giovedì 15 giugno 2017

ROY BATTERSBY - THE BODY (1970)















... finalmente (?) dopo tanti anni ho potuto guardare con la dovuta calma (e nella dovuta qualità) questo episodio della produzione audiovisiva inglese degli anni settanta ben noto grazie alla colonna sonora ad opera di tali Ron Geesin e Roger Waters (in quasi contemporanea con la elaborazione della Madre dal Cuore Atomico). Come già si sapeva, THE BODY è un documentario "verité", dove nulla è elaborato con stratagemmi estetici o narrativi perché è davvero una cronaca organizzata cronologicamente dello stato di "essere umano", dalla nascita alla morte passando per le tecnicalità della macchina uomo/donna e le maturazioni psico-logiche dell'essere pensante.

A detta del regista Roy Battersby, "The Body è un documentario che esplora l'esperienza fisica dell'essere UN umano" (e mai come l'articolo indeterminativo italiano rende perfettamente l'idea del concetto in sè).

Lunghe (non sempre gradevoli) endoscopie (tecniche di ripresa rivoluzionarie all'epoca se applicate ad un lungometraggio divulgativo), riprese ai raggi X, forti crudité in sala parto (onestamente credo che la scena finale del parto abbia creato qualche problema allo stomaco di più di qualcuno tra il pubblico presente in sala all'epoca), sesso esplicito (voyeuristicamente  anche oltre il necessario richiesto dalla trattazione in sé e per sé), immagini con rilevamento termico, dialoghi (difficili da seguire dato lo stretto idioma d'Albione) al limite del grottesco e argomentazioni concettuali figlie di QUEL tempo preciso fanno di questo prodotto un interessantissimo (ma piuttosto difficile da guardare senza "conseguenze") reperto di quei giorni che adesso risulta allo stesso tempo impietosamente ingenuo e irriverente, nel pieno stile di una cultura che stava prepotentemente distruggendo le convenzioni comunicative nel nome di una "libertà consapevole" purtroppo solo in embrione all'epoca e - a quanto pare - mai completamente portata a compimento negli anni a venire nelle società occidentali. 

L'uso documentaristico esplicito e apertamente divulgativo di concetti fino a quel momento relegati alle conversazioni intime tra coetanei ha avuto altri esempi (in certi casi anche trascurabili ed ambigui) nella produzione visiva di quegli anni, basti pensare al sorprendente "Helga - Vom Werden des menschlichen Lebens"  di Erich F Bender (conosciuto in Italia come "Helga - lo sviluppo della vita umana" datato 1967) o ai meno sinceramente divulgativi e più essenzialmente dissuasivi contro un drug-behaviour crescente in quei giorni come "Alice in Acidland" di John Donne (1969).

In "The Body " non viene per nulla trascurato l'aspetto "sociale" ed antropologico dell'essere "UN umano" nell'organizzazione delle comunità, documentando come l'uomo-macchina  sia una condizione che si subisce mentre la macchina-uomo sia in realtà un'affascinante ricerca. Le lunghe sequenze di una catena di montaggio automobilistica vengono fatte quasi impietosamente sfumare in un pensionato per anziani ridotti a "mere presenze".

L'evoluzione della condizione umana, il percorso che porta dalla nascita al decadimento della vecchiaia è documentata in maniera impietosa e "scientifica", un atteggiamento che benché possa sembrare distaccato in realtà crea un senso di ineluttabilità tale da far vivere momenti di vero incubo "esistenziale" ... ed in questo caso non ci sono riflessioni consolatorie ad aiutare.

Ingenuità e cinismo vengono livellate dall'atteggiamento scientifico, ma anche questo aspetto potrebbe indurre lo spettatore a profonde riflessioni perché la vita e l'idea della morte permeano quasi costantemente questo percorso visuale e concettuale (e del resto come potrebbe essere altrimenti?)

Da un altro punto di vista, la visione di "THE BODY" comunque ha il pregio di far apprezzare finalmente "nel contesto" la musica prodotta allo scopo dall'allora Pink Floyd in collaborazione con il geniale e vulcanico Ron Geesin, una atipica colonna sonora dove il senso di libertà espressiva prevale su qualsiasi funzionalità narrativa, a tal punto che il disco prodotto forse è assolutamente in grado di vivere di luce propria, probabilmente creando di riflesso una maggiore astrazione concettuale sull'argomento iniziale dato come traccia ... in questo modo probabilmente quella musica racconta molto meglio "il mistero" dell'argomento di partenza perché lo insinua nella percezione individuale, riportandolo fatalmente ad una "riflessione" privata, ad una più intima ricerca di risposte (e domande ulteriori) a riguardo.

Il DVD pubblicato nel 2013 dalla Network su licenza originale della StudioCanal, ha il pregio per nulla trascurabile di contenere tra le extra features la "The Body suite", un montaggio inedito della musica del film (di gran lunga diversa dalla colonna sonora pubblicata). E' rigorosamente in MONO ma nonostante questo evidente limite, l'ascolto della suite è sicuramente più che valido per apprezzarne lo spirito creativo originale e soprattutto per riascoltare quanto ufficialmente prodotto successivamente nella colonna sonora pubblicata, per meglio cogliere le geniali scelte nei dettagli di post-produzione applicate dai due autori finalmente liberi di dare al suono quella centralità non richiesta nella visione della pellicola ... il che riporta la musica (gli esperimenti sonori e bio-sonori) di Geesin & Waters al loro  notevole valore artistico ... cioè, esattamente il punto da cui ero partito per iniziare a guardare questo "The Body".



venerdì 9 giugno 2017

ROGER WATERS - Amused to death (1992)






















... di incubo in incubo questo concept datato 1992 era fino a qualche settimana fa l'ultimo sforzo creativo di Roger Waters, ma riascoltato oggi racconta (in cronologia rovesciata) una avvenuta  ulteriore crescita di consapevolezza dell'autore artefice del recentissimo "Is this the life we really want?".

Che Waters non sia un entusiasta del suo tempo e che aspiri sempre a ricordarci le miserabilia di questo mondo umano non è certo una novità ... ed in fondo è anche per questo che di generazione in generazione l'interesse per la sua prospettiva escatologica claustrofobica e pessimista diminuisce al cospetto di un mondo fatto di velocità e superficiali ( o semplicemente essenziali) valutazioni esistenziali. 

A maggior ragione la cosa si rende evidente quando il "concetto" alla base di questo lavoro è proprio l'indifferenza, la superficialità, l'assuefazione al brutto, al male che l'attuale contemporaneità ci racconta come un valore ormai acquisito da una (o più) generazioni senza più alcuna volontà di combattere, riflettere, giudicare ed indignarsi.

