mercoledì 16 novembre 2016

BEN SIDRAN - The doctor is in (1977 - 2016)

Era il 1977 ed ero un giovane deejay radiofonico di una importante emittente locale di Venezia, tanto importante da riuscita ad avere in anteprima dischi di prossima pubblicazione anche da parte di grosse major discografiche internazionali.
Nella primavera di quell'anno vennero recapitati alla redazione musicale della radio diversi pacchi omaggio con lacche e white labels di musicisti e gruppi ... alcuni famosi ed altri decisamente meno conosciuti da queste parti (comprendendo l'Europa in ... "queste parti").
Uno di questi pacchi proveniva direttamente dagli Stati Uniti, dall'ufficio promozione dell'etichetta ARISTA, fondata solo due anni prima da Clive Davis, con il nome Bell Records, e forse grazie alla relativamente recente attività, molto attenta alla promozione internazionale (in tempi in cui era davvero improbabile pensare di promuovere tutte le produzioni in catalogo senza una adeguata e capillare pressione sulle radio indipendenti mondiali).
Qualunque fossero state all'epoca le strategie commerciali dell'Arista, rimane il fatto che in quella primavera, aprendo quel pacco di dischi mi trovai di fronte a una serie di dischi che sarebbero rimasti nel mio mondo sonoro per sempre.
Il primo album ad uscire dal cartone fu una white label di un disco dello sconosciuto tastierista di colore tale DAVID SANCIOUS.
Il secondo fu un eccellente album di southern rock dei già noti OUTLAWS.
A seguire un disco di una neonata band progressive americana chiamata HAPPY THE MAN.
L'ultimo era un album di tale BEN SIDRAN intitolato "The Doctor is In".
No discosettanta, no soul, no straight jazz ... quindi il contenuto del pacco venne archiviato dalla segretaria di produzione nel settore "pop & rock" ... fantastico ... perché avrei potuto iniziare a trasmetterli immediatamente ... e così fu infatti per i rimanenti mesi in cui rimasi a collaborare con l'emittente.

Cambio scena I

I tempi delle radio private indipendenti erano ormai tramontati e nel 1996 eravamo solo agli albori di internet (consumer) e grazie al web il mio collezionismo musicale poteva dare risposte alla mia incontrollabile curiosità con infinite possibilità di ricevere informazioni in merito a cose passate, presenti e future.
Grazie ad una email rintracciata non so come, ebbi la possibilità di contattare direttamente un grande pianista di jazz contemporaneo quale era sempre stato in tutti gli anni passati proprio mr. Ben Sidran.
Fui straordinariamente felice di scambiare diversi messaggi con l'autore di quel disco che mi aveva "stregato" nel lontano 1977 e che non ero più riuscito a trovare in commercio in nessun formato possibile (erano ancora lontani i tempi dei pirati blogspottiani). Ricordo che mi sprecai in lodi convinte sull'intero album (ancora non sapevo che alla batteria sedeva il batterista di HOT RATS di Zappa) ed in particolare sull'arrangiamento finale di un brano intitolato "See you on the other side", un blues di straordinaria potenza espressiva orchestrale. La risposta di mr. Sidran a questa mia esternazione fu per me molto lusinghiera perché con molta semplicità mi scrisse che quel finale era una delle cose per cui andava più orgoglioso della sua luminosa carriera.
Quando poi scrissi che purtroppo mi era rimasta una sola registrazione su audio cassetta (di pessima qualità, peraltro) di quel disco meraviglioso lui mi rispose con altrettanta semplicità che il disco in realtà era stato praticamente ritirato dal commercio pochi giorni prima della pubblicazione ufficiale (stesso identico destino capitato all'album di David Sancious, peraltro) e quindi era diventato un vero e proprio oggetto di culto (quindi la copia recapitata in radio mi auguro sia nel salotto o nella cameretta di un qualsiasi mio collega di allora adesso ex-giovane di quei giorni movimentati della radio "in rampa").
Sconsolato chiesi a Sidran se esisteva un modo per recuperare comunque una copia usata o altro del prezioso manufatto industriale e lui mi scrisse che forse antro un paio di anni sarebbe stato possibile che un'etichetta giapponese riuscisse a recuperare i diritti di riproduzione e riproporre il disco nel moderno standard industriale.
Ci salutammo con questa notizia e non ci fu più nessuna ulteriore comunicazione (e mi rimane il rammarico che se quella conversazione si fosse svolta con i tradizionali sistemi di comunicazione con carta-e-penna mi sarebbe rimaste tracce anziché essere consapevoli che un semplice annullamento di un'account di posta antico ha come effetto collaterale la cancellazione delle conversazioni digitali ... sigh!).

Cambio scena II

Ad inizio 2016 scopro per caso che la Sonymusic Giapponese ha da poco annunciato di ristampare parte di un catalogo degli anni settanta ... e tra i titoli riesco a vedere BEN SIDRAN - THE DOCTOR IS IN. Alleluja !!!!!
Ho preordinato quindi il disco in febbraio contento di colmare finalmente quella lacuna nella mia audioteca più vicina al mio cuore.
Ho atteso per mesi senza avere notizie di nessun tipo fino a questa mattina quando mi è stato recapitato un pacchetto postale contenente il prezioso oggetto che sto ascoltando ... ed il finale di "See you on the other side" risuona bello, vigoroso ed intelligente come è sempre stato nel mio ricordo e nel mio cuore.

