascolta con grande piacere e si fa apprezzare anche a distanza di così tanti anni. Opportuna la recente ristampa su CD (con Bonus) che ha dato una ulteriore vetrina a questa band pressochè dimenticata dai più (o citata per la militanza di Keith Ellis nelle prime formazioni dei Van Der Graaf Generator o - successivamente - negli interessanti Juicy Lucy).

KISS MY JAZZ - Lost souls convention (1997)



Che disco!
L'operazione di "ibridare" i generi musicali è stata una delle caratteristiche che - per dirla zappianamente - rappresentano "the results of a higher education".
Indubbiamente una maggiore versatilità creativa dei musicisti delle ultime decadi (e parlo di musicisti veri, non ... "digitali") è stata la base di partenza per prodotti apparentemente anche "commerciali" (dEUS probabilmente à l'esempio più eclatante in Europa) ed ha portato inaspettate traiettorie musicali davvero stimolanti.
KISS MY JAZZ è una di queste "creature" difficile da etichettare ma assolutamente imperdibile per una collezione discografica completa e coerente per documentare la musica europea di fine anni 90.
RUDY TROUVE' (Anversa, Belgio) è l'animatore di questo progetto che si colloca a cavallo tra una musica che ha del "cantautoriale" ma che allo stesso tempo prende derive "quasi-jazz mutate" o addirittura si avventura in momenti "noisy-blues", in languide deviazioni "latin" e di "improvvisazione" decisamente più ... "avanti".
Si capisce che il Capitano Cuore-di-bue è sicuramente tra gli ascolti di riferimento (e del resto anche per gli stessi dEUS - di cui Trouvé è stato componente - le "storie" del capitano erano state sicuramente fondanti) ma si capisce anche che a ben vedere ci si ritrova ad ascoltare una forma di "prog" e "new wave" completamente de-evoluti e mutati, artatamente sbilanciati fino a sporgersi pericolosamente dallo strapiombo sonoro che sovrasta una terra (musicalmente) di nessuno ... o forse ... a ben guardare ... effettivamente abitata da anziani new wavers vestiti di stracci provenienti dalle boutique della Westwood e da vecchi marinai che indossano una sospetta copia di una maschera di trota.

Ascolto consigliato!

GARY BOYLE - The dancer (1977)



Il Jazz-rock inglese ha avuto una stagione straordinaria tra la fine degli anni sessanta e la prima metà della decade successiva, portando all'attenzione degli appassionati di nuove contaminazioni musicali interessanti talenti creativi ed eccellenti strumentisti.
Ogni stagione ovviamente ha i suoi punti fermi, di riferimento e soprattutto nella musica è quanto mai facile identificare in uno o due musicisti - per esempio - le "voci" principali di un particolare strumento musicale o di una particolare corrente compositiva. Per questo motivo la chitarra jazz-rock per eccellenza (o rock-jazz, come correttamente si tendeva a sotto-distinguere uno stile di per sè abbastanza controverso già all'epoca) è sempre stata identificata nella figura dell'inglese John McLaughlin che - a dire il vero - ha portato certamente una ventata innovativa ed estremamente stimolante nel campo in questione sia con la sua Mahavishnu Orchestra che con le sue opere soliste.
Ciò nonostante, altri interessanti virtuosi delle sei corde elettriche si sono messi in luce e tra questi non è per nulla fuori luogo indicare GARY BOYLE.
Indiano di nascita (24.11.1941 a Patna nel nordest dell'India nello stato del Bihar) dopo aver lavorato con musicisti quali Brian Auger, Keith Tippett e Stomu Yamash'ta, nel 1974 ha formato la band ISOTOPE con la quale ha poi prodotto solo due brillanti album: "Isotope" nel 1974 e "Illusion" l'anno successivo (in quest'ultimo con la collaborazione prestigiosa di Hugh Hopper).
Dopo lo scioglimento della band, Boyle ha intrapreso una carriera solista che non ha mai avuto l'attenzione che meritava probabilemnte per la sostanziale staticità del suo percorso creativo e del suo stile.
"The dancer" è l'album che di fatto inaugura questa sua carriera.
Prodotto da Robin Lumley (Brand X) e realizzato in compagnia alcuni "amici" di altissimo livello quali Rod Argent (tastiere), Morris Pert (percussioni) e Simon Phillips (batteria) il disco è uno spettacolare showcase delle doti chitarristiche di Boyle, che alternandosi tra l'elettrica pesantemente distorta e "phase-shifted" ed una acustica delicata ed emotiva riesce a proporre una gamma di colori davvero interessanti (compreso un omaggio al vecchi maestro Brian Auger con una bella versione della sua "Maiden Voyage").
Benchè sia condivisibile la tesi di chi sostiene che Boyle sia una sorta di McLaughlin "meno spirituale" a distanza di anni forse questa caratteristica non è poi da considerarsi propriamente un "limite".