Così ascoltando questa ennesima alienante dissertazione musicale senza speranza ci si confronta nuovamente con il sogno fallito di un'altra generazione, quella post-psichedelica degli anni settanta in cui - grazie all'arte - sembrava possibile evolvere tutto verso una migliore e più giusta percezione dell'umanità (occidentale, ovviamente) ...

Nella feroce verbosità di questo disco è scaricata tutta la rabbia di questa frustrazione esistenziale condita da traumi infantili, senso di onnipotenza giovanile e rassegnazione matura; ovvero tutto ciò che ha caratterizzato la vita dell'autore in questione perché ancora una volta è indispensabile tenere ben presente la forte connotazione autobiografica quando si ascolta una qualsiasi proposta musicale di Roger Waters (con, e soprattutto senza, i Pink Floyd).

La musica? ah già, la musica!
Echi tardo-floydiani (in "Watching TV" gli "echoes" sono addirittura VERI) fatti di grandi cori femminili, rumori alieni, cani abbaianti (quasi fossimo tutti con Paul Newman sul set di "Quintet" di Altmaniana memoria), switching frequenti di canali televisivi (che ci ricorda ancora una delle sue ossessioni già raccontate con il verso scritto ... "sul muro" "I got thirteen channels of shit on the T.V. to choose from"). Certo, Jeff Beck e la sua chitarra si distingue per la sua presenza (per quanto trovo discutibile la scelta di chiedergli di essere più "gilmouriano" dell'originale) ma anche riascoltandolo per l'ennesima volta mi rendo conto che non è la musica ad essere il focus di questo album (per quanto assurdo possa sembrare).

"Amused to death" (apparente omaggio al libro di Neil Postman "Amusing ourselves to death") è un'opera che non lascia spazio alla speranza e paradossalmente pretende di intrattenere l'ascoltatore snocciolando lunghi elenchi di tristi rassegnate riflessioni ... al punto che mi è venuto forte il dubbio che il titolo dell'album abbia più a che vedere con un assonante "I am used to death" ed è in questa prospettiva che ancora oggi lo ascolto con grande rispetto ed attenzione.




giovedì 8 giugno 2017

ROGER WATERS - Is this the life we really want? (2017)























... che strano effetto ...

Era tanto tempo che non ascoltavo un disco di Roger Waters, o forse era tanto tempo che non mi concentravo sulla sua inconfondibile voce "dylaniata" perché magari distratto dall'ambiente floydiano in cui la trovavo immersa nei miei più recenti ascolti (di cui non sarò naturalmente mai stanco e di cui avrò sempre bisogno in determinati momenti).

Così, quando è arrivata "Deja Vù" (la seconda traccia di questo nuovo album) ho avuto la sensazione di ritrovare un vecchio amico alle prese con "nuove sue cose" da raccontare ed è stata una sensazione confortevole e rassicurante (nonostante fin da subito le sue parole si siano manifestate nella sua cruda realtà e certamente non dirette verso una "qualche luce").

Alla fine dopo tanti anni siamo ancora sempre sul registro claustrofobico, nevrastenico, incazzoso ed isterico che tutti gli appassionati del fluido rosa conoscono (o dovrebbero conoscere) benissimo, ma questa volta sembra essere addirittura più autoindulgente del solito, più cupo e rassegnato di altre volte. La sua chitarra acustica è l'ideale per offrire a tutti noi la sua cupa purezza e gli abbondanti archi in arrangiamento sottolineano e dimostrano che l'uomo è cresciuto anche nella dimensione più "formale" della gestione della musica intorno a lui ... ma allo stesso tempo i disturbi elettronici, i rumori d'ambiente, le voci radiofoniche ed i sussurri non identificati ci riportano inevitabilmente ad una forma "disturbata" di poesia ... la SUA ... incredibilmente SUA e per questo in fondo sento di  continuare ad amarlo, per una ostinata e cocciuta coerenza fatta di rabbia e risentimento verso qualcosa/qualcuno di evidentemente irraggiungibile in questa vita ... e non è un caso che la parola "god" sia spesso presente nelle sue liriche.

Non è facile rispondere alla significativa domanda che pone il titolo stesso di quest'album, forse è addirittura impossibile pensare di argomentare a riguardo ... ma preferisco modificare quella domanda trasformandola in "Is this the Roger Waters album we really want?" a cui mi sento di rispondere con uno stentoreo "SI!"

martedì 6 giugno 2017

OCTOPUS - The boat of thoughts (1976)






















... a cavallo tra la prima e la seconda metà della decade aurea del rock progressivo si manifestò un fenomeno decisamente interessante, una evo/involuzione del linguaggio prog documentabile dalla carriera di gruppi sicuramente interessati ad elaborare le composizioni in senso rapsodico e con complessi momenti di alternanza dinamica, ma non talmente complessi come alcuni dei mostri sacri del genere e quindi (forse anche un po' mutuando da certo stile semplice - ma NON BANALE - di certo pop Canterburyano) si fece avanti una generazione di gruppi di "light progressive", meno pretenziosi dei supergruppi ormai in via di estinzione e francamente più accessibili ad un pubblico che manifestava anche il bisogno di sentirsi "confortato" in ascolti non troppo astrusi ed impegnativi.

L'esempio più clamoroso di questo sottogenere musicale del rock è certamente l'albionica band dei Camel di Andrew Latimer e Peter Bardens che in Europa continentale sembrò addirittura fare scuola con quel modo molto educato e mai troppo estremo di suonare il rock elettrico.

E gli OCTOPUS che ebbero l'opportunità di occupare il numero "9" del catalogo Sky Records rivolgevano il proprio messaggio a quel pubblico di adolescenti appassionati dei Camel.

Quanto di positivo (e di negativo) si possa dire della band inglese vale esattamente per questo combo di Francoforte, con l'aggiunta di due critiche non proprio indifferenti: in primis la voce della cantante Jennifer Hensel che cercando di cantare imitando l'inarrivabile Sonja Kristina (Curved Air) in realtà manifesta limiti di intonazione, creatività ed espressione davvero notevoli; in secondo luogo non ci sono grandi individualità tecniche in grado di regalare qualche melodia o qualche assolo superiore ad un esercizio di patronato amatoriale ... alcuni temi "full band" sono sicuramente interessanti, ma la mancanza di elementi distintivi appiattiscono l'intero lavoro.



WOLFGANG RIECHMANN - Wunderbar (1978)























... è già il 1978 quando si fa evidente l'influenza di certa elettronica "di casa" e non è un caso se iniziano a farsi vedere i primi "umanoidi", i primi post hippies elettronici (sulla scia dei Mensch Maschine di Dusseldorf, per capirci).