Bingo!

sabato 22 ottobre 2016

XTC - Skylarking - (1986) 2016

... quanta rabbia ancora traspare dalle note copertina ... quanta "lesa maestà" manifestata da Andy Partridge nei confronti di "Mr.Producer" ... comprensibile' forse, ma non certo giustificabile completamente (soprattutto alla luce dei "risultati ottenuti") ... SKYLARKING è uno di quei dischi della cui genesi è meglio non sapere nulla (o tutto ... ma proprio tutto) perché la musica prodotta e confezionata in quell'oggetto sonoro parla da sola ... raccontando la favola di una straordinaria stagione creativa diventata improvvisamente "non interessante" per la platea di un pubblico "drogato" di prodotti sempre più senza spessore. C'era bisogno di "ottimizzare" quella vena creativa che non dava più i frutti sperati (dalla casa discografica, ovviamente) ... bisognava trovare qualcuno in grado di "reinventare l'inventiva" estatica ... di riportare la luce dove non c'era sole (per dirla alla Branspardurich di Paolo Esco).
La scelta di chiamare Todd Rundgren a svolgere questo ingrato compito è stata geniale e poco importa (per la casa discografica) se i suoi metodi di lavoro fossero collidenti con le aspettative e le abitudini del trio di Swindon ... nessun interesse per le eventuali (puntualmente occorse) collisioni di personalità ed ego tra gli artisti coinvolti nell'operazione.
A leggere quanto scritto nelle note di copertina (le ennesime, peraltro) di questa edizione davvero Partridge non ha mai risolto il suo conflitto con Mr.Producer ... non ha mai sopportato l'idea di essere lui stesso un "prodotto" di quell'industria discografica che lo aveva lanciato come uno dei nuovi geni della decade(nza) di quegli anni salvo poi accorgersi che la sua intelligenza musicale non era più adatta all'atrofia cerebrale indotta nel pubblico proprio dall'attività delle stesse grandi major discografiche del tempo. Ma il mondo dell'industria dell'intrattenimento musicale funziona così ... se non sei in grado di inventarti qualcosa che ti permetta di rimanere in prima persona al culmine delle classifiche o delle vendite, c'è bisogno di "cambiare allenatore" ... in questo caso specifico c'è bisogno di trovare un "produttore" che sistemi con parametri differenti (generati da una visione esterna all'egomaniacale compositore/band) le caratteristiche di un suono, di una vena creativa portando il tutto alla realizzazione di un PRODOTTO (da VENDERE!!!).
"(Todd) ci ha fatto essere più "inglesi" di quanto non lo fossimo noi stessi in realtà" è una frase con cui Colin Moulding (più equilibrato nei giudizi anche dopo trent'anni) affida forse ai posteri la sintesi della collisione, degli impatti personali tra XTC e Mr. Producer.
Comunque la si voglia vedere ... aver prodotto gli XTC non ha cambiato più di tanto la carriera di Mr.Producer ... ma essere stati prodotti da TODD RUNDGREN ha significato per la band di Partidge & Moulding la certezza di qualche anno ancora di sopravvivenza e visibilità pubblica.
Per quello che vale la mia piccolissima opinione (ed esperienza di produttore musicale) sono e sarò sempre dalla parte di TODD ... con buona pace di uno dei miei musicisti preferiti qual'è ancora oggi il vulcanico Andy Partidge ...

ps: siamo davvero sicuri che l'ubiquo eccellente Steve Wilson sia adatto a mettere le mani su "questi suoni" ?

venerdì 30 settembre 2016

Van Der Graaf Generator - Do Not Disturb (2016)






















... credo di aver capito una cosa dopo 45 anni ... quando nel 1971 uscì PAWN HEARTS le fulminanti intuizioni musicali e testuali contenute nella suite del secondo lato polimerico intitolata "A plague of lighthouse keeper" squarciavano la tela intonsa del mio immaginario adolescente con una benvenuta violenza addirittura consapevolmente cercata con infinita passione e continua sete di conoscenza (non ancora esaurita, peraltro) ... eppure non capivo perché qualcuno continuasse a sostenere che quel disco - si, QUEL DISCO che ai miei occhi era (ed è, sia chiaro) un capolavoro totale e definitivo - soffrisse di una sorta di eccessiva "frammentarietà" di idee mescolate con grande (troppo) vigore tra di loro creando un effetto complessivo troppo cervellotico. Immaginavo che questa osservazione fosse frutto di una posizione piuttosto retrograda, post-psichedelica e troppo rock-ignorante ...
bene, dopo 41 primavere (estati, autunni ed inverni) ho capito finalmente cosa significava percepire quelle sensazioni, provare quel senso di (eccessiva?) frammentarietà in un unicum rapsodico concept di musica giovanile ... ora posso dire che DO NOT DISTURB mi sta facendo lo stesso effetto che i "cuori impegnati" sortirono in quei critici "retrogradi, post-psichedelici e rock-ignoranti" ... l'unica differenza è che avendo ormai da anni il mio "cuore impegnato" e completamente assorbito e coinvolto  dalla caotica e al tempo stesso struggente poetica del "generatore" (e degli uomini che ne sono - e ne sono stati - parte integrante) questo effetto che si concretizza adesso, ascoltando questo loro tredicesimo album, mi riporta con nostalgia a quella tela del mio immaginario che in tutti questi anni ne ha visti di segni, lacerazioni, forme, colori ... e non è più intonsa ma anzi estremamente "sonic-experienced" (per dirla "a-la-Jimi") ... evidentemente il generatore continua a "generare" in me quel desiderio che ha educato (forse più dei libri) la mia anima ... grazie.

giovedì 24 marzo 2016

2016 - Oöphoi



... scopro solo adesso che Gianluigi Gasparetti (in arte Oöphoi) ha lasciato questo terzo sasso dal sole il 12 aprile del 2013.


E' una notizia che mi colpisce molto, e che mi rattrista davvero profondamente.

Ho conosciuto Gianluigi nel 1995. 

Mi aveva contattato per recensire tra le pagine di "Deep Listenings" (la sua interessante e visionaria rivista) il mio primo album solista "Spettri".

A partire dal quello sporadico contatto è nata una collaborazione che mi ha portato a mia volta a scrivere alcuni articoli per la sua rivista offrendomi così un'ottima occasione di approfondire anche criticamente alcune produzioni internazionali dedicate all'ambient e alla "musica magica" di un suono che in quegli anni cominciava finalmente ad essere ascoltato con sempre maggiore interesse anche in Italia.