Ascolto consigliato.

martedì 18 agosto 2009

KING CRIMSON - Mr. Stormy Mundy' Selections


this image is not the "official" artwork
and has been here put just as a visual
comment on what follows ...


Il meritorio lavoro di ricerca compiuto da Alex "Stormy" Mundy nel vastissimo archivio magnetico delle produzioni dei King Crimson, ha dato una prima serie di risultati davvero entusiasmanti per un appassionato ascoltatore delle traiettorie musicale della band di Fripp & Co in pressochè tutte le incarnazioni (e derive ulteriori - vedi ProjeKCts - pure!).
Ciclicamente, con una discreta frequenza, dalla cantina del DGM HQ vengono messi a disposizione (GRATUITA) in download reperti audio di assoluto valore documentale, in grado di contribuire a comprendere meglio alcune "pieghe creative" del percorso intrapreso - e brillantemente portato avanti - in così tanti anni di lavoro.
Ecco che (in una prima ricostruzione cronologica di quanto proposto da Alex Mundy*) sono magicamente disponibili versioni alternative, incomplete o stravolte di brani che hanno contraddistinto la carriera dei King Crimson, a cui si aggiungono spunti, idee primitive ed esperimenti acustici di interesse assoluto per delimitare i contorni delle possibili traiettorie poi portate a compimento.
E' del febbraio del 1970 una "Cadence and cascade" cantata addirittura da GREG LAKE e rimasta dimenticata nello scantinato di Mr.Fripp per tutti questi anni. Sezione ritmica pressochè identica alla versione poi pubblicata, ma chitarra e piano completamente differenti (flauto assente perchè Collins non era ancora stato assunto dalla band). Nessuno ricordava di aver visto Lake cantare questa controversa canzone ... ed invece ...
L'apocalittica suite "The Devil's Triangle", sempre da IN THE WAKE OF POSEIDON, assume qui un tono ancora più greve e solenne, portando il buio dove il bagliore della versione definitiva aveva provato a squarciare la claustrofobica idea originale.
Gli estratti "in progress" dalle sedute di registrazione di "Lizard" sono un imperdibile chance per capire il "metodo" di lavoro piuttosto discutibile di quella particolare stagione del gruppo. La straordinaria testimonianza magnetica della registrazione "al buio" di Haskell e McCullough di "Last Skirmish Prince Rupert's Lament" permette di riscrivere l'elemento compositivo della potenziale in/e-voluzione della mente progressive di Robert Fripp.
Le anticipazioni di temi poi stupendamente sviluppati come "Islands" o parzialmente o completamente dimenticati come "Guitar Run", "Drums Guitar & Flute" o "How do you see it?" sono brevi istantanee di una squadra al lavoro in grado di optare per qualsiasi soluzione creativa (anche la più impervia).
Così come impervio sembra il percorso di avvicinamento al repertorio della band per una nuova formazione, nuovi elementi che devono confrontarsi con la personalità e la creatività di chi li ha preceduti, ed ecco che le sedute di preparazione per il disastroso (moralmente) tour americano del 1971/1972 mostrano in tutta la sua verità tanto lo spirito di adattamento dei musicisti alla musica preesistente quanto la voglia di personalizzarla e portarla sulle proprie corde.
Le più recenti esperienza dei KC anni 80 e 90 offrono maggiore compattezza e maggiore determinazione nella ricerca dell'impatto sonoro globale, ma sono anni di relativa stabilità nel gruppo e quindi il sound si fa più omogeneo (e in certi casi più avventuroso che mai).
Gli ultimi due documenti datati 2002 permettono di guardare ancora più da vicino il processo compositivo e l'attitudine SONORA dell'ultima stagione della band in una prospettiva quasi new metal che ragionevolmente non sembrerebbe adatta all'ultrasessantenne Fripp ... eppure il musicista capace di evaporare il suono della sua chitarra nelle nuvole evanescenti dei suoi più recenti "soundscapes" offre appoggio sonoro e combustibile per l'esplosione di una musica potente e massiccia come poche in giro.

E' inutile che sottolinei l'importanza documentale di questo materiale, imperdibile per chiunque volesse ascoltare per gioire
e provare a capire ulteriori sfaccettature dell'universo Crimsoniano.