Riechmann utilizza molti strumenti per seguire una strada sonora molto diversa dalle "macchine" di cui sopra e molto ben inserita nello stile dell'etichetta che nel frattempo si è chiaramente indirizzata alla produzione cosmico-minimale elettronica sfornando dischi di indubbio interesse e valore artistico.

La dimensione "cosmica" rimane la cifra stilistica principale di questo "Wunderbar" che poco si discosta quindi da lavori di altri compagni di etichetta (quali ad esempio Nik Tyndall) ma il risultato qui proposto è assolutamente degno di ascolti dedicati (sempre che si sia interessati alla ben nota e già citata krautica cosmicità, ovviamente).



HARLIS - Harlis (1975)






















...l'avventura Sky Records GmbH inizia nel 1975 con questo album di puro hard rock (all'americana!) di questa band chiamata Harlis e prodotta da Gunter Korber e Conny Plank.

Il tutto non potrebbe essere più lontano da quello che poi sarebbe stato la direzione stilistica della label, ma è curioso ed interessante allo stesso tempo ascoltare quanto "internazionale" fosse sentito il linguaggio del "rock" in una più che evidente marcata matrice  americana.

I brani risultano gradevoli e ben arrangiati, proposti con un inglese-germanico non particolarmente brillante, ma evidentemente in quei giorni la cosa non rappresentava certo un problema credendo ingenuamente che il mercato inglese avrebbe accettato qualsiasi interpretazione del proprio idioma per concentrarsi sulla proposta musicale in generale (ma così non fu né allora e nemmeno in tempi più recenti, salvo occasionali eccezioni, per qualsiasi produzione al di qua della Manica).

E' bene comunque ricordare che nel 1975 il vento stava già cambiando verso una forma di rock più elementare e crudo ed il punk era già alle porte pronto a devastare il barocco panorama progressivo prima di aprire la strada per la cupa stagione della new wave (elettrica ed elettronica di fine '70) ed è quindi facilmente comprensibile che prodotti come questo (e molti altri in quel momento) non potessero aspirare ad un riconoscimento consistente da parte di un pubblico che (ri) cominciava a dipendere solo ed esclusivamente dalle "tendenze" discografiche diventando definitivamente eterodiretto nei gusti e nelle scelte.



MICHAEL ROTHER - Flammende herzen (1977)






















... l'ex NEU (anche se molti dimenticano la sua breve partecipazione nel 1971 con Klaus Dinger ai primi Kraftwerk del solo Florian Schneider ancora in via di definizione) inaugura la sua collaborazione con la Sky Records GmbH registrando nella seconda metà del 1976 questo album in compagnia di Jaki Liebezeit (CAN).

E' la celebrazione del suo tipico chitarrismo, fatto di suoni straordinariamente curati (siano essi "puliti" - quasi "frickiani" - o caratterizzati dalla distorsione "fuzz" propria dei pedali a disposizione in quei giorni) e dei suoni ovattati di batteria .... un vero marchio di fabbrica dei NEU! che erano stati.

Tastiere minimali e temi di chitarra semplici, elementari ed armonizzati quasi sempre per quinte inseriti in contesti dalla ritmica costante a mero supporto, oppure raccolti in brevi flussi senza tempo marcato in una dimensione quasi "eniana" tipica di lavori quali quelli contenuti in "Another green world".

Per me personalmente questo è il VERO suono "Krautrock", quello ingenuo, sincero ed onestamente originale che - pur senza raggiungere le vette creative di Faust, Kraftwerk o CAN - merita un posto di rilievo in quella stagione musicale mondiale di fine anni settanta.

Da ascoltare e riascoltare


PHANTOM BAND - Freedom of speech (1981)






















... l'uscita numero 65 della Sky Records GmbH raccoglie il lavoro di uno tra i più quotati protagonisti della scena musicale germanica degli anni '60 e '70 ... ovvero quella straordinaria macchina da ritmo chiamata Jaki Liebezeit, vera portante essenziale del suono dei mitici CAN (assieme al basso lunare di Holger Czukay).

Dopo aver realizzato nel 1980 un primo album con questo progetto in compagnia di Rosko Gee (altro collaboratore del progetto CAN), il suono della banda fantasma si evolve verso un'essenzialità quasi minimale vicina allo zeitgeist sonoro di "certa" oscura new wave qui però scevra dell'elemento ritmico meramente elettronico (e del resto con uno come Liebezeit ai tamburi, sarebbe stato davvero sacrilego l'uso di una qualsiasi "drum machine" elettronica.

"Freedom of speech" quindi non nasconde una certa attenzione verso una tendenza popolare fatta di "cassa-in-quattro" ma allo stesso tempo non rinnega il dna krautico ossessivo tipico di quel sistema sonoro spaziando anche volentieri in direzione di un quasi-ambient post psichedelico.



SHAA KHAN - The world will end on friday (1977)


















... la Sky Records GmbH principalmente viene ricordata per essere stata una vetrina cosmica, un laboratorio di suoni proiettato verso lo spazio infinito, ma in realtà l'etichetta di Gunter Korber fin dalle sue prime uscite ospitava nel catalogo band di solido rock krautico (sia hard rock che pseudo progressive) e Shaa Khan sono infatti un eccellente esempio di questo aspetto editoriale.

Fatalmente il "lato rock" dell'etichetta non aveva certo le caratteristiche originali della via cosmica quanto piuttosto una dimensione fin troppo derivativa da quanto proveniente dall'Inghilterra permeasse il mercato discografico germanico.

Per certi versi comunque quanto spesso definito come "Kraut rock" ha avuto una "sua" caratteristica peculiarità che lo rende facilmente riconoscibile agli ascolti attenti per la sua apparentemente inevitabile matrice "floydiana" mescolata con suggestioni più romantiche provenienti da esperienze più marcatamente progressive.

In questo caso specifico la band in questione, nata essenzialmente con un repertorio di covers dei Deep Purple e Led Zeppelin, si è ben presto evoluta nella direzione di altre band quali Ufo, Nektar o Earth & Fire, verso un progressive piuttosto leggero ravvivato e drammatizzato soprattutto dall'uso delle doppie voci alternative nel canto.

"The world will end on friday" è un disco che ha probabilmente il suo momento migliore proprio nel visionario titolo e nel conclusivo brano intitolato "Seasons" e sicuramente non è da considerarsi "patrimonio dell'umanità", ciò nonostante ricorda che anche di questa musica si è cibata la nostra generazione di riferimento nelle lande germaniche.

ADELBERT VON DEYEN - Nordborg (1979)






















... è uno dei dischi che contribuiscono a raccontare la stagione musicale europea vissuta alle porte del cosmo, o almeno di quello che veniva percepito come tale al di fuori della visione britannica dello stesso.