Il suo generoso interesse per la mia musica lo ha poi spinto a suggerirmi alla produzione come potenziale responsabile della colonna sonora (live) dello spettacolo teatrale "Shylock e Faust" realizzato dalla compagnia TeatroInAria/Stanze Luminose con la pregevole regia di Alessandro Berdini.

Un'esperienza che per me è stata determinante e altamente formativa artisticamente di cui gli sono tutt'ora profondamente debitore.

Quando l'ho incontrato - per la prima volta di persona - a Casal Palocco nella primavera del 1996 è stata subito tangibile la sensazione di essere realmente a contatto con una persona vera, sinceramente affezionata alla musica ed a tutti suoi potenziali valori. 
La giornata trascorsa con lui e la moglie Alessandra nella loro accogliente casa fuori Roma è stata straordinariamente intensa e ricca di suggestioni artistiche e personali, condita dai tanti suoni dei suoi innumerevoli preziosi strumenti acustici e dalle tantissime percussioni (ed alcune interessanti digressioni sull'utilità dell'uso dei fiori di Bach contro gli attacchi di panico).

All'indomani della tournée teatrale e di qualche altra interessante produzione musicale il mio momentaneo abbandono dell'attività musicale ha sicuramente contribuito a creare una distanza tra di noi che negli anni mi sono sempre ripromesso di recuperare in qualche modo.

Ora so che non sarà più possibile ... e la cosa mi dispiace moltissimo.

Conservo ancora gelosamente il suo primo disco solista "Static Soundscapes" (con la foglia vera "imprigionata" nella plastica trasparente del jewel case del cd) che ho spesso ascoltato con sincera ammirazione  così come ho molto apprezzato nel tempo anche i due suoi "omaggi" sonori che mi fece alla fine di quella bella giornata insieme ("Ambience" di Mathias Grassow e "Monsoon" di Klaus Wiese).

Una persona preziosa, che ho avuto il piacere di incrociare (purtroppo per troppo poco tempo) e con cui ho messo a confronto la passione per la musica, la nostra visione della vita dei suoni ... anzi, del Suono dei Suoni.

Ciao Gianluigi, ovunque tu sia.


martedì 1 dicembre 2015

Manna/Mirage - Blue Dogs (2015)

Sono sempre stato un estimatore della musica dei Muffins e benchè la loro collocazione nel mondo della musica degli ultimi trent’anni sia stata ingiustamente considerata dai più “marginale” rispetto alla ontemporanea o di poco antecedente scena “in opposizione” europea io trovo il sound di questa band particolarmente interessante ed innovativo nei suoi pur evidenti echi di  “derivazione” ispirativa.

Le sorti professionali di un gruppo che non riesce ad imporre completamente, o almeno con continuità, la propria identità artistica all’attenzione del pubblico sono destinate a mantenere marginale il contributo alla scena culturale del proprio tempo e così è infatti capitato ai Muffins.

Per fortuna nei tempi recenti qualcosa, soprattutto grazie alla altrove perniciosa “rete di connessione”, si è mosso tra gli affezionati conoscitori della band e parte della nuova generazione di giovani appassionati di musiche “altre” e così Dave Newhouse, Billy Swann e Paul Sears (tre dei quattro Muffins originali) hanno deciso di riproporre la loro traiettoria musicale con un nuovissimo lavoro autoprodotto ed autodistribuito (almeno per il momento).

BLUE DOGS è l’eccellente risultato di questa rinata collaborazione dei tre (a nome MANNA/MIRAGE, come il primo album degli allora "The Muffins") supportata con competenza anche dalla presenza di altri musicisti in grado di ben adattarsi alle poliedriche composizioni (del solo Newhouse) qui proposte.

Ironia e rigore trovano equilibrio nelle atmosfere cangianti e sempre molto calibrate, caratterizzate da eccellenti orchestrazioni dei fiati e solismi sempre molto contenuti e mai banali.
Forse una certa dose di spigolosità e “cattiveria” è andata via via perdendosi negli anni, ma in compenso una attenta elaborazione armonica delle composizioni offre una riuscitissima alternativa ad uno sterile aprioristico sentirsi “contro” tipico di una “certa” epoca di coerente riferimento ed ispirazione artistica.

Ovviamente il carattere esclusivamente “strumentale” del disco non concede divagazioni “melodiche” di facile presa, ma del resto è sempre stato così anche in passato e non c’era certo alcun motivo di provare a cambiarne l’essenza oggi.


In ultima analisi un gran bel lavoro che merita di essere presente nelle audioteche di un pubblico desideroso di qualità e onesta creatività contemporanea.

mercoledì 3 giugno 2015

2013.11.01 - Neil Finn Webcast

La mattina del 1 Novembre 2013 (quando in Europa si festeggiava ancora Halloween) Neil Finn ha organizzato (quasi a sorpresa) dalla sua casa in Auckland una videotrasmissione in webcast streaming per offrire al suo pubblico un’anticipazione dell’album allora ancora in fase di realizzazione (“DIZZY HEIGHTS”).

Poteva essere una sessione di “unplugged songs” e già per questo sarebbe stata meritevole di attenzione (viste le occasioni precedenti), ma non è andata esattamente così.

Finn ha infatti invitato nella sua sala prove/trasmissione un’ensemble da camera (quattro violini, due viole, due violoncelli, un contrabbasso, due coristi ed un batterista) a fare da cornice sonora alle quattro songs in preview.

Diretto dall’eccellente Victoria Kelly (synth, voce ed arrangiamenti) l’ensemble ha reso semplicemente leggendaria questa session, fornendo colori e sfumature di rara bellezza alle nuove canzoni proposte (già notevoli di per loro).

In un’atmosfera magica, mi è sembrato subito evidente che la musica di Neil Finn fosse nuovamente ad un bivio creativo, ma questa volta più marcatamente verso una evoluzione formale ed emotiva.

A fine session (qui notturna perchè vissuta dal sottoscritto in diretta) mi sono convinto che l’album in produzione sarebbe diventato molto presto uno degli ascolti più frequenti dalla mia audioteca.