01 - Cadence And Cascade (1970.02.03)
02 - The Devil's Triangle (1970.03.24)
03 - Cirkus (1970.09.11)
04 - Last Skirmish Prince Rupert's Lament (1970.09.12)
05 - Islands (1970.12.18)
06 - Guitar run (1970.12.18)
07 - Drums guitar and flute (1970.12.19)
08 - How Do You See It? (1970.12.20)
09 - Pictures Of A City (1971.03.15)
10 - Drop In (1971.03.16)
11 - Larks Tongues In Aspic US Ad (1973.03.23)
12 - Starless And Bible Black US Ad (1973.04.00)
13 - Starless And Bible Black UK Ad (1973.04.00)
14 - Sleepless / Larks Pt III (1983.06.09)
15 - Dinosaur Dub (1994.10.28)
16 - Conversation (1994.10.29)
17 - Super Slow (2002.07.15)
18 - Happy Nouveau Metal (2002.07.17)

Procuratevi il tutto all'indirizzo www.dgmlive.com

Il piacere di soddisfare la curiosità continua!

PS:
(*) In questo ultimo periodo, sempre DGMLive ha esso a disposizione altre preziose perle sonore dell'archivio magnetico KC (memorabile una "Indoor games" in progress oppure un soundcheck del 2003 dove Belew quasi "costringe" Fripp ad intonare le immortali note di "In the court of the Crimson King ... brividi!!!) ed altre gemme laterali (sedute di EXPOSURE con improvvisazioni su temi abbozzati di formazioni estemporanee come Fripp/Wetton/Collins (Phil) o Fripp/Bruford/Berlin).
Naturalmente, quanto qui sopra indicato è quindi SOLO UNA PARTE del materiale effettivamente disponibile online.



venerdì 17 luglio 2009

STEVE TILSTON - An acoustic confusion (1971)




Tra il 1970 ed il 1973 nel Regno Unito operava THE VILLAGE THING, un'etichetta indipendente dedicata esclusivamente alla musica folk "alternativa" (ovvero come sinonimo di "originale" benchè ricca di elementi della tradizione popolare passata).
In quell'arco di tempo, l'etichetta è riuscita a pubblicare 25 albums e solo 3 singoli (una volta si chiamavano così i "45 giri") tutti in tiratura evidentemente limitata e artigianale.

Tra questi album, adesso pressochè tutti di difficile reperibilità, nel 1971 venne pubblicato "An acoustic confusion" di Steve Tilston. La straordinaria asfittica distribuzione dell'epoca non riuscì certo a far veicolare opportunamente quell'album, nascondendo così alle generazioni contemporanee un capolavoro di proporzioni difficili da descrivere senza provare un certo quale rammarico, se non addirittura "rabbia".

Steve Tilston (Liverpool 1950) proponeva una miscela originale di tradizione e stile chitarristico ben noto agli appassionati della scena illuminata allora da personaggi quali Bert Jansch (con cui ha anche gestito addirittura un club folk a Londra), Donovan, Wizz Jones e Davy Graham per dirne solo alcuni. Ma a questo tratto stilistico lo stesso Tilston aveva aggiunto anche quel modo di cantare malinconico del primo Nick Drake e anche del John Martyn più intimista e riflessivo.
Pensando bene a questo contesto, e soprattutto ASCOLTANDO questo capolavoro, risulta adesso troppo clamorosa la "voragine" in cui questo disco è stato inghiottito ingiustamente per anni.

In tempi più recenti, qualcuno si era effettivamente preso la briga di ristampare questo preziosissimo documento in un formato tecnologicamente moderno ed affidabile ... ma con un perverso e sottile dubbio gusto di farlo in EDIZIONE LIMITATA A 500 COPIE solamente.
E così la voce, la chitarra e le emozioni contenute in questo capolavoro sono state destinate nuovamente a rientrare in una bruma densa e fitta foschia che solo pochi avveduti collezionisti di tanto in tanto hanno avuto la possibilità di squarciare.

La buona notizia però è che nuovamente qualcuno - questa volta più accorto - ha definitivamente riproposto sul mercato questa preziosa registrazione ... che vi consiglio di prendere in considerazione se amate una certa musicalità cantautoriale d'albione.

Inevitabile - a questo punto - il link ... nella speranza di contribuire a mantenere vivo il ricordo di quella preziosa stagione.

martedì 14 luglio 2009

NEIL SADLER - Theory of forms (1999)



Quando mi capita di sfogliare le note di copertina di un disco prodotto da un compositore per me sconosciuto e mi trovo davanti ospiti del calibro di Mike Keneally, Bruce Fowler, Walt Fowler, Albert Wing e Kurt McGettrick credo sia automatico decidere di ascoltarne il risultato, con l’auspicio – non sempre confortato- di trovarsi di fronte ad un prodotto musicalmente di buona qualità.

In questo caso la mia aspettativa non è stata disattesa e questo album di Neil Sadler, tastierista americano che ha voluto accanto a sè personaggi del calibro di quelli sopracitati per realizzare questo ambizioso progetto definibile new-progressive-contemporary-jazz, è proprio bello.