Nella sua semplicità, staticità, algidità ed ingenuità, "Norborg" nelle sue due lunghe suites è un perfetto documento di quel sogno siderale che sembrava aver convinto molti musicisti ad intraprendere lunghi viaggi sonici in compagnia di minuscole macchine sonore (spesso manovrate con una evidente inesperienza) alla ricerca di nuovi  possibili paesaggi e nuove verità da riportare su questo terzo sasso dal sole.

Che lo si ritenga riuscito o meno, l'esperimento di Von Deyen (il secondo per la Sky di Gunter Korber) permette di tornare a ripensare a quella stagione, a rivalutarne pregi e limiti, soprattutto nella netta percezione di "quanto poco" bastasse per evocare spazi e distanze prima dell'avvento della moderna riduzione di tempo e distanze generata dalle nuove tecnologie (e dal nuovo behaviour globale).

DIETER MOEBIUS, CONNY PLANK, MANI NEUMAIER - Zero Set (1983)






















... e dopo succede anche che a distanza di anni si scopre che molto di quanto emerso grazie alla genialità di qualcuno fosse in realtà frutto di "altre semine".
Un'eventualità questa che nella musica accade spesso proprio per la natura stessa di questa meravigliosa forma d'arte che evolve il proprio linguaggio a prescindere dall'esposizione pubblica e dalla fortuna dei protagonisti coinvolti.

E' il caso di questo album prodotto dalla Sky Records nel 1983 (registrato nel 1982) ad opera di Conny Plank, Dieter Moebius e Mani Neumaier, musicisti della scena "kraut" germanica e protagonisti a differenti livelli di una scena creativa che in europa non ha avuto pari, seconda solo ad Albione, vera ed inaccessibile patria della musica di fine secolo scorso.

"Zero Set" è uno straordinario spaccato della musica elettro-pop made in deutschland contaminata da influenze soniche provenienti da tutto il globo terrestre con un sound originale e capace di competere ampiamente con le divagazioni più colte (o ritenute tali) di paladini riconosciuti della contaminazione sonora quali Brian Eno e David Byrne.

Un disco tra i migliori prodotti dall'etichetta dell'ex Brain/Metronome Gunter Korber, una label che pur nella sua ingenuità fondo ha saputo documentare una visione entusiastica di una scena musicale innamorata di sé stessa tanto quanto impegnata a trovare una via alternativa al business discografico imperante d'Inghilterra.

mercoledì 16 novembre 2016

BEN SIDRAN - The doctor is in (1977 - 2016)

Era il 1977 ed ero un giovane deejay radiofonico di una importante emittente locale di Venezia, tanto importante da riuscita ad avere in anteprima dischi di prossima pubblicazione anche da parte di grosse major discografiche internazionali.
Nella primavera di quell'anno vennero recapitati alla redazione musicale della radio diversi pacchi omaggio con lacche e white labels di musicisti e gruppi ... alcuni famosi ed altri decisamente meno conosciuti da queste parti (comprendendo l'Europa in ... "queste parti").
Uno di questi pacchi proveniva direttamente dagli Stati Uniti, dall'ufficio promozione dell'etichetta ARISTA, fondata solo due anni prima da Clive Davis, con il nome Bell Records, e forse grazie alla relativamente recente attività, molto attenta alla promozione internazionale (in tempi in cui era davvero improbabile pensare di promuovere tutte le produzioni in catalogo senza una adeguata e capillare pressione sulle radio indipendenti mondiali).
Qualunque fossero state all'epoca le strategie commerciali dell'Arista, rimane il fatto che in quella primavera, aprendo quel pacco di dischi mi trovai di fronte a una serie di dischi che sarebbero rimasti nel mio mondo sonoro per sempre.
Il primo album ad uscire dal cartone fu una white label di un disco dello sconosciuto tastierista di colore tale DAVID SANCIOUS.
Il secondo fu un eccellente album di southern rock dei già noti OUTLAWS.
A seguire un disco di una neonata band progressive americana chiamata HAPPY THE MAN.
L'ultimo era un album di tale BEN SIDRAN intitolato "The Doctor is In".
No discosettanta, no soul, no straight jazz ... quindi il contenuto del pacco venne archiviato dalla segretaria di produzione nel settore "pop & rock" ... fantastico ... perché avrei potuto iniziare a trasmetterli immediatamente ... e così fu infatti per i rimanenti mesi in cui rimasi a collaborare con l'emittente.

Cambio scena I

I tempi delle radio private indipendenti erano ormai tramontati e nel 1996 eravamo solo agli albori di internet (consumer) e grazie al web il mio collezionismo musicale poteva dare risposte alla mia incontrollabile curiosità con infinite possibilità di ricevere informazioni in merito a cose passate, presenti e future.
Grazie ad una email rintracciata non so come, ebbi la possibilità di contattare direttamente un grande pianista di jazz contemporaneo quale era sempre stato in tutti gli anni passati proprio mr. Ben Sidran.
Fui straordinariamente felice di scambiare diversi messaggi con l'autore di quel disco che mi aveva "stregato" nel lontano 1977 e che non ero più riuscito a trovare in commercio in nessun formato possibile (erano ancora lontani i tempi dei pirati blogspottiani). Ricordo che mi sprecai in lodi convinte sull'intero album (ancora non sapevo che alla batteria sedeva il batterista di HOT RATS di Zappa) ed in particolare sull'arrangiamento finale di un brano intitolato "See you on the other side", un blues di straordinaria potenza espressiva orchestrale. La risposta di mr. Sidran a questa mia esternazione fu per me molto lusinghiera perché con molta semplicità mi scrisse che quel finale era una delle cose per cui andava più orgoglioso della sua luminosa carriera.
Quando poi scrissi che purtroppo mi era rimasta una sola registrazione su audio cassetta (di pessima qualità, peraltro) di quel disco meraviglioso lui mi rispose con altrettanta semplicità che il disco in realtà era stato praticamente ritirato dal commercio pochi giorni prima della pubblicazione ufficiale (stesso identico destino capitato all'album di David Sancious, peraltro) e quindi era diventato un vero e proprio oggetto di culto (quindi la copia recapitata in radio mi auguro sia nel salotto o nella cameretta di un qualsiasi mio collega di allora adesso ex-giovane di quei giorni movimentati della radio "in rampa").
Sconsolato chiesi a Sidran se esisteva un modo per recuperare comunque una copia usata o altro del prezioso manufatto industriale e lui mi scrisse che forse entro un paio di anni sarebbe stato possibile che un'etichetta giapponese riuscisse a recuperare i diritti di riproduzione e riproporre il disco nel moderno standard industriale.
Ci salutammo con questa notizia e non ci fu più nessuna ulteriore comunicazione (e mi rimane il rammarico che se quella conversazione si fosse svolta con i tradizionali sistemi di comunicazione con carta-e-penna mi sarebbe rimaste tracce anziché essere consapevoli che un semplice annullamento di un'account di posta antico ha come effetto collaterale la cancellazione delle conversazioni digitali ... sigh!).