Qualche mese dopo “DIZZY HEIGHTS” è regolarmente uscito sul mercato discografico internazionale e la mia consueta solerzia nel seguire la produzione dell’autore che ritengo forse addirittura più bravo della coppia Lennon/McCartney (solo meno leggendario dato il periodo contingente) mi ha portato ad avere il disco con ampio anticipo rispetto all’esposizione al giudizio critico generale … ed è stata un sorpresa abbastanza dirompente.

Poche e “sonicamente nascoste” le tracce delle meravigliose elaborazioni orchestrali di Victoria Kelly, e tutta l’atmosfera era invece caratterizzata e fortemente condizionata da un’umore più cupo generalizzato e da un malinconico visionario grigiore per me davvero inatteso.

Certo, durante il webcast Neil Finn aveva detto espressamente che i brani avrebbero anche potuto essere “differenti” nella versione definitiva, ma in questo caso le differenze si sono rivelate molto più che semplici sfumature interpretative o di arrangiamento.

Ciò non toglie comunque che DIZZY HEIGHTS rimane un punto di svolta creativo … solamente che è davvero difficile capire quale sarà la direzione futura dell’ex Split-Enz e mente geniale dei Crowded House … non resta che aspettare nuovi sviluppi.


Nel frattempo però consiglio caldamente, a chi fosse interessato all’ascolto di grandissima musica d’autore, di rintracciare quel webcast del 1 novembre, davvero essenziale per integrare il genio di Neil Finn (e per rendere omaggio al lavoro della giovane e non ancora conosciutissima Victoria Kelly, ragazza di Wellington appassionata di Stanley Kubrick e Prince).


sabato 25 aprile 2015

James Taylor - 24 aprile 2015 - Padova, PalaGeox















I segni del tempo si vedono tutti nel fisico e nelle modalità di adattamento soprattutto di alcune canzoni del buon vecchio JT, ma è altrettanto vero che il profondo segno lasciato da tempo nel cuore di un appassionato non è andato scemando, anzi …
... si rafforza ogni volta che viene esposto alla presenza dell’origine prima, ogni volta che è possibile restare a pochi metri da quell’uomo che - lo si voglia o no - ha raccontato se stesso con una sincerità ed una generosità di rara intensità.
Un concerto di JT non è uno spettacolo, ma è un invito a trascorrere una serata in compagnia di amici … con un anziano buontempone che dopo cena ci suona qualche sua canzone, note che conosciamo dal profondo perché ormai incastonate NEL profondo delle nostre emozioni individuali.
Lui suona, scherza, ride, balla, si emoziona e si diverte e non fa nulla per nascondere il tempo che trascorre inesorabile anche per lui.
Tra una canzone e l’altra racconta degli aneddoti (alcuni arcinoti per i frequentatori delle sue serate … che lo rende ancora più uguale ad un qualsiasi nostro parente in età e apparentemente leggermente “rincoglionito”), storie sono sempre ricche di un fascino speciale per chi non ha mai avuto la possibilità di sentirle raccontate proprio dalla voce di quell’uomo allampanato e dallo sguardo dolce e allucinato allo stesso tempo.
Serate come queste sono preziose perché permettono davvero uno scambio di emozioni così intenso da far capire come sia vero il potere della musica e come sia ancora possibile comunicare davvero tra umani con sistemi non solo verbali … è un segno (senza sembrare troppo “spirituale”) di rara fratellanza.
Il concerto? un piacevolissimo e rilassato ripasso delle ben note canzoni ma con qualche momento di inaspettato vigore muscolare sonoro che ha dato l’ennesima dimostrazione di come gli attempati signori sul palco siano ancora in grado di far esplodere i loro singoli strumenti con la giusta cattiveria e maleducazione (in particolare non ho mai visto Michael Landau così in forma alla chitarra … almeno due dei suoi soli sono stati davvero qualcosa di “devastante”).
La rilettura più grezza e potente di un brano blues leggendario come “Steamroller” è stata forse la sorpresa più grande e “l’unica” vera deviazione dalla consolidata dimensione concertistica di JT. La sua magica voce mostra i segni del tempo e alcuni adattamenti delle linee vocali lo dimostrano, ma va bene così perché la qualità della storia che ti racconta prescinde dalla reale perfezione della voce che la racconta … e stranamente è proprio nelle tonalità più confidenziali che la fatica del cantare si manifesta verso la fine del concerto … e quando con più evidenza si manifesta nelle strofe confidenziali dell’ultimo brano (l’intramontato ed intramontabile capolavoro di Miss. Carole King “You’ve got a friend”) in fondo rappresenta un “valore aggiunto” alla performance, un segnale di ancor più onesta intimità tra l’artista ed il suo pubblico.
I brani dell’ormai imminente prossimo nuovo disco raccontano invece un JT rilassato ed “escatologico”, più che mai proiettato verso i grandi temi dell’esistenza, quasi un bilancio di saggezza acquisita da una vita non altrettanto saggia e lineare (con “You and I again”, in fondo, regala un commovente messaggio “universale” … a prescindere dalla dedica particolare alla attuale moglie Caroline “Kim” Smedvig)
Naturalmente c’è anche molto “mestiere” nell’incedere sul palco, nell’intervallare a volte tra brano e brano piccoli bizzarri siparietti proposti con grande naturalità e con una mimica facciale che contraddistingue da sempre l’arte del comunicare di JT (e non solo da quando è persona “ripulita” da qualsiasi passato “bad behaviour”).
fa parte di questa unicità comportamentale anche la scelta di accettare la pausa tra i due set musicali (a mio parere voluta più dall’organizzazione per motivi “commerciali” che da reali esigenze della band) caratterizzandola in modo personalissimo rimanendo ostinatamente sul palco, seduto e disponibile a firmare qualsiasi oggetto gli venga proposto dai numerosi entusiasti fans.
In questo modo di fatto JT non è mai uscito dalla scena fino ala fine del secondo set, dopo l’ennesima solare e contagiosa performance di “Your smiling face”.
E probabilmente, a conti fatti, anche questo particolare è un piccolo “segnale” che metaforicamente dimostra come JT praticamente non uscirà mai dall’immaginario dei suoi estimatori sinceri.