Intendiamoci subito, se tra di voi c’è qualche estimatore di Miles Davis, magari di quelli che ritengono che dopo Miles si sia persa la strada della sperimentazione nel jazz moderno, allora questo disco potrà permettervi di elencare le numerose influenze compositivo strutturali tipiche di Davis a cui in misura maggior o minore tutti i moderni compositori o performer jazz sono riconducibili.

Ma se invece apprezzate una radice rock europea venata da scomposte incursioni free-form di moderni solisti quali Zorn, Skopelitis o Didkowsky (per citare alcuni “neurockers”...) allora questo è il disco che fa per voi. All’ascolto poi riaffiora spesso la composizione moderna tipicamente nordamericana (David Borden, Birdsongs of the mesozoic, Doctor Nerve), con l’aggiunta però in questo caso di una potentissima sezione fiati che travolge tutto e tutti.

Maiuscola veramente la prova di Keneally, tanto visionario ed imprevedibile come non mai quanto a volte capace di ridurre in brandelli il tipico chitarrismo super tecnico di musicisti quali Steve Vai e ricontestualizzarsi con un pesante suono rock (pedale wha-wha compreso...) in uno scenario assolutamente ricco di intrecci, patterns, moduli e drive rigorosamente previsti. Del resto, questo è il contesto sonoro in cui il compositore Neil Sadler li ha valorosamente costretti (si fa per dire ovviamente) a destreggiarsi.

Anche i fratelli Fowler (ah, dimenticavo, c’è anche Steve al sax ...) che danno vita ad una performance di alto virtuosismo e gusto, con una particolare meritoria citazione per un intramontabile, inossidabile Bruce in grandissimo spolvero. Tra i titoli in scaletta vi segnalo l’iniziale Jazz bastards o Dna for beginners, quest’ultima con una splendida introduzione sorprendentemente Frippiana (soundscapes ...per capirci), la lunga e complessa Theory of forms e la pirotecnica esasperazione di wFb.

Un’ultima doverosa citazione la meritano anche i due bassisti, validissimi comprimari (ma poi nemmeno tanto comprimari) degli altri nomi già citati: Bryan Beller e Joel Woods. Per ulteriori informazioni il mio consiglio è di visitare il sito della Immune Records o provare a contattare direttamente il compositore via email all’indirizzo: nsadler@apc.net

mercoledì 8 luglio 2009

mercoledì 1 luglio 2009

BOB BELL - Necropolis (1978)



FERMI TUTTI!

Ricominciamo ad ascoltare questo tizio ... questo tale BOB BELL, chitarrista (forse polistrumentista) sta per mettere in crisi anni di ascolto progressivo e post-prog (specie USA) in pochissimi secondi.
Forse è il caso di riflettere un momento ... e di cercare di capire COSA sto ascoltando.

Trattasi di una specie di kraut-rock evoluto, venato di schizofonie fripp-crimsoniane pre-Henry Cow ... o forse addirittura una chitarra che anticipa la NO-Wave della grande mela o il noise-rock degli improvvisatori folli a-la-Henry-Kaiser (e del suo collega e "amico" Fred Frith).

Non so cosa succede, ma datando questo reperto 1978 devo rileggere alcuni decenni dei parametri "creatività e coraggio" fin qui da me conosciuti.

L'aroma delle lingue di allodole in salsa si sprigiona in tutto il fuoco di fila di questa specie di chitarra di Bob Bell totalmente priva di controllo ... ma fissare qualcosa di questo imprendibile caotico andamento sonoro è come cercare di fissare dei particolari precisi di paesaggio guardando fuori dal finestrino di un treno in corsa.

Nella seconda facciata del disco viene fatta sparire la chitarra (forse letteralmente "disintegrata" nelle esecuzioni del primo lato) ... ed il terrorismo sonoro è appannaggio di un rutilante pianoforte free ed un sax in continuo "preset snork generator" ad opera dello stesso Bell.

Smetto di riflettere ... e ascolto.

Un capolavoro ... un vero respiro di ... anidride carbonica ... ma "pura" però!

......... aargh!

nota informativa:
BOB BELL, canadese. di Vancouver, B.C.
Nel 1978 ha stampato autonoma-mente una tiratura privata in pochissime copie di questo clamoroso evento musicale a cavallo tra la psycho-schizoponia fripp-crimsoniana ed il free jazz di Ornette Coleman come se interpretati da rigorosi musicisti della colonia degli Inner Space studio.