Cambio scena II

Ad inizio 2016 scopro per caso che la Sonymusic Giapponese ha da poco annunciato di ristampare parte di un catalogo degli anni settanta ... e tra i titoli riesco a vedere BEN SIDRAN - THE DOCTOR IS IN. Alleluja !!!!!
Ho preordinato quindi il disco in febbraio contento di colmare finalmente quella lacuna nella mia audioteca più vicina al mio cuore.
Ho atteso per mesi senza avere notizie di nessun tipo fino a questa mattina quando mi è stato recapitato un pacchetto postale contenente il prezioso oggetto che sto ascoltando ... ed il finale di "See you on the other side" risuona bello, vigoroso ed intelligente come è sempre stato nel mio ricordo e nel mio cuore.

Bingo!

sabato 22 ottobre 2016

XTC - Skylarking - (1986) 2016

... quanta rabbia ancora traspare dalle note copertina ... quanta "lesa maestà" manifestata da Andy Partridge nei confronti di "Mr.Producer" ... comprensibile' forse, ma non certo giustificabile completamente (soprattutto alla luce dei "risultati ottenuti") ... SKYLARKING è uno di quei dischi della cui genesi è meglio non sapere nulla (o tutto ... ma proprio tutto) perché la musica prodotta e confezionata in quell'oggetto sonoro parla da sola ... raccontando la favola di una straordinaria stagione creativa diventata improvvisamente "non interessante" per la platea di un pubblico "drogato" di prodotti sempre più senza spessore. C'era bisogno di "ottimizzare" quella vena creativa che non dava più i frutti sperati (dalla casa discografica, ovviamente) ... bisognava trovare qualcuno in grado di "reinventare l'inventiva" estatica ... di riportare la luce dove non c'era sole (per dirla alla Branspardurich di Paolo Esco).
La scelta di chiamare Todd Rundgren a svolgere questo ingrato compito è stata geniale e poco importa (per la casa discografica) se i suoi metodi di lavoro fossero collidenti con le aspettative e le abitudini del trio di Swindon ... nessun interesse per le eventuali (puntualmente occorse) collisioni di personalità ed ego tra gli artisti coinvolti nell'operazione.
A leggere quanto scritto nelle note di copertina (le ennesime, peraltro) di questa edizione davvero Partridge non ha mai risolto il suo conflitto con Mr.Producer ... non ha mai sopportato l'idea di essere lui stesso un "prodotto" di quell'industria discografica che lo aveva lanciato come uno dei nuovi geni della decade(nza) di quegli anni salvo poi accorgersi che la sua intelligenza musicale non era più adatta all'atrofia cerebrale indotta nel pubblico proprio dall'attività delle stesse grandi major discografiche del tempo. Ma il mondo dell'industria dell'intrattenimento musicale funziona così ... se non sei in grado di inventarti qualcosa che ti permetta di rimanere in prima persona al culmine delle classifiche o delle vendite, c'è bisogno di "cambiare allenatore" ... in questo caso specifico c'è bisogno di trovare un "produttore" che sistemi con parametri differenti (generati da una visione esterna all'egomaniacale compositore/band) le caratteristiche di un suono, di una vena creativa portando il tutto alla realizzazione di un PRODOTTO (da VENDERE!!!).
"(Todd) ci ha fatto essere più "inglesi" di quanto non lo fossimo noi stessi in realtà" è una frase con cui Colin Moulding (più equilibrato nei giudizi anche dopo trent'anni) affida forse ai posteri la sintesi della collisione, degli impatti personali tra XTC e Mr. Producer.
Comunque la si voglia vedere ... aver prodotto gli XTC non ha cambiato più di tanto la carriera di Mr.Producer ... ma essere stati prodotti da TODD RUNDGREN ha significato per la band di Partidge & Moulding la certezza di qualche anno ancora di sopravvivenza e visibilità pubblica.
Per quello che vale la mia piccolissima opinione (ed esperienza di produttore musicale) sono e sarò sempre dalla parte di TODD ... con buona pace di uno dei miei musicisti preferiti qual'è ancora oggi il vulcanico Andy Partidge ...

ps: siamo davvero sicuri che l'ubiquo eccellente Steve Wilson sia adatto a mettere le mani su "questi suoni" ?

venerdì 30 settembre 2016

Van Der Graaf Generator - Do Not Disturb (2016)






















... credo di aver capito una cosa dopo 45 anni ... quando nel 1971 uscì PAWN HEARTS le fulminanti intuizioni musicali e testuali contenute nella suite del secondo lato polimerico intitolata "A plague of lighthouse keeper" squarciavano la tela intonsa del mio immaginario adolescente con una benvenuta violenza addirittura consapevolmente cercata con infinita passione e continua sete di conoscenza (non ancora esaurita, peraltro) ... eppure non capivo perché qualcuno continuasse a sostenere che quel disco - si, QUEL DISCO che ai miei occhi era (ed è, sia chiaro) un capolavoro totale e definitivo - soffrisse di una sorta di eccessiva "frammentarietà" di idee mescolate con grande (troppo) vigore tra di loro creando un effetto complessivo troppo cervellotico. Immaginavo che questa osservazione fosse frutto di una posizione piuttosto retrograda, post-psichedelica e troppo rock-ignorante ...
bene, dopo 41 primavere (estati, autunni ed inverni) ho capito finalmente cosa significava percepire quelle sensazioni, provare quel senso di (eccessiva?) frammentarietà in un unicum rapsodico concept di musica giovanile ... ora posso dire che DO NOT DISTURB mi sta facendo lo stesso effetto che i "cuori impegnati" sortirono in quei critici "retrogradi, post-psichedelici e rock-ignoranti" ... l'unica differenza è che avendo ormai da anni il mio "cuore impegnato" e completamente assorbito e coinvolto  dalla caotica e al tempo stesso struggente poetica del "generatore" (e degli uomini che ne sono - e ne sono stati - parte integrante) questo effetto che si concretizza adesso, ascoltando questo loro tredicesimo album, mi riporta con nostalgia a quella tela del mio immaginario che in tutti questi anni ne ha visti di segni, lacerazioni, forme, colori ... e non è più intonsa ma anzi estremamente "sonic-experienced" (per dirla "a-la-Jimi") ... evidentemente il generatore continua a "generare" in me quel desiderio che ha educato (forse più dei libri) la mia anima ... grazie.

giovedì 24 marzo 2016

2016 - Oöphoi



... scopro solo adesso che Gianluigi Gasparetti (in arte Oöphoi) ha lasciato questo terzo sasso dal sole il 12 aprile del 2013.