Something in the Way She Moves 

Today Today Today 

Lo and Behold 

Wandering 

Everyday (Buddy Holly cover)
Country Road

Millworker 

Carolina in My Mind 

One More Go Round 

Sweet Baby James 

Shower the People

Stretch of the Highway
You and I Again 

Hour That the Morning Comes 

Handy Man (Jimmy Jones cover)
Steamroller 

Fire and Rain 

Walking Man 

Mexico 

Your Smiling Face

Shed a Little Light 

How Sweet It Is (To Be Loved by You) (Marvin Gaye cover)
You've Got a Friend (Carole King cover)

James Taylor - chitarre voce
Michael Landau - chitarra
Jimmy Johnson - basso
Steve Gadd - batteria
Larry Goldings - tastiere
Andrea Zonn - voce, violino
Kate Markowitz - voce
Arnold McCuller - voce

giovedì 19 febbraio 2015

Residents - Bologna 12 giugno 1983 - Area Parco Nord

12 giugno 1983
Una Fiat Panda si avvicina all’area parcheggio del Parco Nord di Bologna. Tutto intorno non è poi così affollato, anzi, non si direbbe proprio che poco lontano è stato allestito un tendone pronto ad ospitare un “concerto” o forse meglio definirlo un “rito multimediale collettivo”.
Dalla celebre italica utilitaria scendiamo in quattro, entusiasti e quasi increduli di essere ormai a pochi minuti dal coronare un sogno, vedere dal vivo i leggendari RESIDENTS.
E’ ancora molto viva in noi la gioia di aver scoperto tra i dischi oscuri d’importazione del negozietto di campo San Barnaba (in Venezia) titoli come “Duck stab”, “Not Available”, “The Third Reich and Roll” e lo straordinario “Eskimo” o l’incredibile “Commercial album”. Certo, sappiamo che questo appuntamento è dedicato alla presentazione di un unico lavoro, la trilogia oscura “The Mole Trilogy” di cui conosciamo già la prima e la seconda parte, ma per mille motivi non siamo davvero in grado di immaginare cosa davvero vedremo tra qualche minuto.
Ci siamo però premuniti di attrezzatura per registrare e fotografare il possibile, ma l’entusiasmo di questa potenziale impresa documentaristica viene immediatamente frustrato dalla presenza di alcuni carabinieri all’ingresso del grande tendone. Veniamo fatti oggetto di perquisizione e la macchina fotografica viene trattenuta momentaneamente … per fortuna però il registratore portatile (una specie di walkman smontabile … ed appositamente smontato alla bisogna) non viene individuate e requisito e grazie ad un microfono a forma di penna da taschino ci siamo garantiti la possibilità di immortalare l’audio dell’evento (ed infatti mentre scrivo adesso, quasi 32 anni dopo, sto ascoltando quella registrazione preziosa accuratamente conservata in memoria digitale). Entrati nel tendone vediamo immediatamente un frenetico andirivieni di personaggi vestiti con delle tute nere e che indossano naso, baffi ed occhiali di plastica finti … è davvero tutto molto surreale eppure il fonico ha in effetti naso-baffi-occhiali come anche i tecnici sotto al palco.
La scenografia è stranissima, con questi due giganteschi teloni ai lati del palco (le due città oggetto del concept delle talpe) e delle gabbie (o qualcosa di simile) al centro del palco, sembrano postazioni desertiche mimetizzate dei DAK (Deutsches Afrikakorps) e all’interno di esse si intuisce la presenza delle allora immaginifiche macchine sonore chiamate E-Mu.
Le luci si spengono ed incredibilmente viene diffusa ad altissimo volume una musica a noi completamente sconosciuta (non era stato ancora pubblicato infatti l’EP “Intermission”) ma assolutamente coinvolgente.
Ci siamo davvero !!!
Inizia da quel momento un viaggio a doppio binario tra le note della musica sotterranea e quella “di superficie”, melodie mutanti e mutate capaci di descrivere due vite possibili (in un contesto irreale), e le multicolori coreografie dei ballerini contribuiscono con grande forza all’impatto della performance. Penn Jillette si aggira sul palcoscenico blaterando in modo esagitato qualcosa riferito alla storia dei due mondi, difficile capre tutte le sue parole, ma l’atmosfera che si respira sembra davvero averci catapultato “altrove” … esattamente dove i quattro “non-bulbi” volevano portarci con questo rito quasi sciamanico di cui siamo protagonisti passivi.
Tutto fila via liscio senza pause e senza intoppi, con una naturalezza seconda solo ad uno spettacolo teatrale di terza o quarta replica … a parte forse qualche tipica vibrata lamentela sonora del pubblica generata dal comportamento maleducato delle prime file (ovviamente ed italianamente abusivamente) in piedi ad oscurare la visuale alle file successive.
Ad un certo punto, quando la storia delle “talpe” sta per concludersi la scena si anima e Jillette appare sul proscenio visibilmente esagitato ed inizia ad urlare qualcosa di non ben comprensibile, relativo ad un compenso troppo basso, ad un trattamento professionale poco adeguato. Tutto sembra molto “vero” e “credibile”, tanto che dalpalco Penn scende addirittura immediatamente davanti alle prime file e continua ad inveire contro il palco fino a quando non viene afferrato da tre energumeni (rigorosamente con naso-baffi-occhiali) che lo trascinano sul palco e lo legano ad una sedia dopo averlo imbavagliato.
Qualche minuto di suspance, poi un bizzarro balletto cattura l’attenzione mentre Jillette viene portato via legato ed imbavagliato alla sedia.
E’ la fine dello spettacolo con tanto di sipario che viene calato senza fretta.
Ci guardiamo ancora increduli, nella speranza che davvero non si sia trattato della conclusione dell’intero concerto … e dopo qualche minuto si illumina nuovamente il palcoscenico ed ecco arrivare sul palco i quattro “eyeballs” in tuxedo d’ordinanza … è il momento del bis “Satisfaction” che finalmente ci mostra più in luce i quattro misteriosi cavalieri dell’apocalisse sonora (mantenendone comunque rigorosamente celate le sembianze all’interno dei quattro giganteschi bulbi oculari). E’ davvero spassoso vedere letteralmente fatta-a-pezzi una canzone simbolo della musica giovanile di qualche decade addietro (che di fatto completa l’opera di santificazione della stessa iniziata qualche anno prima con la versione De-evoluta da Akron).
Ma è solo il preludio ad un fantastico finale collettivo.
Infatti dal fondo del palcoscenico iniziano ad avvicinarsi molte persone (naso-baffo-occhiale munite) che portano con loro ognuno una bandiera. Sono davvero tanti … sicuramente molti di più di tutti i vari protagonisti della serata (tra tecnici, ballerini e security) visti all’opera … e tra loro c’è anche il narratore Penn Jillette, evidentemente liberato dalla messa in scena della sua costrizione coatta.
Sulle note maestose di “Happy Home” tutte queste bandiere lentamente si raggruppano al centro della scena mentre altre bandiere compaiono ai lati del palco e la luce dall’alto diventa ancora più abbagliante in un crescendo che termina improvvisamente facendo piombare nel buio tutta la scena.
Un momento davvero indimenticabile.