Line up:
BOB BELL - chitarra (lato 1)
Mark Franklin - basso (lato 1)
Paul Franklin - percussioni (lato 1)

BOB BELL - alto sax (lato 2)
Paul Plimley - pianoforte (lato 2)
Lyle Ellis - contrabbasso (lato 2)



lunedì 22 giugno 2009

ODISSEA - Teatro S.Marco (Mestre) 4.12.1973



Il ricordo di una musica capace di cancellare una freddissima serata dicembrina delle terraferma veneziana è riaffiorato integro dopo tutto questo tempo al solo fruscio iniziale del nastro c60 da me registrata con un piccolo rudimentale Sony a cassetta.

Certo che la mia personale adolescente dimensione di quattordicenne mi aiuta a seppellire con l'ingenuità e la voglia di essere partecipe di un "qualcosa di importante e significativo" tutte le evidenti ragionevoli manchevolezze di una musica derivativa e tutt'altro che originale in senso assoluto ... ma tant'è ... e la mia posizione in seconda fila centrale (guadagnata a spintoni nell'imbuto soffocante dell'ingresso dell'ormai "supermercato" Teatro San Marco) è ricordata anche adesso come una grande impresa eroica!

Dopo gli inquietanti (ma molto più avanti musicalmente) ROCKY'S FILJ e prima dei fenomeni del BANCO DEL MUTUO SOCCORSO, questa band originaria di Biella ha saputo raccontare il suono progressive d'oltremanica con ricercato e sofisticato italico idioma.

A distanza di anni fa sorridere la perentoria richiesta iniziale di Roberto Zola ad un pubblico voglioso di ascoltare della buona musica ("innanzitutto prima di cominciare volevo dirvi di fare silenzio!") ma probabilmente già pronto ai momenti di grande disordine, tensione e caos comportamentale che si faranno tristemente avanti solo qualche mese dopo, relegando l'Italia ad un paese "off-limit" per i musicisti della creatività continentale contemporanea.

Rimane questa registrazione amatoriale a ricordo documentale di quattro brani, due già presenti nell'unico album del gruppo ("Giochi nuovi, carte nuove" e "Domanda") e due inediti - ancora oggi, secondo me - di cui uno "Senza titolo" e un secondo (eccellente!) intitolato "Prima donna".

Un concerto che racconta davvero una stagione di grande potenziale creativo per quella generazione, ma che impietosamente riporta anche alla luce l'incapacità dell'industria musicale italiana nel coltivare talenti e promuovere un vero movimento culturale ... ma per questa lacuna vergognosa, forse le motivazioni reali bisognerebbe ricercarle altrove.

Grandi memorie, comunque.

lunedì 8 giugno 2009

giovedì 19 marzo 2009

LINDA PERHACS - Parallelograms (1970)



Altro capolavoro assoluto fortunatamente recuperato dall'oblio a cui è stato relegato per oltre trent'anni è PARALLELOGRAMS di LINDA PERHACS che ha trovato finalmente una nuova vita grazie alla pubblicazione su Compact Disc nel 2005.

Ma soprattutto è un pubblico potenzialmente più vasto che ha la preziosa opportunita di incontrare questo straordinario esempio di coscienza musicale sicuramente facilmente databile ad una stagione musicale tanto utopica quanto naive ed ingenua, ma struggente nella sua emotiva natura e generosità.

Alla fine degli anni sessanta la californiana Linda Arnold è impiegata in uno studio dentistico in qualità di igienista orale. Si occupa cioè di rendere ancora più smaglianti e convincenti i sorrisi di attori di Hollywood quali Cary Grant e Paul Newman (solo per citarne due tra i tanti).

E' lei stessa a non considerare la sua passione per la musica in modo serio per il futuro, sebbene la sua propensione all'arte sia evidente anche nelle scelte di vita.
Ha sposato ancora durante le scuole superiori lo scultore Les Perhacs che le ha fatto conoscere la musica dell'emergente movimento folk ed acid/folk californiano di straordinari artisti quali Crosby, Stills and Nash, Tim Buckley, the Doors e Joni Mitchell.
Con queste suggestioni Linda inizia a scrivere le sue canzoni, nella timida dimensione della propria casa senza velleità di alcun tipo.

Eppure durante una seduta di igiene dentale allo studio entra in conversazione con Leonard Rosenman (compositore di colonne sonore famose - oscar per "Barry Lyndon" di Stanley Kubrick qualche anno dopo - e musicista di grande sensibilità) raccontandogli delle sue passioni musicali e nel manifestare la sua propria passione per la musica, timidamente gli regala una audio-cassetta delle sue composizioni registrate amatorialmente.

Rosenman, tornato a casa, dopo aver ascoltato il nastro richiama Linda per proporle un incontro progettuale proprio su QUELLA musica così fantastica.