E' una notizia che mi colpisce molto, e che mi rattrista davvero profondamente.

Ho conosciuto Gianluigi nel 1995. 

Mi aveva contattato per recensire tra le pagine di "Deep Listenings" (la sua interessante e visionaria rivista) il mio primo album solista "Spettri".

A partire dal quello sporadico contatto è nata una collaborazione che mi ha portato a mia volta a scrivere alcuni articoli per la sua rivista offrendomi così un'ottima occasione di approfondire anche criticamente alcune produzioni internazionali dedicate all'ambient e alla "musica magica" di un suono che in quegli anni cominciava finalmente ad essere ascoltato con sempre maggiore interesse anche in Italia.

Il suo generoso interesse per la mia musica lo ha poi spinto a suggerirmi alla produzione come potenziale responsabile della colonna sonora (live) dello spettacolo teatrale "Shylock e Faust" realizzato dalla compagnia TeatroInAria/Stanze Luminose con la pregevole regia di Alessandro Berdini.

Un'esperienza che per me è stata determinante e altamente formativa artisticamente di cui gli sono tutt'ora profondamente debitore.

Quando l'ho incontrato - per la prima volta di persona - a Casal Palocco nella primavera del 1996 è stata subito tangibile la sensazione di essere realmente a contatto con una persona vera, sinceramente affezionata alla musica ed a tutti suoi potenziali valori. 
La giornata trascorsa con lui e la moglie Alessandra nella loro accogliente casa fuori Roma è stata straordinariamente intensa e ricca di suggestioni artistiche e personali, condita dai tanti suoni dei suoi innumerevoli preziosi strumenti acustici e dalle tantissime percussioni (ed alcune interessanti digressioni sull'utilità dell'uso dei fiori di Bach contro gli attacchi di panico).

All'indomani della tournée teatrale e di qualche altra interessante produzione musicale il mio momentaneo abbandono dell'attività musicale ha sicuramente contribuito a creare una distanza tra di noi che negli anni mi sono sempre ripromesso di recuperare in qualche modo.

Ora so che non sarà più possibile ... e la cosa mi dispiace moltissimo.

Conservo ancora gelosamente il suo primo disco solista "Static Soundscapes" (con la foglia vera "imprigionata" nella plastica trasparente del jewel case del cd) che ho spesso ascoltato con sincera ammirazione  così come ho molto apprezzato nel tempo anche i due suoi "omaggi" sonori che mi fece alla fine di quella bella giornata insieme ("Ambience" di Mathias Grassow e "Monsoon" di Klaus Wiese).

Una persona preziosa, che ho avuto il piacere di incrociare (purtroppo per troppo poco tempo) e con cui ho messo a confronto la passione per la musica, la nostra visione della vita dei suoni ... anzi, del Suono dei Suoni.

Ciao Gianluigi, ovunque tu sia.


martedì 1 dicembre 2015

Manna/Mirage - Blue Dogs (2015)

Sono sempre stato un estimatore della musica dei Muffins e benchè la loro collocazione nel mondo della musica degli ultimi trent’anni sia stata ingiustamente considerata dai più “marginale” rispetto alla ontemporanea o di poco antecedente scena “in opposizione” europea io trovo il sound di questa band particolarmente interessante ed innovativo nei suoi pur evidenti echi di  “derivazione” ispirativa.

Le sorti professionali di un gruppo che non riesce ad imporre completamente, o almeno con continuità, la propria identità artistica all’attenzione del pubblico sono destinate a mantenere marginale il contributo alla scena culturale del proprio tempo e così è infatti capitato ai Muffins.

Per fortuna nei tempi recenti qualcosa, soprattutto grazie alla altrove perniciosa “rete di connessione”, si è mosso tra gli affezionati conoscitori della band e parte della nuova generazione di giovani appassionati di musiche “altre” e così Dave Newhouse, Billy Swann e Paul Sears (tre dei quattro Muffins originali) hanno deciso di riproporre la loro traiettoria musicale con un nuovissimo lavoro autoprodotto ed autodistribuito (almeno per il momento).

BLUE DOGS è l’eccellente risultato di questa rinata collaborazione dei tre (a nome MANNA/MIRAGE, come il primo album degli allora "The Muffins") supportata con competenza anche dalla presenza di altri musicisti in grado di ben adattarsi alle poliedriche composizioni (del solo Newhouse) qui proposte.

Ironia e rigore trovano equilibrio nelle atmosfere cangianti e sempre molto calibrate, caratterizzate da eccellenti orchestrazioni dei fiati e solismi sempre molto contenuti e mai banali.
Forse una certa dose di spigolosità e “cattiveria” è andata via via perdendosi negli anni, ma in compenso una attenta elaborazione armonica delle composizioni offre una riuscitissima alternativa ad uno sterile aprioristico sentirsi “contro” tipico di una “certa” epoca di coerente riferimento ed ispirazione artistica.

Ovviamente il carattere esclusivamente “strumentale” del disco non concede divagazioni “melodiche” di facile presa, ma del resto è sempre stato così anche in passato e non c’era certo alcun motivo di provare a cambiarne l’essenza oggi.


In ultima analisi un gran bel lavoro che merita di essere presente nelle audioteche di un pubblico desideroso di qualità e onesta creatività contemporanea.

mercoledì 3 giugno 2015

2013.11.01 - Neil Finn Webcast

La mattina del 1 Novembre 2013 (quando in Europa si festeggiava ancora Halloween) Neil Finn ha organizzato (quasi a sorpresa) dalla sua casa in Auckland una videotrasmissione in webcast streaming per offrire al suo pubblico un’anticipazione dell’album allora ancora in fase di realizzazione (“DIZZY HEIGHTS”).

Poteva essere una sessione di “unplugged songs” e già per questo sarebbe stata meritevole di attenzione (viste le occasioni precedenti), ma non è andata esattamente così.

Finn ha infatti invitato nella sua sala prove/trasmissione un’ensemble da camera (quattro violini, due viole, due violoncelli, un contrabbasso, due coristi ed un batterista) a fare da cornice sonora alle quattro songs in preview.

Diretto dall’eccellente Victoria Kelly (synth, voce ed arrangiamenti) l’ensemble ha reso semplicemente leggendaria questa session, fornendo colori e sfumature di rara bellezza alle nuove canzoni proposte (già notevoli di per loro).

In un’atmosfera magica, mi è sembrato subito evidente che la musica di Neil Finn fosse nuovamente ad un bivio creativo, ma questa volta più marcatamente verso una evoluzione formale ed emotiva.

A fine session (qui notturna perchè vissuta dal sottoscritto in diretta) mi sono convinto che l’album in produzione sarebbe diventato molto presto uno degli ascolti più frequenti dalla mia audioteca.