domenica 15 febbraio 2015

Roger Bunn (1942 - 2005)

Nato nel 1942, trascorre l’infanzia in un ricovero per orfani di guerra. Alla fine degli anni ’50 si appassiona di musica, in particolare è parte della scena “skiffle” di Norwich con la band The Saints.

Dopo alcune esperienze come componente di varie band locali, si sposta ad Amburgo e intraprende la stessa “gavetta” di altri personaggi ben noti della contemporanea scena musicale europea (ma evidentemente con risultati diversi). Suona la chitarra nel gruppo di Wee Willie Harris che prenderà il posto dei Beatles allo Star Club.

Tornato in patria forma una soul band The Bluebottles (con Mike Patto) con cui gira l’Inghilterra facendo da opening per personaggi del calibro di Manfred Mann, The Animals. Appassionato di jazz (e in particolare con una quasi ossessione per Charlie Parker) trascorre moltissimo tempo al Ronnie Scott jazz club.

Nel frattempo la sua carriera di musicista lo porta a lavorare con Graham Bond, Zoot Money, Marianne Faithfull incrociando saltuariamente anche Jimi Hendrix e perdendo l’opportunità di raggiungere i Bluesbreakers di John Mayall a vantaggio di un giovanissimo Mick Taylor.

Con la sua nuova band Giant Sun Trolley suona spessissimo nelle serate lisergiche dell’UFO club con i molto più noti Soft Machine, Pink Floyd, Crazy World of Arthur Brown e Procol Harum. Come molti protagonisti di quella particolare scena musicale, Bunn fa uso di pesanti “integratori chimici” per stimolare le sue esperienze artistiche, circostanza questa che più avanti nel tempo lo porterà a soffrire di una totale perdita della propria memoria dei ricordi relativi alla sua vita che lo accompagnerà fino all’inizio degli anni ottanta.

Dopo un periodo relativamente lungo trascorso viaggiando tra la Turchia ed il medio oriente Bunn ritorna in patria e forma una coraggiosa band (che adesso catalogheremmo “ethno-rock”) chiamata Djinn che ha avuto il “merito” di offrire ad un giovanissimo David Jones (later Bowie) una breve permanenza nell’organico che ha prodotto la singolare circostanza di aver permesso allo stesso Jones di utilizzare un suo brano “Life is a circus” nel proprio repertorio per anni.

A fine del 1969 Paul McCartney, che lo aveva conosciuto nel comune periodo “amburghese”, gli offre l’opportunità di utilizzare temporaneamente parte dell’attrezzatura degli Apple studios in Baker Street per produrre un demo che successivamente si sarebbe evoluto e sarebbe diventato “Peace of mind” suo unico disco solista pubblicato a fine del ’69 dalla succursale olandese dell’etichetta Philips e registrato con musicisti olandesi e la Dutch Metropole Orchestra.

Questa uscita discografica non porta una grande popolarità ma offre comunque a Bunn prima di entrare a far parte del gruppo Piblokto! (ensemble proto-progressive post-beat dell’ex paroliere dei Cream Pete Brown) e successivamente l’opportunità di essere notato da una gruppo di ragazzi intenzionati a formare con lui un gruppo dal bizzarro nome “Roxy Music”. Una ghiotta opportunità a cui però rinuncia per la sua sola orgogliosa ostinazione a non assecondare l’opinione di Brian Ferry che non sopportava il fatto che si fosse fatto crescere la barba. Davanti alla ennesima perentoria richiesta di Ferry di cambiare il suo look, Bunn decide di risolvere il problema lasciando il gruppo solo poche settimane prima che lo stesso venga scritturato da una major discografica (una circostanza davvero fortunata per tale Phil Manzanera …).

Dopo quella esperienza Bunn abbandona quasi completamente la scena musicale (se si fa eccezione per qualche saltuaria collaborazione con Mike, il fratello minore di Paul McCartney, Davy Graham, Peggy Seeger e lo Spontaneous Music Ensemble), diventa politicamente molto attivo occupandosi lavorando per numerose associazioni di volontariato contro l’apartheid e contro il traffico internazionale di sostanze stupacenti.

Nel 1994 fonda la Music Industry Human Rights Association.