La cruda storia racconta che il disco viene pubblicato qualche mese dopo ma a causa di una sbagliata equalizzazione viene penalizzato e praticamente diventa impossibile da proporre alle emittenti radiofoniche che ovviamente rappresentano una importante occasione promozionale.
La stessa storia racconta anche che poco dopo la produzione del disco finisce il matrimonio con Les Perhacs creando una profonda frattura nella sua personale dimensione emozionale, scrivendo così la parola fine sulle sue aspirazioni artistiche.

Rimanendo a lavorare come igienista dentale, Linda Perhacs inizia un suo percorso filososfico spirituale che la porta a priviliegiare la meditazione nelle caratteristiche che qualche anno dopo avrebbero dato origine al movimento New Age.

Per fortuna però, quel fragile seme musicale contenuto nella miserabile stampa originale del suo disco viene conservato da pochi cultori e tramandato negli anni come una rara reliquia di una stagione musicale inarrivabile.

Michael Piper, uno dei primi appassionati ed amanti del suo oscuro lavoro musicale, riesce ad arrivare a recuperare i nastri originali e dopo averli rielaborati degnamente grazie alle moderne tecnologie nel 2005 appunto li ripubblica in Compact Disc.

Il velo di anonimato si squarcia e l'algida figura di Linda Perhacs finalmente riprende a raccontare le sue storie evanescenti a cavallo tra la sperimentazione elettronica e vocale e le ballate acustiche del mondo folk americano.

Non ci sono molte altre parole per definire questo disco, l'unica è CAPOLAVORO a cui aggiungo convinto l'aggettivo IMPERDIBILE!

mercoledì 18 marzo 2009

EMIL RICHARDS & New sound element - Stones (1966)



Che meraviglia!

Due grandi della musica americana alle prese con un album di respiro sonoro proiettato verso un possibile futuro.

EMIL RICHARDS (anche conoscito come Emilio Radocchia) è stato a più riprese collaboratore anche di Frank Zappa (Lumpy Gravy, Zappa in New York e molte altre occasioni) ed è uno dei più raffinati percussionisti della scena della nuova musica americana dell'ultima metà del secolo scorso.

PAUL BEAVER non meriterebbe nemmeno una qualsiasi introduzione, ma nel caso non sia abbastanza chiara la sua identità, basta dire che è stato artefice di alcune tra le pagine più interessanti della prima sperimentazione elettronica moderna al cui apice va posto il progetto musicale sperimentale realizzato con BERNIE KRAUSE (immortale l'opera "The Nonesuch Guide to Electronic Music " e lo straordinario album "Gandharva")

Questo disco di fatto è a nome del solo Richards ma l'intera sezione elettronica che accompagna le complesse partiture ritmiche delle percussioni è frutto della genialità e dell'estro creativo del solo Paul Beaver (nascosto dietro lo pseudonimo ridondante di NEW SOUND ELEMENTS).

12 brani (ognuno dedicato ad un mese dell'anno) tutti assolutamente inarrivabili per scelte timbriche originalissime e per la cura della composizione/improvvisazione.

Da avere assolutamente!

RAINBOW FFOLLY - "Sallies Fforth" (1968)



Invece questo è un disco straordinario.

Compagni di etichetta degli ingombranti e ben più famosi BEATLES, i RAINBOW FFOLLY trovano il tempo di inventarsi una formula davvero originale di "intellipop" ante-litteram, venato di psichedelia e di felicissime intuizioni "sonore" sperimentali, che poi diventeranno cifra stilistica di bands come ad esempio 10CC o primi SUPERTRAMP.

L'innegabile humor, una grande competenza musicale ed una davvero eccellente capacità compositiva fanno della band una straordinaria alternativa alla strabordante fama dei Fab Four e a posteriori mantengono un fascino che a volte supera molte delle produzioni a loro contemporanee.

Meritano più di un ascolto "musicologico" perchè nel sound di questo gruppo ci sono molti elementi di base del pop intelligente che successivamente emergerà nella stagione post-Beatles.

ALEXANDER RABBIT - The hunchback of Notre Dame" (1970)



Curioso esempio di Progressive Pop assolutamente dimenticato nel guazzabuglio intricato della musica post-psichedelica della prima metà degli anni settanta.

Definirlo un capolavoro sarebbe davvero eccessivo, ma consigliarne l'ascolto non è affatto idea così peregrina.

Alexander Rabbit è di fatto l'evoluzione artistica di una oscura band americana della fine degli anni sessanta chiamata THE GALAXIES (dopo 5 differenti evoluzioni del line-up).