Qualche mese dopo “DIZZY HEIGHTS” è regolarmente uscito sul mercato discografico internazionale e la mia consueta solerzia nel seguire la produzione dell’autore che ritengo forse addirittura più bravo della coppia Lennon/McCartney (solo meno leggendario dato il periodo contingente) mi ha portato ad avere il disco con ampio anticipo rispetto all’esposizione al giudizio critico generale … ed è stata un sorpresa abbastanza dirompente.

Poche e “sonicamente nascoste” le tracce delle meravigliose elaborazioni orchestrali di Victoria Kelly, e tutta l’atmosfera era invece caratterizzata e fortemente condizionata da un’umore più cupo generalizzato e da un malinconico visionario grigiore per me davvero inatteso.

Certo, durante il webcast Neil Finn aveva detto espressamente che i brani avrebbero anche potuto essere “differenti” nella versione definitiva, ma in questo caso le differenze si sono rivelate molto più che semplici sfumature interpretative o di arrangiamento.

Ciò non toglie comunque che DIZZY HEIGHTS rimane un punto di svolta creativo … solamente che è davvero difficile capire quale sarà la direzione futura dell’ex Split-Enz e mente geniale dei Crowded House … non resta che aspettare nuovi sviluppi.


Nel frattempo però consiglio caldamente, a chi fosse interessato all’ascolto di grandissima musica d’autore, di rintracciare quel webcast del 1 novembre, davvero essenziale per integrare il genio di Neil Finn (e per rendere omaggio al lavoro della giovane e non ancora conosciutissima Victoria Kelly, ragazza di Wellington appassionata di Stanley Kubrick e Prince).


sabato 25 aprile 2015

James Taylor - 24 aprile 2015 - Padova, PalaGeox















I segni del tempo si vedono tutti nel fisico e nelle modalità di adattamento soprattutto di alcune canzoni del buon vecchio JT, ma è altrettanto vero che il profondo segno lasciato da tempo nel cuore di un appassionato non è andato scemando, anzi …
... si rafforza ogni volta che viene esposto alla presenza dell’origine prima, ogni volta che è possibile restare a pochi metri da quell’uomo che - lo si voglia o no - ha raccontato se stesso con una sincerità ed una generosità di rara intensità.
Un concerto di JT non è uno spettacolo, ma è un invito a trascorrere una serata in compagnia di amici … con un anziano buontempone che dopo cena ci suona qualche sua canzone, note che conosciamo dal profondo perché ormai incastonate NEL profondo delle nostre emozioni individuali.
Lui suona, scherza, ride, balla, si emoziona e si diverte e non fa nulla per nascondere il tempo che trascorre inesorabile anche per lui.
Tra una canzone e l’altra racconta degli aneddoti (alcuni arcinoti per i frequentatori delle sue serate … che lo rende ancora più uguale ad un qualsiasi nostro parente in età e apparentemente leggermente “rincoglionito”), storie sono sempre ricche di un fascino speciale per chi non ha mai avuto la possibilità di sentirle raccontate proprio dalla voce di quell’uomo allampanato e dallo sguardo dolce e allucinato allo stesso tempo.
Serate come queste sono preziose perché permettono davvero uno scambio di emozioni così intenso da far capire come sia vero il potere della musica e come sia ancora possibile comunicare davvero tra umani con sistemi non solo verbali … è un segno (senza sembrare troppo “spirituale”) di rara fratellanza.
Il concerto? un piacevolissimo e rilassato ripasso delle ben note canzoni ma con qualche momento di inaspettato vigore muscolare sonoro che ha dato l’ennesima dimostrazione di come gli attempati signori sul palco siano ancora in grado di far esplodere i loro singoli strumenti con la giusta cattiveria e maleducazione (in particolare non ho mai visto Michael Landau così in forma alla chitarra … almeno due dei suoi soli sono stati davvero qualcosa di “devastante”).
La rilettura più grezza e potente di un brano blues leggendario come “Steamroller” è stata forse la sorpresa più grande e “l’unica” vera deviazione dalla consolidata dimensione concertistica di JT. La sua magica voce mostra i segni del tempo e alcuni adattamenti delle linee vocali lo dimostrano, ma va bene così perché la qualità della storia che ti racconta prescinde dalla reale perfezione della voce che la racconta … e stranamente è proprio nelle tonalità più confidenziali che la fatica del cantare si manifesta verso la fine del concerto … e quando con più evidenza si manifesta nelle strofe confidenziali dell’ultimo brano (l’intramontato ed intramontabile capolavoro di Miss. Carole King “You’ve got a friend”) in fondo rappresenta un “valore aggiunto” alla performance, un segnale di ancor più onesta intimità tra l’artista ed il suo pubblico.
I brani dell’ormai imminente prossimo nuovo disco raccontano invece un JT rilassato ed “escatologico”, più che mai proiettato verso i grandi temi dell’esistenza, quasi un bilancio di saggezza acquisita da una vita non altrettanto saggia e lineare (con “You and I again”, in fondo, regala un commovente messaggio “universale” … a prescindere dalla dedica particolare alla attuale moglie Caroline “Kim” Smedvig)
Naturalmente c’è anche molto “mestiere” nell’incedere sul palco, nell’intervallare a volte tra brano e brano piccoli bizzarri siparietti proposti con grande naturalità e con una mimica facciale che contraddistingue da sempre l’arte del comunicare di JT (e non solo da quando è persona “ripulita” da qualsiasi passato “bad behaviour”).
fa parte di questa unicità comportamentale anche la scelta di accettare la pausa tra i due set musicali (a mio parere voluta più dall’organizzazione per motivi “commerciali” che da reali esigenze della band) caratterizzandola in modo personalissimo rimanendo ostinatamente sul palco, seduto e disponibile a firmare qualsiasi oggetto gli venga proposto dai numerosi entusiasti fans.
In questo modo di fatto JT non è mai uscito dalla scena fino ala fine del secondo set, dopo l’ennesima solare e contagiosa performance di “Your smiling face”.
E probabilmente, a conti fatti, anche questo particolare è un piccolo “segnale” che metaforicamente dimostra come JT praticamente non uscirà mai dall’immaginario dei suoi estimatori sinceri.