Scompare improvvisamente nel 2005 completamente dimenticato dalla comunità di musicisti britannici ed internazionali.

venerdì 13 febbraio 2015

... il terzo fratello

"Why can't we play today?
Why can't we stay that way?"
(Remember a day - Richard Wright 1968)

Una volta ricordo di aver definito con degli amici Richard il TERZO fratello WRIGHT per la straordinaria capacità di far VOLARE le emozioni nei cuori dei tantissimi appassionati dei PINK FLOYD (ed anche in moltissimi inconsapevoli ascoltatori distratti che involontariamente avranno provato una qualche emozione nel sentire le sue magiche note magari accompagnare uno spot pubblicitario qualsiasi o un reportage scientifico o giornalistico).

Non sono state molte le composizioni incluse nel repertorio della band e firmate dal solo Wright, ma il suo contributo al "suono" dei Floyd è assolutamente essenziale e paritario a quello degli altri tre Se esistesse una sorta di “giustizia creativa", forse gli si dovrebbero attribuire molti più meriti di quanto la gli siano stati riconosciuti in effetti.

Un esempio? … provate ad ascoltare la versione MONO di "Interstellar Overdrive” … l'inno dell'UFO CLUB nella stagione lisergica di quei Pink Floyd e vi renderete subito conto che l'alone sonoro su cui volteggia la chitarra "al vetriolo" (o al “mandrax", dipende) di Barrett è semplicemente una straordinaria invenzione "ambient ante litteram" di un Richard Wright alle prese con un organetto elettronico ed un echo Binson. La versione MONO rende molto più evidente il suo contributo alla realizzazione di un brano diventato presto leggendario nella nuova musica giovane della seconda metà del secolo scorso.

Ed è solo UNO degli esempi ... gli altri sarebbero troppi per essere elencati qui … anche se non posso proprio esimermi dal citare la sezione finale di "Saucerful of secrets" ("Celestial voices") o la struggente introduzione al piano riverberato di "Echoes", o ancora il movimento finale di "Wish you were here", dove tutto ciò che si è sentito fino a quel momento si perde nel nulla di una (forse confortante) malinconica rassegnazione.

Ma i suoi brani dimostrano allo stesso tempo una straordinaria capacità creativa nel sapersi anche inserire con indubbia personalità tra le maglie compositive di due (prima) o tre (poi) ingombranti compagni di viaggio. Nelle sue dolcissime "song" offre momenti di pausa dalle angosce di Waters, ma è pronto ad aggredire l’ascoltatore con una violenza sonora inaspettata quando riversa tra i solchi del disco UMMAGUMMA 4 feroci improvvisazioni dedicate all'interminabile condizione di Sisifo. Il mellotron diventa uno strumento che non viene usato per costruire artifizi di arrangiamento neoclassico, ma Ë una vera arma sonora per esprimere creatività pura.

So long, Richard Wright.

giovedì 12 febbraio 2015

Sylvia Hallett - Let's fall out (1994)

Sylvia Hallett è un ennesimo esempio di patrimonio del mondo musicale degli ultimi trent’anni che passa sistematicamente inosservato anche ai più volonterosi ricercatori di suoni sperimentali e contaminazioni musicali multilivello. E’ dalla fine degli anni settanta che questa eccellente musicista inglese lavora a contatto con musicisti dell’intellighenzia sonora d’oltremanica e non solo, collaborando a numerosi progetti con illustri colleghi quali Lol Coxhill, Maggie Nicols, Phil Minton, Evan Parker o gli ensemble Accordions Go Crazy, LaXula, British Summer Time Ends, Arc e The London Improvisers Orchestra.

Violinista di primo strumento, ma in realtà una vera e manipolatrice di suoni e supporti audio, ha costantemente portato la sua prospettiva musicale verso traiettorie originali e sapientemente in equilibrio tra provocazione sonora, scrittura tradizionale e tradizione popolare.

Alle elaborazioni soniche, Sylvia Hallett aggiunge anche la sua voce … non una “voce” particolare, non certo capace dei virtuosismi della sua (quasi) collega Iva Bittova, ma proprio nella “normalità” del suo timbro si nasconde uno dei valori di preziosa espressività naturale che quando viene in contatto con stridii laceranti di corde graffiate dal suo archetto riporta tutta la dimensione ad una umanità di rara bellezza ed efficacia.

A volte è possibile fare un paragone anche con il crooning di Ivor Cutler (genio obliquo ed incompreso d’Albione) e nella mansueta e composta dimensione di voce-strumento e rumori ambientali tutto sembra estremamente naturale e collocabile nello spirito più traditional e folk. Ed invece quella di Sylvia Hallett è musica che si protende verso una forma d’avanguardia insinuante e sempre pronta a prendere il sopravvento, pronta cioè a cancellare la fragile resistenza delle tradizioni popolari a vantaggio di oblique miniature di un futuro grottesco e fulminante.

“Let’s fall out” del 1994 contiene tutte queste caratteristiche e molte altre sfumature che sono lasciate alla sensibilità individuale dell’ascoltatore, alla sua disponibilità ad essere preso per mano e portato a spasso in un parco di divertimenti anomalo, dove lo stesso significato di “divertimento” deve essere ridefinito.

Un piccolo capolavoro, prezioso e dimenticato come solo i piccoli (ma in realtà grandi) capolavori sembrano essere destinati a rimanere.

mercoledì 11 febbraio 2015

Robert Rich - Sunyata (1981)

Riavvolgiamo il nastro immaginario e ritorniamo al 1981, agli albori di una “certa” nuova elettronica, alle prime audio estensioni della filosofia del “suono d’ambiente” sviluppatesi dalla teorizzazione Budd/Eniana e declinate con uno spirito “sidereo” fatto di echi lontani di tempi dilatati e tanto, tanto, tanto spazio evocato intorno.

Ascoltando questo primo esperimento sonoro di Robert Rich, questi due lunghi “drones” elettronici sospinti in uno spazio virtuale dell’immaginazione più dilatato e vicino alla percezione di un qualche misterioso “vuoto”, 

mi torna in mente il principio primo della “musique d’ameublement” elaborato dal leggendario Eric Satie e realizzo - una volta di più e con molta soddisfazione - che questa "musica che non ha bisogno di essere ascoltata” in effetti riempie lo spazio circostante e diventa “compagna di viaggio” nella sua dimensione "discreta", trasformandosi in etereo profumo sonoro che pervade lo spazio delle nostre azioni (o della nostra immobile concentrazione).