Formato da Chris Holmes (chitarre), Charles Brodowicz (tastiere), Len Demski (basso), Alan Fowler (batteria) e Steve Scheier (voce solista) il gruppo non può certo annoverare un seguito da giustificarne una qualche importanza dello scenario musicale contemporaneo, eppure l'unico disco prodotto nel 1970 - appunto "The hunchback of Notre Dame (The Bells Were My Friend)" - è un piacevole esempio di tentativo di coniugare atmosfere cantabili ed evocative ad altre più marcatamente impegnate e ponderose. Una sorta di Moody Blues forse meno sperimentali (nella relativa misura in cui possiamo definirli tali, ovviamente) e più inclini alla melodia tradizionale.
Ma è proprio questa forma di "ibrido musicale" che a posteriori conferisce a questo album (così come a tanti altri dimenticati "cugini poveri" della stagione musicale di allora) un interesse così particolare.
Compresa la coraggiosa versione di un grande classico di Otis Redding quale "I've been loving you too long" non sfigura nel tentativo portato "scientemente" avanti di collegare le differenti possibili origini degli ascolti di ogni singolo componente la band.

giovedì 12 marzo 2009

MILLIAM KLEIN - Mr Freedom (1969)

Il 2009 segna il 40 anniversario della realizzazione di MR FREEDOM, film del regista americano William Klein.



Klein è nato a New York nel 1928, ma la sua contoversa carriera nel mondo dell'immagine si è sviluppata nella fotografia tra la fine degli anni 50 e la prima metà della decade successiva grazie ad una inaspettata collaborazione con la rivista americana Vogue.
L'occhio con cui Klein legge la moda contestualizzata nei paesaggi metropolitani della grande mela è quello ispirato dai suoi studi alla Soorbona di Parigi con Fernand Leger e non è certamente in linea con le tendenze del marketing allora contemporaneo negli States. E' quindi per questo motivo che molto presto sposta il suo fulcro creativo in Europa, soprattutto lavorando in Francia e in Italia.

Vi suggerisco di approfondire il lavoro di Klein grazie alle ormai fortunatamente numerose risorse disponibili online.

Tornando a MR FREEDOM ...



In evidente odore di anti ameriKanismo, Klein (figlio di famiglia ebrea povera emigrata negli USA) manifesta le sue idee socialiste nella tollerante Francia, scossa a sua volta dalla stagione del maggio francese.

L'elemento grottesco della sua satira - rivolta alla (apparentemente) incontestabile "buona coscienza" AmeriKana - è feroce nel suo film.



Il protagonista principale ovvero l'arrogante, insensibile e farneticante MR FREEDOM (specie di insana mutazione di un Supereroe Marveliano convinto della propria indistruttibilità) è davvero la combinazione multipla di un'impietosa accozzaglia di luoghi comuni a stelle e striscie.



Senza un minimo di buon senso il fantoccio/strumento Mr Freedom garantisce (a proprio modo, ed a suo dire, ben inteso!) la libertà del mondo occidentale. la sua totale incapacità di relazionarsi
con qualsiasi realtà circostante lo fa agire con spregiudicatezza contro tutti i potenziali avversari della "filosofia del benessere ameriKano", rappresentando perfettamente il braccio armato (ed ottuso) della insinuante politica USA del dopoguerra.



Nello scenario raccontato durante il film, c'è posto per il pericolo cinese caratterizzato da Red China Man (in italiano chiamato forse un po' troppo "debolmente" Mister Mao Mao); l'antagonista sovietico chiamato Moujik Man (ed interpretato da Philippe Noiret); il partigiano locale filo americano Captain Formidable (interpretato in un fulmineo cameo da Yves Montand); Cristo e con lui tutte le religioni universali. Insomma un vero spaccato trasversale completo di quel mondo contemporaneo in preoccupante continua ebollizione.



Per vostra curiosità da segnalare anche l'insinuante viscida interpretazione di Donald Pleasance (nei panni del capo supremo Dr.Freedom) e anche due curiosi cameo di Simone Signoret e di Serge Gainsbourg (quest'ultimo nei panni di un tossicissimo pianista rivoluzionario).



Non voglio anticipare il finale (e tutta l'(IM)potenza machista USA), ma vi invito davvero a visionare questo prezioso incontenibile reperto di arte militante che sebbene a volte ingenuo, ha il pregio di sposare una forte causa rivoluzionaria con ironia e con garbo, senza proclami e senza rigidità dogmatiche.



F-R-double-E-D, D-O-M spells Freedom!
We fight for freedom, for one and for all!

It's you-and-me-dom, and ten foot tall!

Freedom, freedom, and oh-can-you-see-dom,

we'll always beat 'em with star-spangled freedom!

Curiosamente, nel 1999 Beck ha citato alcune scene del film nel finale del suo video di SEXXLAW lasciando a Joe Black la più che evidente citazione e caratterizzazione del personaggio di Mister Freedom.
Una buona citazione, senza dubbio!



mercoledì 11 marzo 2009

SPLIT ENZ (2002)

Writing letters to my frenz
Telling them all about split ends ...