Something in the Way She Moves 

Today Today Today 

Lo and Behold 

Wandering 

Everyday (Buddy Holly cover)
Country Road

Millworker 

Carolina in My Mind 

One More Go Round 

Sweet Baby James 

Shower the People

Stretch of the Highway
You and I Again 

Hour That the Morning Comes 

Handy Man (Jimmy Jones cover)
Steamroller 

Fire and Rain 

Walking Man 

Mexico 

Your Smiling Face

Shed a Little Light 

How Sweet It Is (To Be Loved by You) (Marvin Gaye cover)
You've Got a Friend (Carole King cover)

James Taylor - chitarre voce
Michael Landau - chitarra
Jimmy Johnson - basso
Steve Gadd - batteria
Larry Goldings - tastiere
Andrea Zonn - voce, violino
Kate Markowitz - voce
Arnold McCuller - voce

giovedì 19 febbraio 2015

Residents - Bologna 12 giugno 1983 - Area Parco Nord

12 giugno 1983
Una Fiat Panda si avvicina all’area parcheggio del Parco Nord di Bologna. Tutto intorno non è poi così affollato, anzi, non si direbbe proprio che poco lontano è stato allestito un tendone pronto ad ospitare un “concerto” o forse meglio definirlo un “rito multimediale collettivo”.
Dalla celebre italica utilitaria scendiamo in quattro, entusiasti e quasi increduli di essere ormai a pochi minuti dal coronare un sogno, vedere dal vivo i leggendari RESIDENTS.
E’ ancora molto viva in noi la gioia di aver scoperto tra i dischi oscuri d’importazione del negozietto di campo San Barnaba (in Venezia) titoli come “Duck stab”, “Not Available”, “The Third Reich and Roll” e lo straordinario “Eskimo” o l’incredibile “Commercial album”. Certo, sappiamo che questo appuntamento è dedicato alla presentazione di un unico lavoro, la trilogia oscura “The Mole Trilogy” di cui conosciamo già la prima e la seconda parte, ma per mille motivi non siamo davvero in grado di immaginare cosa davvero vedremo tra qualche minuto.
Ci siamo però premuniti di attrezzatura per registrare e fotografare il possibile, ma l’entusiasmo di questa potenziale impresa documentaristica viene immediatamente frustrato dalla presenza di alcuni carabinieri all’ingresso del grande tendone. Veniamo fatti oggetto di perquisizione e la macchina fotografica viene trattenuta momentaneamente … per fortuna però il registratore portatile (una specie di walkman smontabile … ed appositamente smontato alla bisogna) non viene individuate e requisito e grazie ad un microfono a forma di penna da taschino ci siamo garantiti la possibilità di immortalare l’audio dell’evento (ed infatti mentre scrivo adesso, quasi 32 anni dopo, sto ascoltando quella registrazione preziosa accuratamente conservata in memoria digitale). Entrati nel tendone vediamo immediatamente un frenetico andirivieni di personaggi vestiti con delle tute nere e che indossano naso, baffi ed occhiali di plastica finti … è davvero tutto molto surreale eppure il fonico ha in effetti naso-baffi-occhiali come anche i tecnici sotto al palco.
La scenografia è stranissima, con questi due giganteschi teloni ai lati del palco (le due città oggetto del concept delle talpe) e delle gabbie (o qualcosa di simile) al centro del palco, sembrano postazioni desertiche mimetizzate dei DAK (Deutsches Afrikakorps) e all’interno di esse si intuisce la presenza delle allora immaginifiche macchine sonore chiamate E-Mu.
Le luci si spengono ed incredibilmente viene diffusa ad altissimo volume una musica a noi completamente sconosciuta (non era stato ancora pubblicato infatti l’EP “Intermission”) ma assolutamente coinvolgente.
Ci siamo davvero !!!
Inizia da quel momento un viaggio a doppio binario tra le note della musica sotterranea e quella “di superficie”, melodie mutanti e mutate capaci di descrivere due vite possibili (in un contesto irreale), e le multicolori coreografie dei ballerini contribuiscono con grande forza all’impatto della performance. Penn Jillette si aggira sul palcoscenico blaterando in modo esagitato qualcosa riferito alla storia dei due mondi, difficile capre tutte le sue parole, ma l’atmosfera che si respira sembra davvero averci catapultato “altrove” … esattamente dove i quattro “non-bulbi” volevano portarci con questo rito quasi sciamanico di cui siamo protagonisti passivi.
Tutto fila via liscio senza pause e senza intoppi, con una naturalezza seconda solo ad uno spettacolo teatrale di terza o quarta replica … a parte forse qualche tipica vibrata lamentela sonora del pubblica generata dal comportamento maleducato delle prime file (ovviamente ed italianamente abusivamente) in piedi ad oscurare la visuale alle file successive.
Ad un certo punto, quando la storia delle “talpe” sta per concludersi la scena si anima e Jillette appare sul proscenio visibilmente esagitato ed inizia ad urlare qualcosa di non ben comprensibile, relativo ad un compenso troppo basso, ad un trattamento professionale poco adeguato. Tutto sembra molto “vero” e “credibile”, tanto che dalpalco Penn scende addirittura immediatamente davanti alle prime file e continua ad inveire contro il palco fino a quando non viene afferrato da tre energumeni (rigorosamente con naso-baffi-occhiali) che lo trascinano sul palco e lo legano ad una sedia dopo averlo imbavagliato.
Qualche minuto di suspance, poi un bizzarro balletto cattura l’attenzione mentre Jillette viene portato via legato ed imbavagliato alla sedia.
E’ la fine dello spettacolo con tanto di sipario che viene calato senza fretta.
Ci guardiamo ancora increduli, nella speranza che davvero non si sia trattato della conclusione dell’intero concerto … e dopo qualche minuto si illumina nuovamente il palcoscenico ed ecco arrivare sul palco i quattro “eyeballs” in tuxedo d’ordinanza … è il momento del bis “Satisfaction” che finalmente ci mostra più in luce i quattro misteriosi cavalieri dell’apocalisse sonora (mantenendone comunque rigorosamente celate le sembianze all’interno dei quattro giganteschi bulbi oculari). E’ davvero spassoso vedere letteralmente fatta-a-pezzi una canzone simbolo della musica giovanile di qualche decade addietro (che di fatto completa l’opera di santificazione della stessa iniziata qualche anno prima con la versione De-evoluta da Akron).
Ma è solo il preludio ad un fantastico finale collettivo.
Infatti dal fondo del palcoscenico iniziano ad avvicinarsi molte persone (naso-baffo-occhiale munite) che portano con loro ognuno una bandiera. Sono davvero tanti … sicuramente molti di più di tutti i vari protagonisti della serata (tra tecnici, ballerini e security) visti all’opera … e tra loro c’è anche il narratore Penn Jillette, evidentemente liberato dalla messa in scena della sua costrizione coatta.
Sulle note maestose di “Happy Home” tutte queste bandiere lentamente si raggruppano al centro della scena mentre altre bandiere compaiono ai lati del palco e la luce dall’alto diventa ancora più abbagliante in un crescendo che termina improvvisamente facendo piombare nel buio tutta la scena.
Un momento davvero indimenticabile.