Qui, il suono non racconta nient’altro che se stesso, condizionando l’ascoltatore ad ascoltare nient’altro che se stesso … una perfetta dimensione sospesa in un equilibrio che ricorda molto la vasca di deprivazione sensoriale che Ken Russell racconta in un suo film di inizio 1980 (Altered States - Stati di Allucinazione).

Certo, questi suoni algidi non inducono le allucinazioni ancestrali del protagonista del claustrofobico film del geniale Russell ma proprio per questa dimensione apparentemente neutrale offrono alla coscienza la possibilità di proiettare e proiettarsi in tutte le direzioni possibili.

In caso di mancanza di auto-suggestioni in partenza è comunque possibile cercare di farsi coinvolgere dalle tanto evocative quanto volubili possibili interpretazioni di titoli di brani quali “Dervish dreamtime” o “Oak spirits” … che - volendo - già da soli indicano il punto di partenza, il luogo immaginario da dove iniziare eventualmente il … viaggio.

Robert Rich - Filaments (2015)

Musica da "respirare". L'esperienza sonica di Robert Rich lo ha portato sempre di più verso una prospettiva più "europea", certamente più in debito con l'elettronica minimale tedesca della metà degli anni settanta qui semplicemente rivisitata ed arricchita con quella tipica spazialità che proviene da suggestioni più propriamente legate al primissimo movimento "new age" USA (di cui Rich è stato sicuramente uno degli esponenti maggiori). Sequencers in pulsazione ipnotica e lunghe note pseudo orchestrali abitano la quasi totalità del contenuto (9 tracce) di questo lavoro che non aggiunge nulla di nuovo alla poetica musicale di Rich, ma si inserisce perfettamente nel suo eccellente percorso artistico.

martedì 18 dicembre 2012

FRAGMENTED - The Structure of (clear) Wine (1997)

Anx.Scan è figura dell'underground metropolitano americano (e non è assolutamente importante definire o stabilire di QUALE ambito metropolitano si tratti, dato che questo audio-behaviour indipendente di fine anni novanta era presente e simile sia che fosse generato a New York, a Boston, a Los Angeles o in una qualsiasi lontana periferia o sobborgo di un qualsiasi territorio urbanizzato nella "terra d'opportunità").
Il linguaggio musicale di questo album è colto, evoluto e raffinato. Vaga alla ricerca di risposte sonore a domande umorali che si sovrappongono e si intrecciano amalgamandosi tra loro in sciamanici rituali sonori fatti di primitive pulsazioni, contemporanei rumori rosa e sommessi sussurri poetici.
Al primo ascolto, la sensazione immediata è quella di essere avvolti da un ambiente sonoro ostile, abitato da spettri acustici inquieti, vendicativi e minacciosi ...  ed in questo sta sicuramente il fascino di questo materiale (e di moltissimo materiale propositivo e sperimentale multimediato di fine millennio scorso).
Agli ascolti successivi invece diventa interessante analizzare il "lessico" multi-stratificato utilizzato dall'autore, in sostanza una forma multipla di linguaggi sovrapposti nel tentativo di raccontare più storie allo stesso tempo, portare l'ascoltatore (o semplicemente il compositore) a sentirsi trascinato in più "luoghi" differenti contemporaneamente creando una forte sensazione di straneamento razionale.
Probabilmente è la forma musicale più vicina alla psichedelia (nel senso stupefacente) ottenuta dopo gli esperimenti musicali magmatici e comunitari  delle fratellanze hippie ai tempi dei più oscuri meandri della consapevole rivoluzione freak di fine anni sessanta.
Alla fine, dopo molti ascolti, ci si rende conto che questo behaviour artistico  è semplicemente (ma attenzione un avverbio da non intendersi in senso "riduttivo" o squalificante) puro "noisexploitation" di fine millennio, prodotto di autoriferimento compiaciuto dell'artista che ha il grande merito di consegnare al pianeta la sua testimonianza con un supporto fisico digitale in grado di mantenere l'eco di quel "pensiero sonoro" per qualche decennio a beneficio delle curiose generazioni successive. Qualcuno prima o poi si chiederà il PERCHE' di questa "necessità" e modalità di comunicazione di questi anni e forse verrà guidato a ri-analizare questi tempi con suggestioni e - appunto - testimonianze dirette più in grado di raccontare l'intimo sentire di un compositore/interprete dell'epoca (certo, un frammento fortemente individuale, ma pur sempre "lanciato" in un una potenziale dimensione collettiva).

File under "TESTIMONIANZE".



venerdì 14 dicembre 2012

giovedì 6 dicembre 2012

2012 - Understanding America (Frank Zappa)


















 
... discussa ... discutibile raccolta (ma non) a capocchia di materiale vario dal catalogo (vecchio e nuovo) di Zappa ... concepita e voluta dal Maestro in persona e realizzata (già nel 2008) dagli "eredi" ma pubblicata solamente adesso ... ed è il "concept" che merita ... il resto è già noto e stranoto (e anche stravolto in parte dalla presenza di alcuni famosi velenosi re-missaggi delle prime riedizioni ...). Fa comunque preziosa eccezione la (inedita) versione di 25 minuti del manifesto "Porn Wars deluxe" ... esclusivamente per zappiani concettuosi ed amanti del "progettoggetto", per tutti gli altri (anche quelli potenziali) una rischiosa affascinante traiettoria verso uno zappa spesso tecnologicamente e sonicamente "audio-riletto" e quindi non figlio del suo tempo e degli originali crudi suoni di fine sessanta.

sabato 21 gennaio 2012

Gli ascolti del 21.01.2012


BARRY ADAMSON
"Soul murder"
(1992)

martedì 3 gennaio 2012