SPLIT ENZ è un fenomeno musicale che è rimasto prima collocato ai margini nel rock colto mid seventies per poi riapparire con un successo planetario nel panorama pop internazionale degli anni successivi (fino alle "derive" ad esso relative ovvero CROWDED HOUSE e FINN).

Partiti da un timido ma concreto successo nella lontana Nuova Zelanda, questi ragazzi poco più che ventenni cercano la via dell'affermazione anche nell'emisfero boreale, accompagnati da un produttore di eccellenza quale Phil Manzanera (Roxy Music) ed una volenterosa importante casa discografica (Crysalis).
Si sa che non tutte le ciambelle escono con il buco e in pratica nessuno dei tre album che la band sforna tra il 1976 ed il 1978 permette di considerare definitivamente "stabile" la realtà del bizzarro gruppo australe.

Eppure un disco come MENTAL NOTES (1976) - massiccia rielaborazione dell'originale disco uscito downunder l'anno precedente - viveva di atmosfere stravaganti a cavallo tra un variopinto progressive pop derivativo e bellissime canzoni ad impronta cantautoriale.

Il successivo DYZRHYTHMIA (1976) - addirittura prodotto da GEOFF EMMERICK (Beatles) - li aveva visti protagonisti anche di numerosi riusciti passaggi televisivi promozionali.

La vena creativa di FRENZY (1978) era stata poi quantitativamente trabordante sebbene viziata da una completa mancanza di appoggio organizzativo e professionale.

Purtroppo all'inizio del 1979 il percorso del gruppo sembra inesorabilmente destinato ad un fallimento definitivo.

Invece, per una di quelle strane circostanze che a volte avvengono nella vita professionale di un artista, il gruppo intuisce i colori giusti di una svolta più "leggera" nel proprio sound ed indovina il primo di una serie di successi ("True Colors", 1980) che velocemente li riporta all'attenzione dei media fino allora non in grado di cogliere le reali capacità della band Kiwi.

Io faccio parte della prima sparutissima schiera di appassionati europei degli SPLIT ENZ.

Dopo aver acquistato l'unico vinile pubblicato in Italia nel 1975 ho iniziato ad acquistare (nei negozi che una volta curavano l'importazione "esotica") anche i dischi successivi e quelli prodotti downunder (Mushroom records) tale era la mia passione per questo gruppo di perfetti sconosciuti.
Con grandissima soddisfazione personale ho imparato a scoprire le differenze musicali tra il periodo pre-crysalis e la successiva vetrina europea, apprezzandone la forma spontanea, ingenua e ruspante, ma sicuramente originalissima.

A distanza di tanti, tanti anni, nel 2002 una confezione quasi anonima contiene un prezioso disco digitale versatile (evoluzione della tecnologia moderna) in grado di raccontare quella storia con grande dovizia di particolari visivi.
Sebbene non del tutto esaustivo, questo imperdibile dvd spazia in lungo ed in largo nelle zone luminose e buie della carriera della band di Auckland, dandone una prospettiva completa attraverso:



- 18 videoclips originali (anzi, 19, vista la presenza di un "easter egg" rappresentato da un ulteriore rarissimo video del singolo "THINGS");



- oltre cinquanta minuti di musica live tratta da alcuni tra i più significativi passaggi televisivi (e non) della band;



- lo straordinario documentario SPELLBOUND che in poco meno di sessanta minuti racconta attraverso le voci dei protagonisti l'intera storia della stagione musicale delle "doppie punte", offrendo così numerose risposte alle domande dei fans della prima ora in merito alle vicissitudini personali tra i primi componenti la band.



Fino a due anni fa questo dvd era l'unico dedicato agli SPLIT ENZ.



Per dovere di informazione nel 2007 è stato pubblicato uno stupendo dvd che raccoglie le immagini di un reunion tour che la band ha portato in giro per l'Australia e la Nuova zelanda nel 2006.
Suoni stupendi e la stessa freschezza di sempre con la peculiare personalità creativa dei due fratelli FINN a dominare la scena (almeno apparentemente).
Ovviamente non c'è traccia della trasversale ed obliqua creatività quasi barrettiana degli inizi (di cui responsabile era certamente Phil Judd) ma nel dvd "ONE OUT OF THE BAG" si respira per quasi due ore aria di grandissima intelligenza creativa.

Con ogni probabilità tornerò molto presto a parlare degli SPLIT ENZ in queste pagine, ma per il momento segnalo questa interessante testimonianza di un mondo musicale che merita una rivalutazione più matura.

martedì 3 marzo 2009

DAVE STEWART & BARBARA GASKIN - Green and Blue (2009)

pubblicazione prevista :

27 marzo 2009



... la lunga attesa sembra proprio essere FINITA !!!